Due betabloccanti di uso comune – atenololo e metoprololo – hanno mostrato un effetto simile sul rischio di eventi cardiovascolari nei pazienti ipertesi in uno studio osservazionale di tipo retrospettivo basato sull’analisi di un registro sull’ipertensione. Il lavoro, firmato da Emily Parker, dell’HealthPartners Institute for Education and Research di Minneapolis, e collaboratori, è appena stato pubblicato online su Archives of Internal Medicine.

Nello studio, le percentuali di infarto miocardico, scompenso cardiaco e ictus non sono risultate significativamente diverse tra i pazienti trattati con atenololo e quelli trattati con metoprololo. Inoltre, l'analisi effettuata con l’appaiamento mediante score di propensità ha dato risultati simili.

Secondo quanto scrivono gli autori del lavoro, i risultati suggeriscono che le caratteristiche potenzialmente sfavorevoli di atenololo non spiegano i risultati degli studi recenti sull’ipertensione nei quali si sono osservati tassi più elevati di eventi cardiovascolari nei pazienti trattati con questo betabloccante rispetto ad altre classi di farmaci antipertensivi.

"In questo studio di coorte retrospettivo che ha confrontato pazienti trattati con atenololo o metoprololo, non si sono trovate differenze statisticamente significative tra i due gruppi per quanto riguarda i tassi di infarto, scompenso cardiaco o ictus, dopo aggiustamento dei dati per i potenziali fattori confondenti" scrivono gli autori nelle conclusioni, aggiungendo che i due farmaci non hanno mostrato differenze statisticamente significative neanche nella riduzione della pressione sistolica.

"Questi risultati” avvertono però i ricercatori “devono essere interpretati con cautela, visto che non sono mai stati effettuati studi di confronto diretto testa a testa tra questi due betabloccanti”.

I betabloccanti sono tra i farmaci raccomandati dalle linee guida come terapia di prima linea per l'ipertensione e diversi studi clinici hanno dimostrato una riduzione della morbilità e della mortalità tra i pazienti trattati con questi antipertensivi.

Tuttavia, la sicurezza e l'efficacia di atenololo sono state messe in discussione dopo che due ampi studi hanno dimostrato l’inferiorità dei regimi a base di atenololo rispetto ad altri regimi antipertensivi per la prevenzione degli eventi cardiovascolari nei pazienti ipertesi. Una successiva metanalisi ha poi dimostrato che i betabloccanti sono meno efficaci di altri farmaci antipertensivi, soprattutto sul fronte della prevenzione dell'ictus. Tuttavia, nella metanalisi c’erano pochi dati su betabloccanti diversi dall’atenololo, il che impediva di concludere che il risultato fosse valido per tutti betabloccanti.

I membri della classe dei betabloccanti hanno proprietà farmacocinetiche diverse gli uni dagli altri, che potrebbero avere rilevanza per la protezione cardiaca. Tuttavia, è improbabile che si facciano studi di confronto testa a testa, sottolineano gli autori.

Per questo, il gruppo ha utilizzato il Cardiovascular Research Network Hypertension Registry con l’obiettivo di indagare sulla sicurezza e l’efficacia di atenololo, cercando nel registro tutti i pazienti senza una storia di malattia cardiovascolare che avevano iniziato la terapia con atenololo o metoprololo tra il 2000 e il 2009.

Gli outcome primari di interesse erano l’infarto miocardico, lo scompenso cardiaco e l’ictus e gli autori hanno effettuato due analisi: una che ha utilizzato l’aggiustamento standard in base alle covariate (su 120.978 pazienti) e l'altra il matching mediante score di propensità (su 22.352 pazienti).

I valori basali della pressione sistolica erano significativamente più alti nel gruppo atenololo rispetto al gruppo metoprololo (148,5/84,2 contro 145,4/82,5 mmHg; P < 0,001).

Dopo 6 mesi la pressione sistolica non differiva tra i due gruppi (137,4 contro 137,5 mmHg), mentre la diastolica è risultata statisticamente superiore nel gruppo metoprololo, anche se la differenza era piccola (77,3 rispetto a 77,7 mmHg; P = 0,005).

Durante un follow-up mediano di 5,2 anni, si sono registrati 3.517 infarti, 3.272 casi di scompenso cardiaco e 3.664 ictus, con un hazard ratio di 0,99 per tutti e tre gli outcome nel confronto tra atenololo e metoprololo. Un risultato analogo si è ottenuto con il matching mediante propensity score.

Secondo James S. Floyd e Bruce M. Psaty, della University of Washington di Seattle, lo studio è  nel complesso ben progettato, ma presenta anche diverse lacune.

"Sulla base di diverse metanalisi di studi clinici randomizzati, i betabloccanti hanno perso terreno come farmaci di prima linea per il trattamento di ipertensione e l'efficacia di metoprololo rispetto a quella di atenololo - entrambi ormai disponibili come generici - non è certo una questione di primo piano nel campo dell’ipertensione” scrivono inoltre  i due editorialisti.

In effetti, Floyd e Psaty fanno notare che l’impiego dei due farmaci tra i pazienti del Cardiovascular Research Network Hypertension Registry è diminuito notevolmente dopo il 2006.

Una delle domande più pressanti nell’ambito della terapia antipertensiva riguarda, invece, l'uso di idroclorotiazide rispetto a clortalidone, quest’ultimo poco utilizzato negli Stati Uniti, ricordano i due commentatori, i quali sottolineano anche come confronti attendibili e validi tra i due agenti richiederanno necessariamente un ampio studio clinico randomizzato con un follow-up sufficientemente lungo.

E.D. Parker, et al. Comparative effectiveness of two beta-blockers in hypertensive patients. Arch Intern Med 2012; DOI: 10.101/archinternmed.2012.4276.
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