PCI, l'età non è più un ostacolo

L'età, da sola in assenza di altri fattori non cardiaci, non dovrebbe impedire a un paziente di accedere all'intervento coronarico percutaneo (PCI). Lo affermano gli autori di uno studio pubblicato su Journal of Interventional Cardiology che, seppur abbiano osservato una mortalità per tutte le cause superiore negli ultra ottantenni rispetto agli anziani (tra 75 e 80 anni), hanno dichiarato la mancanza di differenze statisticamente significative nei tassi di mortalità cardiaca, infarto miocardico, incidente cerebrovascolare o outcome compositi.

L'età, da sola in assenza di altri fattori non cardiaci, non dovrebbe impedire a un paziente di accedere all’intervento coronarico percutaneo (PCI). Lo affermano gli autori di uno studio pubblicato su Journal of Interventional Cardiology che, seppur abbiano osservato una mortalità per tutte le cause superiore negli ultra ottantenni rispetto agli anziani (tra 75 e 80 anni), hanno dichiarato la mancanza di differenze statisticamente significative nei tassi di mortalità cardiaca, infarto miocardico, incidente cerebrovascolare o outcome compositi.

I pazienti molto anziani sono molto spesso esclusi dai trial più importanti. Questo ultimo studio riempie un divario, anche se sono necessari ancora dei dati.
“Questo studio, di tipo reale, mostra che non dobbiamo avere pregiudizi nei pazienti anziani perché la causa degli eventi ischemici è correlata alla comorbilità ed è indipendente dall'età", ha dichiarato il dottor Robert Gerber del Conquest Hospital, East Sussex, Inghilterra, che insieme ai suoi colleghi ha condotto lo studio; "la regressione logistica ha dimostrato che il sanguinamento era l'unico predittore degli eventi e che questo era ancora indipendente dall'età".

Intervento sicuro anche nei più anziani
Esistono dati limitati sui risultati periprocedurali e a lungo termine successivi al PCI nei pazienti molto anziani (età≥ 80 anni), oltre ad una sotto-rappresentanza di questa coorte negli studi randomizzati controllati. Questi pazienti presentano malattie coronariche complesse, avanzate e molteplici comorbidità.

“Abbiamo cercato di analizzare i risultati del PCI in pazienti molto anziani e abbiamo confrontato i loro risultati con una coorte meno anziana, di età compresa tra i 75 e gli 80 anni” hanno fatto sapere i ricercatori.

Tutti i 580 pazienti, di età ≥ 75 anni (età 80 ± 4,9 anni, 57,4% di maschi), erano stati sottoposti a PCI tra aprile 2006 e novembre 2011; in totale sono state identificate e analizzate complessivamente 624 lesioni consecutive. I risultati ottenuti nei pazienti più anziani (n = 253) sono stati successivamente confrontati con i pazienti meno anziani (n = 327) in un follow-up medio di 30,8 ± 2,7 mesi (follow-up clinico raggiunto del 98%).

Lo stent tradizionale (BMS) è stato più comunemente usato nei pazienti più anziani mentre l’utilizzo dello stent a eluizione di farmaci (DES) era simile in entrambi i gruppi; solo una minoranza di pazienti, in entrambi i gruppi, non hanno ricevuto uno stent; “Questi numeri suggeriscono che gli operatori del PCI sono sicuri delle capacità di entrambi i gruppi nel seguire in maniera adeguata la loro terapia antiaggregante successiva al PCI” hanno scritto gli autori.

La mortalità per tutte le cause è stata significativamente più alta tra la popolazione molto anziana rispetto agli anziani (11,9% vs 6,1%), anche se questo non si traduce in una significativa differenza di mortalità cardiaca (6,3% vs 3,7%) o dei principali eventi cardiaci e cerebrovascolari avversi (16,2% vs 12,5%). L'incidenza composita di infarto miocardico, ictus, definito/probabile trombosi dello stent e il sanguinamento maggiore TIMI era rispettivamente del 4,7%, dell'1,4% 1,9% e del 6,4%, senza alcuna differenza significativa tra i due gruppi.

“Questo studio ha mostrato un evento accettabile di infarto miocardico, morte, intervento ripetuto e trombosi da stent nel gruppo ad alto rischio di pazienti più anziani con lesioni de novo. Solo l’età, in assenza di altri fattori non cardiaci, non dovrebbe impedire ai medici di utilizzare il PCI” hanno concluso gli autori.

L’opinione dell’esperto
Il dottor Gregory Roth, della University of Washington Institute of Health Metrics and Evaluation, Seattle, estraneo allo studio, sostiene che la ricerca finora ha sbagliato nel non valutare le persone più anziane anche perché "Sappiamo che la popolazione in generale invecchia abbastanza rapidamente. E così è sempre più importante raccogliere dati sui risultati e studiare l'effetto dei trattamenti e dell'intervento sui più anziani, anche su quelli di età superiore agli 85-90 anni".

Il dottor Roth afferma che i risultati ottenuti nello studio del dottor Gerber non sono sufficienti per influenzare la pratica dei medici, "Non sappiamo ancora se il PCI fornisce gli stessi vantaggi nei pazienti molto vecchi, oltre gli 85-90 anni, rispetto a coloro che hanno leggermente superato gli 80; non credo che questo studio risponda davvero alla domanda che i ricercatori avevano inizialmente proposto, e cioè se esistono vere differenze basate sull'età, perché ritengo non sia stato in grado di mostrare differenze significative".

Anche se le differenze tra le popolazioni sembrano piccole, il dottor Roth ha osservato che c'erano tassi di complicanze più elevati tra i pazienti più anziani; “tuttavia, questo non è veramente sorprendente poiché questi pazienti sono spesso più malati e più fragili", ha aggiunto.

Il dottor Gerber ha fatto sapere che il suo gruppo di ricerca ora mira a sviluppare uno score di fragilità, che potrà guidare i medici a prendere decisioni adeguate sull'idoneità del PCI negli anziani. Attualmente i trial RINCAL e SENIOR-RITA, stanno esaminando il management medico della sindrome coronarica acuta nei pazienti più anziani rispetto al PCI tempestivo.

Gerber R. T. et al. Age is not a bar to PCI: Insights from the long-term outcomes from off-site PCI in a real-world setting. J Interv Cardiol. 2017 Jul 2. doi: 10.1111/joic.12400. [Epub ahead of print]
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