Dopo un infarto non si muore (quasi) più. A patto di arrivare in un ospedale dove ci sia un'Unità Coronarica che possa contare sui farmaci antitrombotici di ultima generazione e soprattutto su una sala di emodinamica sempre aperta dove poter sottoporre il paziente a un'angioplastica per riaprire le coronarie ostruite a causa dell'infarto: stando ai dati del nuovo Registro MANTRA presentati nel corso del congresso dell' Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri, a Firenze dall'11 al 14 maggio, la mortalità nelle UTIC di maggiore esperienza si è ulteriormente ridotta nel corso degli ultimi quattro anni, scendendo dal 5 per cento ad appena il 4 per cento dei casi.

Nel Registro MANTRA sono confluiti i dati di 6394 pazienti con infarto ricoverati entro 24 ore dall'esordio dei sintomi in 52 UTIC, di cui 15 centri dotati di cardiochirurgia ed emodinamica, 19 con la sola emodinamica, 18 senza emodinamica. Tutti i centri potevano impiegare il meglio delle tecnologie attualmente disponibili.

“In queste condizioni di “eccellenza” il 64 per cento dei ricoverati è stato sottoposto ad angioplastica primaria, il 16 per cento a trombolisi; solo il 20 per cento, non ha ricevuto alcuna terapia specifica – racconta Giuseppe Di Pasquale, coordinatore della ricerca e Direttore della Cardiologia dell’Ospedale Maggiore di Bologna – La mortalità in ospedale è risultata molto bassa, pari al 4.2 per cento; purtroppo la percentuale di decessi raddoppia, arrivando all'8.2 per cento, nei pazienti non trattati con angioplastica. Tutto questo significa che un paziente curato al meglio, oggi, ha un rischio molto basso di morire di infarto una volta arrivato presto  in ospedale: seguendo le linee guida la mortalità  si abbassa a un limite che sarà davvero difficile ridurre ulteriormente”.  da oltrepassare”.

Bassissimo anche il numero di emorragie, l'evento avverso più temuto nei pazienti che di solito ricevono un “cocktail” di tre o quattro antitrombotici: nel campione analizzato l'incidenza è rimasta attorno all'1 per cento anche nei pazienti anziani, i più a rischio.

“C'è però un elemento critico – ammette Marino Scherillo, Presidente ANMCO - Questi risultati si riferiscono a una cinquantina di UTIC che non sono rappresentative della totalità delle 420 Unità distribuite in tutta Italia, ma che sono state scelte proprio perché rappresentano luoghi dove le linee guida vengono applicate al meglio. Altrove la situazione non è così rosea, per quanto in media la mortalità per infarto in ospedale sia comunque attorno al 8% Per cento. La sfida del futuro, quindi, è riuscire a trasportare ovunque questi eccellenti risultati, potenziando la rete dei soccorsi di emergenza: dobbiamo garantire a qualunque paziente, ovunque si trovi, di essere trasportato più velocemente possibile nel centro più adatto alle sue esigenze. Non è pensabile che tutte le UTIC si dotino di una sala di emodinamica per le angioplastiche, ma portare rapidamente i pazienti nel più vicino ospedale che la offre dovrebbe essere sempre e ovunque possibile”.