La persistenza ai farmaci antipertensivi secondo il Karolinska non Ŕ una questione di classe

Cardio

Nella persistenza ai trattamenti per il controllo della pressione arteriosa, non risultano esserci differenze tra i diuretici e le altre principali classi di farmaci antipertensivi. Questo dato rimette in gioco la capacitÓ del medico di scegliere il farmaco pi¨ adatto e di monitorare e motivare con pi¨ assiduitÓ il paziente. ╚ la conclusione di uno studio sulla popolazione svedese pubblicato su Medicine.

Nella persistenza ai trattamenti per il controllo della pressione arteriosa, non risultano esserci differenze tra i diuretici e le altre principali classi di farmaci antipertensivi. Questo dato rimette in gioco la capacità del medico di scegliere il farmaco più adatto e di monitorare e motivare con più assiduità il paziente. È la conclusione di uno studio sulla popolazione svedese pubblicato su Medicine.

«Nonostante il controllo della pressione arteriosa sia migliorata, molti pazienti tuttora non riescono a raggiungere i target di trattamento» affermano gli autori dello studio, coordinati da Miriam Qvarnström, del Centro di Farmacoepidemiologia del Karolinska Institutet di Stoccolma. «Vi sono molte ragioni per questo fenomeno, come un dosaggio inadeguato o un monitoraggio carente dopo l’inizio della trattamento da parte del medico e la scarsa compliance da parte del paziente».

Un ulteriore problema - spiegano gli studiosi - è dato dal fatto che tutti i metodi finora sviluppati per verificare se il paziente effettivamente fa uso dei farmaci prescritti hanno specifici punti di forza così come limiti intrinseci. Ciò vale anche per i sistemi adottati valutare la persistenza in un trattamento, cioè la durata di tempo compresa dall’inizio della terapia alla sua sospensione.

Cartelle cliniche, prescrizioni e ricoveri di 75mila ipertesi in un database nazionale
Allo scopo di studiare sia la persistenza a un farmaco antipertensivo, sia lo switch tra classi farmacologiche e per determinare i fattori associati a una scarsa persistenza, i ricercatori hanno condotto uno studio di coorte basandosi sullo Swedish Primary Care Cardiovascular Database (SPCCD). Questo archivio elettronico contiene dati provenienti dalle cartelle cliniche, dati socioeconomici, le prescrizioni effettuate e le ospedalizzazioni ricavati dai registri nazionali per un totale di 75.000 pazienti con ipertensione.

I pazienti inclusi nello studio avevano iniziato un trattamento con un farmaco antipertensivo nell’ambito dell’assistenza primaria negli anni 2006 e 2007. «Abbiamo definito “persistenza di classe” la quota di soggetti che non cambiava la classe farmaceutica iniziale, includendo 30 giorni di mancata assunzione. I pazienti che ricevevano la prescrizione di un farmaco di un’altra classe antipertensiva dopo la sospensione di quello iniziale, includendo 30 giorni di mancato trattamento, erano classificati come ‘switchers’. La persistenza nelle varie classi farmacologiche sono poi state confrontate con quelle per i diuretici».

Sono stati identificati 4.997 pazienti (di età media pari a 60 anni negli uomini e 63 anni nelle donne). Di questi, 95 (2%) hanno ricevuto come prima prescrizione una terapia di combinazione a dose fissa e 4.902 (98%) una monoterapia: un ACE-inibitore (nel 37% dei casi), un antagonista del recettore dell’angiotensina (4%), un beta–bloccanti (21%), un calcio–antagonista (8%) o un diuretico (28%).

«Non si sono rilevate differenze di persistenza tra i diuretici e qualsiasi altra classe di farmaci antipertensivi dopo aggiustamento per fattori confondenti» dichiarano Qvarnström e colleghi. «Le sospensioni sono state più frequenti negli uomini (P=0,004), nei pazienti più giovani (P < 0,001) e nei soggetti con lieve elevazione della pressione arteriosa sistolica (P < 0,001)».

Un cambio di prospettiva
Tra i 1.295 pazienti che hanno effettuato uno switch tra classi di farmaci dopo la prima prescrizione – evidenziano gli autori - solo il 21% è stato sottoposto a rilevazione della pressione arteriosa prima del cambio di farmaco. La simile persistenza tra diuretici e gli altri trattamenti antipertensivi – oltre a garantire che i fattori confondenti sono stati corretti in modo appropriato – induce a credere che i pazienti abbiano bisogno che sia loro prescritta un farmaco appartenente a una classe appropriata in base al profilo di rischio e alle comorbilità individuali, commentano i ricercatori.

«Inoltre» concludono «il grande numero di pazienti che sospendono la terapia è un richiamo a migliorare le modalità di monitoraggio e motivazione dei pazienti. Un’attenzione particolare» ribadiscono «va riservata ai pazienti di genere maschile, ai soggetti più giovani e a quelli con lieve elevazione pressoria sistolica».



Qvarnström M, Kahan T, Kieler H, et al. Persistence to antihypertensive drug classes: A cohort study using the Swedish Primary Care Cardiovascular Database (SPCCD). Medicine, 2016;95(40):e4908.

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