Nei pazienti trattati per infarto cardiaco, la completa rivascolarizzazione di tutte le arterie bloccate porta ad outcomes migliori rispetto alla strategia di disostruire solo la arteria “culprit”, responsabile dell’attacco di cuore. Lo dimostrano i risultati del trial CvLPRIT, presentati al recente ESC di Barcellona.

Quanto è emerso dallo studio CvLPRIT (Complete versus Lesion only Primary-PCI Trial) potrebbe modificare la pratica clinica se considerato insieme all’esito di alcune altre recenti ricerche, ha detto Anthony Gershlick, degli Ospedali Universitari di Leicester (UK). «Finora abbiamo avuto dati conflittuali riguardo la gestione ottimale di quei pazienti che, mentre venivano sottoposti a intervento coronarico primario (P-PCI) dopo infarto del miocardio (IM), evidenziavano anche lesioni in arterie rleative ad aree non correlate all’infarto (N-IRA)» ha sottolineato.

«Le attuali linee guida dell’ESC (European Society of Cardiology) e dell’AHA/ACC (American Heart Association/American College of Cardiology) raccomandano di trattare solo l’arteria correlata all’infarto (IRA) ma i risultati dei nostri studi dimostrano un beneficio altamente significativo, invece, con una strategia di completa rivascolarizzazione. Questi risultati dovrebbero suggerire con forza che tutte le lesioni debbano essere trattate prima che il paziente sia dimesso» ha aggiunto Gershlick.

Lo studio CvLPRIT ha incluso 296 pazienti con attacco di cuore che si erano presentati a sette centri britannici di cardiologia interventistica. Prima del trattamento con P-PCI i pazienti sono stati randomizzati a ricevere solo la rivascolarizzazione dell’arteria correlata all’infarto (IRA) o di avere una completa rivascolarizzazione sia dell’IRA sia delle N-IRA (n=150) che hanno dimostrato di essere significativamente ostruite. Nei pazienti inseriti nel gruppo completa rivascolarizzazione, l’IRA è stata trattata per prima, seguita dalle IRAs, preferibilmente nella stessa seduta, ma in ogni caso sicuramente nello stesso periodo di ricovero ospedaliero.

Dallo studio si è visto che un anno dopo la procedura, i pazienti del gruppo completa rivascolarizzazione mostravano outcomes significativamente migliori rispetto a quelli dei pazienti che avevano subito solo la rivascolarizzazione dell’IRA, in base a un endpoint composto da eventi avversi cardiaci maggiori (MACE) comprendente mortalità generale, IM recidivante, scompenso cardiaco e rivascolarizzazione guidata dall’ischemia. MACE sono occorsi nel 21,2% del braccio solo IRA contro il 10,0% del gruppo completa rivascolarizzazione (hazard ratio [HR]: 0,45; p=0,009) e la differenza tra i 2 gruppi è stata vista precocemente (p=0,055 a 30 giorni).

Non sorprendentemente, il tempo della procedura e il carico del volume di contrasto sono stati significativamente superiori nel gruppo completa rivascolarizzazione rispetto al gruppo solo-IRA (55 vs. 41 mins, p<0,0001; 250 vs 190 mls, p<0,0001, rispettivamente) ma al di là di ciò i pazienti con rivascolarizzazione completa non hanno avuto incrementi in ictus, sanguinamenti maggiori o nefropatie da mezzo di contrasto, ha sottolineato ancora Gershlick. I risultati dello studio CvLPRIT sono fortemente correlati con quelli del precedente trial PRAMI (Preventive Angioplasty in Myocardial Infarction) che era stato presentato l’anno scorso sempre all’ESC.

«Il trial PRAMI aveva riportato evidenti benefici dal trattamento sia dell’IRA che delle N-IRAs all’indice P-PCI, ma erano state avanzate alcune critiche al disegno dello studio» ricorda Gershlick. «Di conseguenza, il rial PRAMI non ha portato un diffuso cambiamento nella pratica clinica, tanto cha la rivascolarizzazone della sola IRA durante il P-PCI è rimasta di gran lunga la pratica più diffusa».

In ogni modo, afferma, i risultati del CvLPRIT rinforzano quelli del PRAMI e corroborano le argomentazioni per una strategia di completa rivascolarizzazione al momento dell’ammissione ospedaliera.