Trattare con acidi grassi polinsaturi (PUFA) i pazienti con alterata glicemia a digiuno e ad alto rischio di malattia cardiovascolare non ha fermato la progressione dell'aterosclerosi (valutata in base alle variazioni dello spessore dell’intima-media carotidea (IMT), mentre il trattamento con insulina glargine nella stessa popolazione di pazienti ha mostrato una tendenza verso un vantaggio con due misure dell’IMT della carotide comune, ma non ha mostrato alcuna riduzione dell’endpoint primario dello studio rappresentato dal valore massimo della IMT misurato in 12 segmenti della carotide.

Sono queste le conclusioni dello studio GRACE, un sottostudio dello studio ORIGIN, appena presentato al congresso della Società Europea di Cardiologia da Eva Lonn, della McMaster University di Hamilton, in Ontario.

L’autrice ha spiegato che gli studi precedenti, in particolare il GISSI-Prevenzione e il GISSI-Heart Failure, hanno mostrato un beneficio, piccolo ma significativo, del trattamento con gli acidi grassi omega-3. E alcune linee guida di prevenzione appoggiano l'uso di integratori a base di olio di pesce (ricco di omega-3) nei pazienti con alterazioni del profilo lipidico, come l’ipertrigliceridemia e bassi livelli di HDL-C.

Parlando con i media, però, la Lonn ha sottolineato che una recente metanalisi, pubblicata prima degli studi ORIGIN e GRACE, ha mostrato che le evidenze sui benefici degli acidi grassi omega-3 in prevenzione secondaria sono insufficienti. Secondo l’autrice, l’assenza di beneficio nei soggetti ad alto rischio,  tra cui i pazienti dello studio GRACE, è legata probabilmente all'assunzione concomitante di altre terapie, come l'uso aggressivo di farmaci antipertensivi e delle statine, che sono più efficaci nel trattare l'aterosclerosi.

L’autrice ha detto che sono attualmente in corso due studi sull’uso degli omega-3, ma ha specificato di non prescrivere molto olio di pesce ai suoi pazienti, fatta eccezione per quelli con ipertrigliceridemia grave che non si riescono a controllare altrimenti. Inoltre, ha aggiunto che i pazienti diabetici pongono di fronte a grosse sfide, perché necessitano di farmaci per controllare la glicemia, hanno bisogno di prendere le statine, devono tenere adeguatamente sotto controllo la pressione arteriosa, non dovrebbero fumare e dovrebbero perdere peso. “Presentano molte sfide, ma spesso i medici sono distratti da altri interventi che si ritengono miracolosi perché naturali, ma in realtà non lo sono”.

Presentato la prima volta all’ultimo congresso dell’'American Diabetes Association a Philadelphia, e pubblicato nel giugno scorso sul New England Journal of Madicine, lo studio ORIGIN ha mostrato che il trattamento con acidi grassi omega-3 non è riuscito a ridurre gli eventi cardiovascolari nei pazienti con diabete di tipo 2, alterata glicemia a digiuno o intolleranza al glucosio, che avevano malattie cardiovascolari o erano ad alto rischio di eventi cardiovascolari.

Nello studio, i pazienti sono stati trattati con insulina glargine, con un target di glicemia digiuno inferiore a 95 cura mg/dl, o sottoposti alla terapia standard e trattati con acidi grassi omega 3 (una capsula da 1 g contenente 465 mg di acido eicosapentaenoico e 375 mg di acido docosaesaenoico) oppure placebo.

Il sottostudio GRACE si è focalizzato sui 1.091 pazienti per i quali era disponibile almeno un’ecografia carotidea dopo la randomizzazione. Di questi, 533 sono stati trattati con insulina glargine e 558 con la terapia standard. Inoltre, 539 pazienti sono stati trattati con acidi grassi omega-3 e 552 con placebo.

Dopo un periodo medio di 5 anni dal basale all'ultima ecografia carotidea, gli autori non hanno visto un effetto significativo di insulina glargine rispetto al placebo sull’endpoint primario; tuttavia hanno evidenziato un modesto effetto benefico dell’insulina glargine sulle misurazioni dell’IMT della carotide comune e della biforcazione carotidea.

La Lohn ha spiegato che alcuni autori ipotizzano che la riduzione della glicemia e i suoi effetti sulla malattia macrovascolare differiscano da quello delle statine e della terapia antipertensiva. "L'effetto potrebbe essere molto lento e quindi è possibile che si possa vedere un beneficio in seguito” ha detto l’autrice, la quale ha aggiunto che da un punto di vista pratico, le persone con uno stato di iperglicemia devono essere trattate. A questo proposito, ha sottolineato la ricercatrice, “quel che si evince dai risultati del braccio trattato con insulina glargine è, quanto meno, che il farmaco si è dimostrato sicuro nei pazienti con diabete allo stadio iniziale ed è stato ben tollerato, con pochi casi di ipoglicemia”.

Comunicato dell’ESC sullo studio GRACE