Molti medici danno le statine a pazienti che in realtà hanno poche possibilità di beneficiare di questi ipocolesterolemizzanti. È ciò che accade quanto meno negli Stati Uniti, come rivelato da una recente indagine i cui risultati sono appena stati pubblicati online su Jama. I clinici, ammoniscono gli autori, dovrebbero tenere invece nel giusto conto il rischio cardiovascolare di base dei loro assistiti prima di prescrivere le statine per il trattamento dell’iperlipidemia. 


Il rischio basale del paziente è un fattore chiave nel determinare il rapporto rischio-beneficio di questi farmaci, che, com’è noto, sono tutt’altro che privi di effetti collaterali. Eppure i medici Usa, stando al quadro che emerge dalla survey, sembrano non valutarlo correttamente.


Gli autori dello studio, guidati da Michael Johansen, della University of Michigan di Ann Arbor, hanno inviato un questionario anonimo a 750 medici scelti in modo casuale da un campione di rappresentativo di camici bianchi dell’American Medical Association Physician Masterfile. Il questionario conteneva sei domande in forma di vignette riguardanti ipotetici pazienti non cardiopatici di diversa età (dai 40 ai 75 anni) e sesso, con diversi livelli di rischio cardiovascolare di base, per ciascuno dei quali il medico poteva scegliere se e come trattare l’iperlipidemia.


Dei 202 medici che hanno inviato risposte utilizzabili (per il 44,6% medici di famiglia, il 29,2% cardiologi e il 26,2% internisti), oltre il 70% ha detto che potrebbe prescrivere una statina a pazienti che hanno in realtà una probabilità molto bassa di sviluppare malattie cardiache nei successivi 10 anni in base ai loro livelli di colesterolo, di pressione arteriosa e di altri fattori di rischio .


La percentuale di quelli che hanno risposto di poter prendere in considerazione la prescrizione di una statina a ognuno degli ipotetici pazienti è risultata compresa tra il 40 e il 94%.


I medici che avrebbero prescritto le statine ai tre pazienti ritenuti a rischio molto basso di malattie cardiache - per esempio, una donna di 40 anni con il colesterolo alto e l’ipertensione ben controllata – sono stati il 73-89%.


"Molti medici hanno il ‘grilletto facile’ e si limitano a prescrivere una statina, il che non è necessariamente corretto" ha commentato Franz Messerli, a capo del programma contro l’ipertensione del St. Luke's-Roosevelt Hospital in New York City.


La sola paziente alla quale meno della metà dei medici ha dichiarato che avrebbe prescritto le statine - una donna di 55 anni diabetica e con bassi valori di LDL – avrebbe invece probabilmente tratto beneficio da questi farmaci per via del diabete.


Negli Stati Uniti circa un quarto degli adulti al di sopra dei 45 anni assume questi ipolipemizzanti, con costi che variano da 11 a più di 200 dollari al mese.


La fotografia scattata dall’indagine, scrivono gli autori, suggerisce che i medici Usa non stanno facendo un buon lavoro nel considerare i rischi cardiovascolari di un paziente al momento di decidere se prescrivere o meno una statina.


Anche se il questionario non chiedeva ai partecipanti di motivare le proprie decisioni, per spiegare l’esito dell’indagine Johansen ha ipotizzato che i medici potrebbero essersi focalizzati solo sui livelli di LDL dei pazienti. Messerli ha invece sottolineato il peso della pubblicità diretta al consumatore su questi farmaci e rimarcato come alcuni di questi annunci siano abbastanza fuorvianti riguardo ai reali benefici delle statine.


Il risultato è che "i medici sono messi sotto pressione dai loro pazienti" ha detto Messerli. Può accadere, per esempio, che un paziente che non ha davvero bisogno di una statina chieda al suo curante di prescrivergliela perché l’ha vista in televisione, così come potrebbe succedere che un paziente diabetico, ma con bassi livelli di colesterolo, sia recalcitrante nel prenderla. "La questione non è semplice" ha affermato Messerli.


Per capire quanto conta effettivamente la pubblicità, sarebbe interessante condurre un’indagine analoga sui medici di casa nostra e vedere se si otterrebbero risultati sovrapponibili oppure no, visto che nel nostro Paese la pubblicità dei farmaci etici ai consumatori è vietata.


M.E. Johansen. A National Survey of the Treatment of Hyperlipidemia in Primary Prevention. JAMA Intern Med. 2013;doi:10.1001/jamainternmed.2013.2797.
http://archinte.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=1666428


Alessandra Terzaghi