La terapia con statine e l’attività fisica sono apparse associate entrambe e in modo indipendente l’una dall’altra a una riduzione del rischio di mortalità in una coorte pazienti di mezza età e dislipidemici seguiti per 10 anni, in uno studio di un gruppo di ricercatori della George Washington University di Washington e dei Veterans Affairs Medical Center, appena pubblicato online su The Lancet


Lo studio mostra che i pazienti che prendevano le statine ed erano fisicamente in forma hanno ottenuto una riduzione del 70% del rischio di decesso durante il follow-up rispetto a quelli che pure prendevano gli ipolipemizzzanti ma erano meno in forma.


Anche l’attività fisica in sé stessa ha mostrato un effetto indipendente sul rischio di mortalità nei pazienti che non prendevano le statine, riducendo il rischio di decesso durante il follow-up di ben il 47%


"Il trattamento con statine e un aumento dell’attività fisica sono associati indipendentemente a una bassa mortalità tra gli individui dislipidemici" scrivono gli autori nelle conclusioni. "La combinazione del trattamento con statine e dell’aumento dell’attività fisica si è tradotta in un rischio di mortalità sostanzialmente inferiore a quello dei due interventi presi singolarmente, rafforzando l'importanza dell'attività fisica per gli individui affetti da dislipidemia".


I benefici delle statine nella riduzione del rischio cardiovascolare sono ampiamente dimostrati da diversi trial clinici di grosse dimensioni e i dati di ampi studi epidemiologici hanno dimostrato una forte associazione inversa tra attività fisica e rischio di mortalità sia nei soggetti sani sia in quelli con malattie cardiovascolari.


Gli studi fatti finora, tuttavia, fino ad oggi hanno fornito informazioni limitate sugli effetti combinati delle statine e dell’attività fisica sul rischio di mortalità o di altri eventi clinici. Nessuno studio, poi, ha mai valutato le potenzialità di un incremento dell’esercizio fisico nella riduzione del rischio di mortalità nei pazienti dislipidemici che non possono assumere statine.


Per valutare gli effetti combinati dell’attività fisica e della terapia con statine sul rischio di mortalità, un gruppo guidato da Peter Kokkinos, della George Washington University, ha identificato un gruppo di pazienti dislipidemici tra coloro che si erano sottoposti a una prova da sforzo presso due centri dei Veterans Affairs tra il 1986 e il 2011. Gli autori hanno valutato lo stato di forma di ogni paziente sulla base di equivalenti metabolici (MET).


L'endpoint primario era la mortalità per qualsiasi causa, aggiustata in base a età, indice di massa corporea (BMI), etnia, sesso, storia di malattia cardiovascolare, terapia farmacologica e fattori di rischio cardiovascolare.


La ricerca delle cartelle cliniche ha portato a identificare 10.043 pazienti, che avevano una età media di 59 anni, un BMI medio di circa 29 kg/m2,e un picco di MET pari a 7,4. Di questi soggetti, 5.046 assumevano le statine e 4997 no.


Gli utilizzatori di statine erano tendenzialmente più anziani e tendevano ad avere una capacità di esercizio più bassa, un BMI più alto, un’incidenza superiore di malattie cardiovascolari, più fattori di rischio, nonché a fare un maggior uso di farmaci cardiovascolari.


Nel gruppo che prendeva le statine, il profilo lipidico è migliorato durante il follow-up rispetto alla situazione di partenza, con una riduzione del colesterolo totale (da 238 mg/dl a 172 mg/dl), del colesterolo LDL (da 164 mg/dl a 101 mg/dl) e dei trigliceridi (da 142 mg/dl a 134 mg/dl), ma senza variazioni del colesterolo HDL (47 mg/dl).


Anche nel gruppo non in trattamento con statine il profilo lipidico è migliorato, ma in modo meno consistente rispetto al gruppo che prendeva gli ipolipemizzanti, con una riduzione del colesterolo totale ed LDL (rispettivamente da 234 mg/dl a 199 mg/dl e da 156 mg/dl a 140 mg/dl), ma senza riduzioni dei trigliceridi (134 mg/dl) e dell’HDL (47 mg/dl).


Durante il follow-up mediano di 10 anni, ci son stati 2.318 decessi, pari a un tasso di mortalità di 22 decessi per anni-persona . Tra coloro che prendevano le statine la mortalità complessiva è risultata del 18,5% rispetto al 27,7% del gruppo che non assumeva i farmaci (P <0,0001).


In entrambi i gruppi, la mortalità è diminuita con l'aumentare della forma fisica dei pazienti. Nel gruppo statine, i pazienti più in forma fisicamente (con un MET > 9) hanno mostrato una riduzione del rischio di mortalità del 70% rispetto a quelli meno in forma (con un MET ≤ 5) (P <0,0001). Nel gruppo che non prendeva le statine, il sottogruppo dei pazienti meno in forma ha mostrato addirittura un aumento del 35% del rischio di mortalità (P <0,0001), mentre quello dei pazienti più in forma una riduzione del 47% (P <0,0001).


Per l'intera coorte, ogni aumento di un punto del MET della capacità di esercizio si è associato a una riduzione del 12% del rischio di mortalità (17% nel gruppo statine e 11% nel gruppo senza statine).


Tra i limiti dello studio vi è in particolare il fatto che i pazienti erano uomini, per cui è difficile estrapolare i risultati alle donne. Inoltre, gli autori non avevano dati sugli interventi cardiovascolari o sulla mortalità cardiovascolare, né dati sugli effetti avversi delle statine, specie se la terapia avesse interferito con la capacità di esercizio.


Nel loro editoriale di commento, Pedro Hallal, della Federal University of Pelotas di Rio Grande do Sul, in Brasile e I-Min Lee, della Harvard Medical School di Boston, sosotengono che la prescrizione dell’attività fisica ai pazienti deve essere posta sullo stesso piano di quella dei farmaci, rispetto alla quale ha il vantaggio di essere meno costosa e meno rischiosa.


"Il costo del fare attività fisica è inferiore a quello dell’acquistare dei farmaci, e l'attività fisica di intensità moderata ha meno effetti collaterali" sottolineano i due editorialisti, aggiungendo che fare esercizio fisico dovrebbe diventare un’abitudine quotidiana.


P.F. Kokkinos, et al. Interactive effects of fitness and statin treatment on mortality risk in veterans with dyslipidemia: A cohort study" Lancet 2012; doi: 10.1016/S0140-6736(12)61426-3
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