Insufficienza cardiaca, meno sale nella dieta serve davvero?

Nei pazienti ospedalizzati per insufficienza cardiaca non ci sono prove di un beneficio clinico significativo conseguente a una dieta a ridotto contenuto di sodio, mentre in quelli ambulatoriali è stata osservato solo un modesto miglioramento dei sintomi. Una nuova revisione sistematica della letteratura, appena pubblicata su JAMA Internal Medicine, non ha trovato evidenze sui presunti benefici di un ridotto apporto di sale in questi pazienti.

Nei pazienti ospedalizzati per insufficienza cardiaca non ci sono prove di un beneficio clinico significativo conseguente a una dieta a ridotto contenuto di sodio, mentre in quelli ambulatoriali è stata osservato solo un modesto miglioramento dei sintomi. Una nuova revisione sistematica della letteratura, appena pubblicata su JAMA Internal Medicine, non ha trovato evidenze sui presunti benefici di un ridotto apporto di sale in questi pazienti.

Gli autori della metanalisi ritengono questo consiglio dietetico abbia un'efficacia incerta. Studi osservazionali ne hanno mostrato sia potenziali benefici che danni, mentre alcuni studi clinici randomizzati hanno suggerito alcuni effetti negativi. Una precedente revisione sistematica aveva concluso che una dieta a basso contenuto di sale, rispetto a una normale assunzione, aumentava significativamente la morbilità e la mortalità nei soggetti con insufficienza cardiaca.

In generale, ai pazienti con insufficienza cardiaca è stato detto di ridurre l'assunzione di sale, «ma le linee guida sembrano non dare indicazioni esatte a questi pazienti», ha detto l’autore dello studio Kamal Mahtani, dell’Università di Oxford, Regno Unito. «La nostra ricerca evidenzia una scarsa disponibilità di evidenze robuste e di alta qualità per supportare o confutare le attuali linee guida».

Una metanalisi per chiarire la questione
La mancanza di evidenze di alta qualità in questo ambito ha reso necessaria una nuova revisione sistematica. I ricercatori hanno analizzato 2655 articoli potenzialmente rilevanti su insufficienza cardiaca e ridotta assunzione di sodio, recuperati da diverse fonti, tra cui il Cochrane Central Register of Controlled Trials, MEDLINE ed EMBASE, ma solo 9 studi avevano condizioni sufficienti per essere inclusi nella nuova metanalisi.

«Non abbiamo trovato dati clinicamente rilevanti su un’eventuale riduzione del consumo di sale nella dieta, come per esempio mortalità associata a cause cardiovascolari o a tutte le cause, eventi cardiovascolari, ospedalizzazione o durata della degenza ospedaliera», riferiscono gli autori.

Nei pazienti ambulatoriali con insufficienza cardiaca, non vi è stata evidenza significativa di danno da una riduzione dell'assunzione di sale nella dieta, ma una tendenza verso alcuni miglioramenti clinici, come nella classificazione NYHA (New York Heart Association). Invece in quelli ricoverati con insufficienza cardiaca acuta, la limitazione del sodio aveva una base di evidenza ancora più debole che per i pazienti ambulatoriali, fanno notare gli autori.

«Questi risultati suggeriscono che per questo gruppo di pazienti non è necessario modificare l'attuale pratica clinica, un risultato coerente con altre evidenze secondo le quali una minore assunzione di sale è associata a rischi minimi per la salute e può ridurre il rischio di morbilità e mortalità per malattia cardiovascolare», scrivono gli autori. «Tuttavia i medici dovrebbero ammettere la mancanza di evidenze per questo tipo di intervento in pazienti che potrebbero essere restii a limitare l'assunzione di sale».

«Soprattutto - ha detto Mahtani - quando si considera una dieta a basso contenuto di sodio, i pazienti con insufficienza cardiaca dovrebbero discuterne con il proprio medico e giungere a una decisione condivisa sulla base sia delle evidenze che delle condizioni individuali del paziente». «C’è la chiara necessità di studi meglio disegnati, pragmatici e più estensivi in questi soggetti», ha concluso.

Evidenze scarse e con poca qualità
In un editoriale di accompagnamento, Clyde Yancy, della Northwestern University Feinberg School of Medicine, Chicago, Illinois, concorda con gli autori. «Il problema principale è la mancanza di evidenze di alta qualità. Dobbiamo andare oltre qualsiasi raccomandazione di classe I o dati non randomizzati non supportati da prove verificabili di alta qualità» ha affermato. «La triste verità è che le attuali evidenze sulla restrizione del sodio nell'insufficienza cardiaca sono vuote, con scarsa profondità e in alcuni casi mancano di integrità», ha aggiunto.

«Il primo passo è smettere con questa insistenza sfrenata e potenzialmente dannosa sulla restrizione rigorosa del sodio nei pazienti con insufficienza cardiaca sintomatica. Affermare che possiamo fare meglio è un eufemismo, riconoscere il nostro imbarazzo per avere agito su logiche incerte è più vicino alla verità».

«È necessario condurre ulteriori studi sulla dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension) e altre diete per l'insufficienza cardiaca. Prima di perseverare con irriducibili raccomandazioni sulla restrizione aggressiva del sodio, con costi significativi a fronte di benefici incerti e danni sconosciuti, bisogna fare gli studi».

Bibliografia

Mahtani KR et al. Reduced Salt Intake for Heart Failure. A Systematic Review. JAMA Intern Med. Published online November 5, 2018

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