COVID-19

Covid, come è cambiato l'impatto del virus e della malattia grazie all'innovazione dei vaccini a mRNA

Il Covid ha modificato vari ambiti della nostra vita, dai rapporti con gli altri, alle attività quotidiane, al nostro modo di pensare e di vedere il futuro. Le prospettive fortunatamente sono cambiate nel tempo grazie all'impegno di tutti nel cercare di diffondere il meno possibile il virus con l'ausilio di strumenti di protezione individuali come le mascherine, ma anche grazie ai vaccini e ai farmaci che hanno permesso di salvare milioni di vite.

Il Covid ha modificato vari ambiti della nostra vita, dai rapporti con gli altri, alle attività quotidiane, al nostro modo di pensare e di vedere il futuro. Le prospettive fortunatamente sono cambiate nel tempo grazie all’impegno di tutti nel cercare di diffondere il meno possibile il virus con l’ausilio di strumenti di protezione individuali come le mascherine, ma anche grazie ai vaccini e ai farmaci che hanno permesso di salvare milioni di vite.

Questi argomenti sono stati al centro dell’evento formativo ECM “Confronto interdisciplinare sulla vaccinazione COVID 19: approcci ed esperienze” con l’intento di sensibilizzare sull’importanza di non abbassare la guardia rispetto al Covid che, seppur meno aggressivo, è comunque ancora presente. L’evento si è svolto in 3 sedi contemporaneamente Roma, Torino e Napoli realizzato con il contributo non condizionante di Moderna Italia.

Situazione Covid oggi
Oggi assistiamo alla graduale diminuzione delle restrizioni riguardo al Covid anche se l’attenzione deve restare alta. “I numeri dicono che nell'ultima settimana in Italia sono morte 129 persone per il covid, la numerosità dei casi tende addirittura ad incrementarsi recentemente; i numeri stanno ad indicare che questa malattia è ancora presente ed è ancora una patologia che deve essere attentamente seguita e bisogna creare attenzione perché rimane un problema di sanità pubblica molto rilevante.
Siamo arrivati a più di 189.000 decessi in totale in Italia e 20 morti al giorno, questa più o meno la media che stiamo registrando.

Il numero delle ospedalizzazioni, quello dei pazienti in terapia intensiva è abbastanza stabile, il ché unito al mantenere aperti reparti per il ricovero di pazienti con il covid indica che questa malattia è ancora presente” evidenzia il prof. Massimo Andreoni, Professore Emerito di Malattie Infettive Università Tor Vergata Roma, Direttore Scientifico della Società italiana di Malattie Infettive e Tropicali.

“Il virus si sta endemizzando, se vogliamo usare un termine un pochino più tecnico, cioè è sempre presente all'interno della nostra popolazione e dovrebbe assumere, e uso il condizionale, una stagionalità, nel senso che abbiamo visto nelle ondate precedenti che il maggior numero di casi l'abbiamo sempre avuto nella stagione autunnale-invernale o stagione influenzale, come siamo abituati a chiamarla” precisa il Prof. Giancarlo Icardi, Direttore Dip. Scienze Salute, Università di Genova, Direttore UO Igiene Policlinico San Martino, Genova.

Come sta mutando il virus SARS-CoV-2
Il virus SARS-CoV-2 continua fortemente a mutare.
L'Organizzazione mondiale della sanità sta monitorando da vicino la nuova sottovariante di Omicron che sta provocando un'ondata di nuovi casi di Covid-19 e che è partita dall’ India.

XBB.1.16 - nota anche come "Arcturus", il nome della stella più luminosa dell'emisfero celeste settentrionale - è stata rilevata in 21 Paesi a partire dal 27 marzo e che viene ritenuta una "variante di interesse" visto che sta interessando più di 34 paesi compresa l’Italia.
“Il virus continua a variare e questo è un dato che in qualche modo deve farci porre attenzione perché ovviamente ogni volta che abbiamo una nuova variante dobbiamo andare a capire: a) quanto si trasmette; b) quanto è virulenta, cioè quanto da malattia; c) come risponde al vaccino; d) come risponde ai trattamenti con anticorpi monoclonali, alle terapie antivirali e via dicendo.

