Il tipo di trattamento antipertensivo, i co-trattamenti, le condizioni cliniche e anche le caratteristiche demografiche dell’area geografica in cui vive il paziente: sono tutti elementi che influiscono, anche in modo opposto tra loro, sull’interruzione di un trattamento con antipertensivi, secondo una ricerca “real life” condotta in Lombardia sotto la guida di Giuseppe Mancia, dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e dell’IRCSS Istituto Auxologico Italiano di Milano, e pubblicata online sul Journal of Hypertension.

«La conoscenza di questi fattori, sottolineano Mancia e collaboratori, può aiutare i prescrittori negli sforzi tesi a ridurre il fenomeno dell’abbandono della terapia in corso. Già in passato gli autori avevano evidenziato che in Lombardia l’aderenza al trattamento antipertensivo era basso, e che ciò si associava a un maggiore rischio di ospedalizzazioni per eventi cardiovascolari.

In particolare, si erano ricavate le informazioni dall’Archivio dei Dati Sanitari della Regione Lombardia; questo database fornisce informazioni sulla dispensazione dei farmaci, quali le date e i medicinali (principi attivi, dosaggi e numero di pillole) contenuti nelle prescrizioni di medici extraospedalieri, con calcolo della copertura farmacologica dall’inizio del trattamento al follow-up.

«Da questi dati» specificano gli autori «siamo stati in grado di effettuare collegamenti con il primo ricovero dei pazienti agli ospedali regionali pubblici o privati, evidenziando che la sospensione del trattamento e la bassa copertura prescrittiva nel tempo sono strettamente associate con l’incidenza di eventi coronarici e cerebrovascolari».

In questa nuova ricerca si è ricorso allo stesso database per ottenere altre informazioni. «L’Archivio dei Dati Sanitari della Regione Lombardia fornisce informazioni rilevanti sotto il profilo di un’altra importante questione» specificano Mancia e colleghi «ovvero la relazione tra l’interruzione di un trattamento sanitario di qualsiasi tipo e le caratteristiche demografiche,, ambientali, cliniche e terapeutiche del paziente, permettendo così di studiare il ruolo giocato da una varietà di fattori in favore o contrari alla persistenza nel trattamento nel setting della vita reale e con l’intera cittadinanza come popolazione target» (10 milioni di residenti).

L’analisi si è limitata a 493.623 nuovi utilizzatori di farmaci antipertensivi (cioè senza alcuna prescrizione nei 3 anni precedenti) reclutati nel 2003, nel 2006 e nel 2009. La sospensione è stata definita come la mancanza di un rinnovo della prescrizione per almeno 3 mesi. Ogni paziente è stato seguito al massimo per 1 anno.

«Il rischio corretto di interruzione del trattamento antipertensivo» affermano i ricercatori «dipendeva dal tipo iniziale di impostazione (la monoterapia con diuretico è risultata associata al massimo rischio) ed era inferiore negli uomini (-17%) e nei pazienti più anziani (da -21% a -29%), nei soggetti sottoposti anche a terapia antidiabetica, o negli individui ospedalizzati per patologie cardiovascolari o renali (da -12% a – 27%)».
«Il rischio di interruzione era invece superiore nei pazienti in trattamento concomitante con antidepressivi oppure ospedalizzati per la compresenza di patologie polmonari, reumatiche, neoplastiche o neurologiche (da +9% a + 32%)» proseguono. «È stata inoltre osservata una relazione inattesa tra sospensione della terapia e densità della popolazione nella zona di residenza del paziente, con un tasso di interruzione molto maggiore nelle aree metropolitane».

Questo studio conferma innanzitutto che il tipo di farmaco prescritto influisce sulla possibilità di sospensione del trattamento, osservano gli scienziati. «In particolare, è massima per i diuretici, minore per i calcio-antagonisti, beta-bloccanti e alfa-bloccanti e minima per gli ACE-inibitori e, soprattutto, i sartani, per i quali i rischi di sospensione è circa 3 volte inferiore rispetto a quello dei diuretici».
«Inoltre si conferma che l’interruzione della terapia è inferiore nei pazienti che iniziano un trattamento con una combinazione di farmaci piuttosto che con una monoterapia» aggiungono. «Pertanto i medici hanno un gran numero di opzioni dalle quali scegliere la strategia di trattamento che abbia minori probabilità di essere abbandonata».

«Il contributo più importante di questo studio» a detta degli autori «è comunque l’aver offerto nuove informazioni sui fattori, al di là dei regimi terapeutici, che sono correlati con la discontinuazione del trattamento nella vita reale».
«Tra i nostri pazienti» rimarcano «la sospensione è risultata più frequente nelle donne e in soggetti dai 40 ai 49 anni rispetto a individui più anziani e consistentemente meno comune nei pazienti in cui, su una base di terapie concomitanti o pregresse ospedalizzazioni, vi è coesistenza tra ipertensione, da un lato, o diabete, nefropatia o cardiovasculopatie dall’altro. E ancora a più alto grado se l’ipertensione è accompagnata da gravi malattie di natura non cardiovascolare, come depressione, malattie polmonari e reumatologiche, cancro o demenza».

Il dato rappresentato dall’influsso esercitato dal risiedere in aree metropolitane «significa che l’aderenza al regime terapeutico antipertensivo prescritto non dipende solo dal comportamento del paziente -cioè dal tipo di prescrizione – e dalle caratteristiche individuali del paziente, ma si estende anche a fattori sociali e ambientali».

Non tutte le evidenze emerse sono facilmente spiegabili. Per alcune però si può fare qualche ipotesi, in particolare circa l’alta aderenza rilevata nei pazienti affetti da comorbilità. «È ragionevole pensare che la coesistenza del trattamento antipertensivo con diabete, nefropatia e malattie cardiovascolari, e con le complicanze di tali condizioni, renda i pazienti più consapevoli della necessità di un controllo continuo della pressione arteriosa».

Arturo Zenorini

Mancia G, Zambon A, Soranna D, et al. Factors involved in the discontinuation of antihypertensive drug therapy: an analysis from real life data. J Hypertens, 2014 May 16. [Epub ahead of print]
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