Malattia arteriosa periferica, ristabilita la veritÓ su sicurezza di stent e palloncini basati su paclitaxel

Di recente al Leipzig Interventional Course (LINC 2019) i ricercatori di studi pivotali di stent e palloncini basati su paclitaxel per il trattamento della malattia arteriosa periferica (PAD) hanno presentato dati a livello di paziente che potrebbero placare le preoccupazioni sulla possibilitÓ di aumentare la mortalitÓ tardiva con questi dispositivi. I dati completi di una delle presentazioni del LINC sono ora pubblicati sul "Journal of the American College of Cardiology".

Di recente al Leipzig Interventional Course (LINC 2019) i ricercatori di studi pivotali di stent e palloncini basati su paclitaxel per il trattamento della malattia arteriosa periferica (PAD) hanno presentato dati a livello di paziente che potrebbero placare le preoccupazioni sulla possibilità di aumentare la mortalità tardiva con questi dispositivi. I dati completi di una delle presentazioni del LINC sono ora pubblicati sul “Journal of the American College of Cardiology”.

Sono risultati che contraddicono i segnali allarmanti di danno a lungo termine sollevato da un’altra meta-analisi, che ha portato a bloccare due trial e a indurre la FDA e inviare una lettera “Dear Doctor”. Questo studio indipendente a livello di paziente comprendeva individui arruolati attraverso l'intero programma clinico IN.PACT Admiral: 1.837 pazienti trattati con il palloncino rivestito di farmaco (DCB) e 143 trattati con angioplastica transluminale percutanea (PTA).

Dati rassicuranti
La maggior parte degli studi IN.PACT (IN.PACT SFA, IN.PACT SFA JAPAN, IN.PACT SFA China e IN.PACT Global) sono stati alimentati per 1 anno di pervietà e non per la mortalità a lungo termine, e i gruppi PTA erano più piccoli rispetto ai gruppi di trattamento, scrivono gli autori, guidati da Peter Schneider, Hawaii Permanente Group, Honolulu.

«Ma quando si considera la mortalità nei due gruppi» spiegano «la mortalità era in realtà un po’ più elevata nel gruppo PTA rispetto al gruppo DCB». All'interno del gruppo DCB si sono avuti alcuni risultati interessanti.

«Uno era che il dosaggio di paclitaxel dato ai pazienti che sopravvivevano e il dosaggio somministrato dato a coloro che non sopravvivevano era quasi esattamente lo stesso, poco più di 11 milligrammi. Dividendo i pazienti in gruppi con la dose più bassa, la dose più alta e una dose intermedia, abbiamo scoperto che le curve di mortalità erano davvero sovrapposte» aggiungono Schneider e colleghi. In ogni caso, i pazienti che hanno ricevuto le dosi più grandi hanno avuto in realtà una sopravvivenza leggermente migliore.

Ulteriori informazioni
Nel nuovo documento di Schneider e colleghi, la durata dell'osservazione variava e consisteva in un follow-up di 1 anno nell’IN.PACT China, di 3 anni nell’IN.PACT Japan e nell’IN.PACT Global e di 5 anni nell’IN.PACT SFA.

Tuttavia, rappresentano un follow-up più lungo di 1 anno sia per l’IN.PACT SFA che per l’IN.PACT Japan di quanto non fosse incluso nella meta-analisi sopracitata che aveva sollevato preoccupazioni. A differenza dei dati a livello di riepilogo, l'accesso a livello del paziente ha anche consentito ai ricercatori di valutare fattori quali lunghezze e diametri dei palloncini ricevuti da ciascun paziente, valutare la dose nominale di paclitaxel per palloncino e osservare più da vicino le morti individuali che si sono verificate durante gli studi.

Rispetto ai pazienti con PTA, quelli che hanno ricevuto un DCB presentavano maggiormente ischemia critica agli arti (CLI), lesioni più lunghe e più calcificate, una maggiore percentuale di lesioni occluse e un maggiore uso di stent provvisorio.

Per 5 anni, la mortalità per tutte le cause è stata del 9,3% nel gruppo DCB e dell'11,2% nel gruppo PTA (P = 0,399). La libertà dalla mortalità per tutte le cause in base ad alta (circa 20 mcg), intermedia (circa 10 mcg) e bassa (circa 5 mcg) dose di paclitaxel era rispettivamente di 91,7%, 90,6% e 90,0% (P = 0,700).

I pazienti con DCB deceduti durante il follow-up presentavano più comorbilità rispetto ai pazienti sopravvissuti. Nell'analisi multivariata, età, diabete, malattia dell'arteria carotidea, categoria Rutherford 4-5, precedente amputazione dell'arto bersaglio e non bersaglio, lesioni ristenotiche e insufficienza renale (P = 0.9).

Schneider e colleghi hanno anche esaminato al follow-up l’adesione e l’interruzione dei farmaci. Complessivamente, i pazienti con PTA avevano più probabilità rispetto ai pazienti con DCB di essere aderenti alle visite di follow-up (94,1% vs 87,9%, P <0,001) specialmente a 1, 2 e 3 anni.

Inoltre, i pazienti DCB sopravvissuti avevano una maggiore compliance alle visite di follow-up rispetto a quelli che morivano (88,3% vs 82,9%, P = 0,005). I pazienti con DCB avevano anche tassi più bassi di uso di duplici terapie antipiastriniche rispetto ai pazienti con PTA a 6, 12, 24 e 36 mesi.

«Accogliamo con favore e sollecitiamo fortemente ulteriori studi su dati già esistenti e ricerche su grandi database per fornire ulteriori informazioni sulla progressione della malattia e sulla mortalità nella popolazione di pazienti con PAD» concludono Schneider e colleghi.

G.O.

Schneider PA, Laird JR, Doros G, et al. Mortality Not Correlated with Paclitaxel Exposure: An Independent Patient-level Meta-Analysis. J Am Coll Cardiol, 2019 Jan 25. doi: 10.1016/j.jacc.2019.01.013. [Epub ahead of print]
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