Registro SWEDEHART, i tassi di mortalitÓ post-IMA dal 2010 non si riducono. La sfida dell'innovazione

Sono finiti i tempi delle grandi riduzioni di mortalitÓ in seguito a infarto acuto del miocardio (IMA). Lo si evince dai nuovi dati del registro nazionale SWEDEHEART, presentati di recente a Monaco di Baviera, in occasione del Congresso della SocietÓ Europea di Cardiologia (ESC 2018).

Sono finiti i tempi delle grandi riduzioni di mortalità in seguito a infarto acuto del miocardio (IMA). Lo si evince dai nuovi dati del registro nazionale SWEDEHEART, presentati di recente a Monaco di Baviera, in occasione del Congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC 2018).

Dal 1995 al 2010, la mortalità intraospedaliera e a 1 anno era diminuita di pari passo con l’aumento di terapie basate sulle prove di efficacia, quali l’intervento coronarico percutaneo (PCI) primario, la doppia terapia antipiastrinica (DAPT), le statine e gli inibitori del sistema renina-angiotensina (RAAS), ovvero ACE inibitori e bloccanti dei recettori dell'angiotensina (ARB). Da allora, però, il progresso è giunto virtualmente a un punto morto, ha sottolineato Tomas Jernberg, del Karolinska Institutet di Stoccolma, nella sua presentazione all’ESC.

«I concetti consolidati di trattamento sono stati ulteriormente perfezionati e migliorati, ma sono state introdotte poche strategie terapeutiche innovative» ha proseguito. «Questi dati indicano l'urgente necessità sia di una migliore personalizzazione per il singolo individuo dei trattamenti più costosi al fine di mantenere favorevole il rapporto costo/efficienza, sia dell'identificazione di nuovi trattamenti per migliorare ulteriormente gli esiti dell’IMA» ha aggiunto.

I principali dati epidemiologici rilevati dal 1995 al 2018
I risultati provengono dal più recente rilevamento dal registro SWEDEHEART. Per l'attuale analisi, Jernberg e colleghi hanno esaminato i dati relativi a 371.431 casi di IMA registrati tra il 1995 e il maggio del 2018. Le caratteristiche dei pazienti colpiti da IMA sono cambiate durante l'intervallo di tempo considerato. L'età media dei pazienti è rimasta relativamente costante (circa 72 anni), con gli uomini che rappresentano circa i due terzi dei pazienti.

Si sono avuti però aumenti nelle quote dei pazienti con diabete (dal 22% al 27%), ipertensione (dal 35% al 67%) e storia di PCI pregresso (dal 3% al 21%). L'uso di statine al momento del ricovero è aumentato dal 5% al 33%, mentre la proporzione di pazienti con rantoli al momento del ricovero (un indicatore di gravità) è diminuita dal 37% al 9%.

Considerando la mortalità cruda, ci sono stati cali dal 1995 al 2010 sia nei tassi ospedalieri (da circa il 13% al 5%) sia nei tassi a 1 anno (da circa il 25% al 15%). Negli ultimi 8 anni dello studio, tuttavia, il rischio di mortalità non è cambiato molto. Il livellamento dei guadagni di sopravvivenza è stato accompagnato da un analogo plateau nell'uso di terapie che hanno dimostrato di migliorare gli esiti nei pazienti con IMA.

Per i pazienti con infarto con sovraslivellamento del tratto ST (STEMI), l'uso della terapia di riperfusione è costantemente aumentato, da circa il 65% nel 1995 all'85% alla fine del periodo di studio. Soffermandosi specificamente sul PCI primario, invece, c'è pure stato un marcato aumento dell'uso, da circa il 5% nel 1995 al 75% nel 2009-2010, seguito però da un aumento più graduale nel 2018.

Nel sottogruppo dei soggetti con infarto non-STEMI (NSTEMI), ci sono stati grandi aumenti nell'uso dell'angiografia intraospedaliera ed entro 3 giorni, così come della PCI in ospedale, nella prima metà del periodo di studio, seguiti da aumenti minori fino alla fine del periodo considerato. Una relazione simile tra i guadagni decrescenti di mortalità e il livellamento dell'uso di terapie basate sule prove di efficacia è stata osservata per il trattamento medico alla dimissione, con particolare riferimento a DAPT, ACE inibitori/ARB e statine.

Un trend rilevato anche negli USA
Le tendenze osservate nei dati svedesi non sono molto diverse da quelle osservate negli Stati Uniti, il che potrebbe essere un riflesso del cambiamento demografico e dell'ottimizzazione della terapia medica, ha osservato Martha Gulati, del Banner – University Medicine Heart Institute di Phoenix, non coinvolta nello studio.

«Cercare di capire come possiamo ottenere ulteriori riduzioni diventa la domanda per il nostro futuro» ha aggiunto. Concentrarsi sulla prevenzione primaria - trattando in modo più aggressivo il diabete e le dislipidemie, migliorando la qualità della dieta e gestendo precocemente l'ipertensione, per esempio - potrebbero essere modi per ridurre l'incidenza di IMA.

Focalizzandosi sulle persone che hanno già avuto un IMA, un modo per spingere potenzialmente i tassi di mortalità ancora più in basso potrebbe essere quello di assicurarsi che le terapie mediche orientate alle linee guida siano offerte a tutti in modo equo, ha proseguito.

Secondo Gulati, infine, i medici potrebbero anche essere in grado di ottenere ulteriori benefici raddoppiando i loro sforzi nel far sì che i pazienti seguano programmi di riabilitazione cardiaca, specie rendendoli più accessibili dal domicilio degli assistiti per favorire la partecipazione e l’aderenza.

A.Z.

Riferimento:
Jernberg T. No changes in survival after acute myocardial infarction in the last decade: new data from SWEDEHEART. Presented at: ESC 2018. August 27, 2018. Munich, Germany.