Ogni variante che compare, in realtà, rimette in discussione tutta una serie di considerazioni che sono evidentemente molto importanti.
È chiaro che Omicron ha fatto una svolta epocale, infatti è una variante lontanissima da quelle che la hanno preceduta e che erano tra di loro molto vicine in termini filogenetici. Oggi invece, da ormai più di un anno, stiamo assistendo ad un nuovo virus: il virus Omicron con le sue infinite varianti. Il virus ha subito una variazione così importante da portare alcuni studiosi a pensare che ci sia stato un ulteriore salto di specie cioè un’ulteriore variazione del virus passando attraverso un nuovo animale, rendendo il SARS-CoV-2 altamente instabile, quindi con grande facilità a mutare”.

Virus meno potente?
Siamo in una fase in cui il virus sembrerebbe, per alcune caratteristiche, un pochino meno aggressivo, un pochino meno patogeno rispetto alle varianti precedenti; in realtà la grande diversità è data soprattutto da quella che è l'immunità che si è creata nella popolazione attraverso le vaccinazioni e attraverso le infezioni naturali.

“Noi tutti siamo stati infettati dal virus una, due volte, alcune persone addirittura quattro volte, la grande maggioranza di noi ha fatto un certo numero di dosi di vaccino creando così l’elemento vincente che è l’immunità. In Cina, dove c’è stato anche nelle scorse settimane un forte aumento dei casi, i vaccini utilizzati sono stati dei vaccini poco validi o addirittura non sono stati somministrati. La popolazione cinese è stata molto in lockdown quindi non c’è stata una circolazione importante del virus che potesse creare un'immunità naturale. Sommando un vaccino poco efficace e poche infezioni naturali non si è creata la giusta immunità e si è avuta una nuova impennata di casi e di decessi, probabilmente anche sottostimata rispetto ai valori ufficiali” sottolinea Andreoni.
Il virus SARS-CoV-2 continua a essere un virus pericoloso, è la nostra immunità che lo rende un pochino meno pericoloso.

Scenari futuri
“Non credo ci ritroveremo mai nella situazione di tre anni fa perché per quanto il virus possa modificarsi comunque è un virus che resterà per molte caratteristiche simile al virus di Wuhan; quindi, al virus che ha circolato dall'inizio; la nostra immunità, per quanto potrà essere un po' meno efficace nei confronti di possibili nuove varianti, rimane una immunità valida contro il SARS-CoV-2.

Potrebbe accadere un peggioramento della situazione che viviamo oggi per due ordini di motivi: innanzitutto potrebbe arrivare una variante un pochino più aggressiva e in secondo luogo la nostra immunità potrebbe diminuire considerato il crollo importante delle vaccinazioni a cui oggi stiamo assistendo a causa dell’esitazione vaccinale.
Oggi in Italia i dati riguardo alle percentuali dei soggetti vaccinati sono preoccupanti, anche riguardo ai soggetti più anziani; ci fanno pensare che evidentemente queste persone si stanno allontanando sempre di più e quindi quei quattro mesi, sei mesi che abbiamo imparato essere un tempo necessario per avere un richiamo che rifornisce bene la nostra immunità, è ormai raggiunto e superato da molte persone fragili e anziane” chiarisce Andreoni.
Questo crea un po' di preoccupazione per quello che potrebbe essere nei prossimi mesi l'andamento dell'epidemia, soprattutto in autunno, se non si procederà con un nuovo richiamo vaccinale.

Chi deve continuare a vaccinarsi
Soggetti anziani e particolarmente fragili sono esposti in prima persona al rischio di avere una malattia severa e di essere ospedalizzati e, in qualche caso, di andare incontro anche a decesso. Per questi soggetti c'è un'esigenza primaria alla vaccinazione.
Bisogna considerare che la vaccinazione riduce il rischio anche di infezione e sicuramente riduce il rischio di trasmissione dell’infezione; quindi, il soggetto vaccinato anche se si infetta, infetta meno le altre persone e per minor tempo. In quest'ottica, la vaccinazione serve a ridurre l'ulteriore circolazione del virus.

“La logica è vaccinare tutti per proteggere i più fragili cioè anziani, portatori di patologie croniche e immunodepressi. Quello che dovrebbe cambiare è probabilmente un po' la tempistica. Nei soggetti più fragili la vaccinazione deve ancora rimanere abbastanza ravvicinata. Nel resto della popolazione probabilmente siamo arrivati alla vaccinazione annuale tipo l’influenza e per questo dovremmo smettere di parlare di booster vaccinale ma parlare semplicemente di vaccinazione così come facciamo per l'influenza.
Una vaccinazione annuale con vaccino aggiornato e una buona adesione alla vaccinazione permette di mantenere un buon livello di immunità nella popolazione” spiega Andreoni.

“In questo momento c'è un documento ufficiale sia del centro per il controllo delle malattie infettive a livello europeo sia di altri enti come può essere quello statunitense o lo stesso nostro Ministero della Salute, l'Istituto Superiore di Sanità che dice, in funzione dei dati, che i soggetti con più di 80 anni che hanno eseguito l'ultima dose da più di sei mesi, che sono quelli che poi hanno in questo momento il maggior rischio di sviluppare complicanze, sarebbe opportuno che si sottoponessero alla somministrazione di un’ulteriore dose.

I soggetti over 80 sono i soggetti più a rischio; tuttavia, sono stati fatti dei modelli matematici che hanno definito, in funzione delle conoscenze che abbiamo acquisito in questo periodo di tre anni di pandemia, che il massimo dei vantaggi dalla vaccinazione l'avremo se noi faremo una cosiddetta campagna vaccinale d'autunno soprattutto sui soggetti con più di 60 anni.

Perché, oggi la vaccinazione ha l'obiettivo di limitare i danni, di controllare la malattia, un po' come facciamo per l’influenza e quindi limitare il più possibile i casi nuovi, limitare le complicanze, le ospedalizzazioni, le terapie intensive e i decessi.
E’ possibile raggiungere questo obiettivo con una vaccinazione stagionale, quindi una campagna importante in autunno per i soggetti con più di 60 anni e, indipendentemente dall'età, per tutti quei soggetti che hanno condizioni di rischio. Quindi il soggetto trentenne che ha una malattia cardiaca cronica, un soggetto quarantenne o ventenne che ha una patologia cronica al sistema respiratorio sono quelle persone che vanno comunque vaccinate” aggiunge Icardi.
“Addirittura, questo modello matematico ha fatto una stima che se dovessimo raggiungere coperture vaccinali elevate cioè riuscire a vaccinare almeno il 75-80% della popolazione target, cioè gli over 60 e i soggetti a rischio, limiteremmo il numero delle ospedalizzazioni dal 33 al 45%.

Questo è un dato importante perché quando noi parliamo di decine di migliaia di casi è chiaro che andiamo anche a limitare l'impatto sugli ospedali e sappiamo quanto nella stagione invernale è importante limitare l'accesso agli ospedali, sia per la salute della popolazione e che per il carico di lavoro negli ospedali” dichiara Icardi.
“Il virus SARS-CoV-2 è stato responsabile, negli scorsi anni, di un numero di ricoveri e morti inimmaginabili e di sindromi da 'long covid' non ancora completamente note alla scienza. Tale eccesso di mortalità si è stratificato in tutte le fasce d'età, ancorché più rilevante tra gli anziani e i pazienti fragili. L'attuale riduzione della severità della patologia e dell'aggressività del virus è dovuta per la gran parte alla campagna vaccinale che, nel nostro Paese come in altri, è stata condotta in tempi record.

Tuttavia, è noto che la copertura anticorpale fornita dai vaccini disponibili, che sono sicuri e straordinariamente efficaci contro la patologia severa, si riduce nel tempo ed è ormai acclarato che, per contenere gli effetti dell'infezione, soprattutto nei pazienti fragili, siano necessari richiami periodici. L'invito alle Autorità Sanitarie è quello di provvedere in breve tempo alla definizione delle schedule vaccinali, che verosimilmente dovranno essere diverse per la popolazione generale e quella a maggior rischio per età o patologie di base, e di rendere noti, attraverso una corretta campagna informativa, i percorsi operativi necessari alla popolazione per accedere alla vaccinazione come diritto sancito dalla nostra Costituzione” spiega la prof.ssa Roberta Siliquini, presidente della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica e professore ordinario di Igiene presso l’Università di Torino.