Le cattive abitudini sono dure a morire. Lo evidenzia un’analisi presentata in occasione del congresso Chest 2014 (tenutosi di recente ad Austin, in Texas), dalla quale emerge che nelle unità di terapia intensiva i medici sono stati troppo lenti a smettere di sottoporre i pazienti a uno stretto controllo della glicemia, nonostante uno studio randomizzato e controllato pubblicato ormai 5 anni fa abbia evidenziato che è una pratica rischiosa.

Quest’approccio aveva preso piede dopo che lo studio Leuven 1 (pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2001) aveva suggerito un miglioramento nei pazienti chirurgici sottoposti a un controllo glicemico stretto. Otto anni dopo, tuttavia, un altro studio, chiamato NICE-SUGAR, ha evidenziato un aumento della mortalità associato a questa pratica.

"La nostra analisi evidenzia che bisogna stare attenti al tipo di popolazione sulla quale si vogliono mettere in pratica le evidenze" ha detto Daniel Niven, dell'Università di Calgary, presentando i dati.

"Probabilmente, è meglio aspettare uno studio di conferma prima di adottare ampiamente un dato trattamento"; invece “i medici delle terapie intensive, stando ai nostri risultati, faticano a rinunciare a un intervento che ritengono utile” ha aggiunto il ricercatore.

"Leuven 1 era un buono studio, ma è stato fatto su un gruppo ristretto di pazienti, mentre i medici ne hanno estrapolato i risultati ad altri gruppi" ha sottolineato Niven.

Lo studio suggeriva che il controllo glicemico stretto (definito come l'utilizzo di insulina per via endovenosa per mantenere la glicemia all’interno del range 80-110 mg/dl) migliora gli outcome nei pazienti chirurgici. Tuttavia, si trattava di un’analisi monocentrica su un gruppo specifico di pazienti e lavori successivi hanno dimostrato che questa pratica potrebbe in realtà danneggiare alcuni malati.

Lo studio prospettico e multicentrico NICE-SUGAR, infatti, ha dimostrato un'associazione tra controllo glicemico stretto nei pazienti ricoverati in terapia intensiva e aumento della mortalità.

Nel lavoro presentato al congresso di Austin, Niven e i colleghi hanno utilizzato per la loro analisi i dati estratti dal database APACHE III relativi a 368.030 pazienti adulti ricoverati in 102 unità di terapia intensiva dal gennaio 2001 al dicembre 2012.

I ricercatori hanno, innanzitutto, analizzato quanti pazienti avevano valori di glicemia fisiologicamente più estremi nelle prime 24 ore di ricovero in terapia intensiva, considerando come controllo stretto della glicemia valori compresi tra 80 e 110 mg/dl.

Prima della pubblicazione dello studio Leuven 1, i pazienti ricoverati in terapia intensiva sottoposti a un controllo stretto della glicemia erano il 20,3% (IC al 95% 19,7-20,8). Dopo l’uscita del lavoro, l’incidenza del controllo glicemico stretto è aumentata dello 0,50% per trimestre (IC al 95% 0,40-0,60; P < 0,0001). L'aumento è risultato maggiore nei pazienti chirurgici, oggetto dello studio (odds ratio per trimestre 1,04, IC al 95% 1,03-1,04; P < 0,0001).

Dopo l’uscita dello studio NICE-SUGAR, evidenzia l’analisi attuale, il tasso di incremento del controllo glicemico stretto è diminuito (P = 0,002 per la variazione del tasso trimestrale); tuttavia, l'incidenza complessiva del controllo stretto della glicemia in terapia intensiva non è calata (P = 0,7 per il trend trimestrale). Alla fine dello studio, la percentuale di pazienti soggetti a uno stretto controllo della glicemia è risultata del 36% (IC al 95% 34,9-37,1).

Questi risultati suggeriscono che una diffusione passiva dei cambiamenti delle raccomandazioni potrebbe essere insufficiente per invertire una pratica di lunga data, e che a tal fine potrebbero essere necessari strumenti di comunicazione più attivi. Insomma, la pubblicazione degli studi sulle riviste mediche non basta, occorre una maggiore pro attività nelle diffusione delle informazioni, ha rimarcato Niven,

L'attaccamento emotivo dei medici a procedure che potrebbero non essere più le migliori può influire sulle loro scelte e sulle loro azioni, ha sottolineato, inoltre, il ricercatore. "In terapia intensiva, penso che questo sia un grosso problema perché i nostri pazienti spesso stanno molto male e hanno alte probabilità di decesso. Tendiamo a voler fare le cose che pensiamo abbiano senso, ma quello che stiamo imparando, sempre di più, è che fare meno potrebbe essere la strada giusta da percorrere " ha aggiunto l’autore.

L’abbandono di una pratica che non si è rivelata la migliore è un problema attuale e spesso è troppo lento, ha sottolineato Harvey Reich, dell'Università del Vermont e direttore della terapia intensiva del Rutland Regional Medical Center. “Ci vogliono circa 10 anni, ed è troppo” gli ha fatto eco Niven.

"E 'facile saltare sul carro di una pratica nuova, soprattutto quando sembra essere efficace e fare la differenza ai fini della mortalità, perché tutti cercano di fare la cosa giusta per i loro pazienti. Tuttavia, questa abitudine spesso si basa sui risultati di un solo studio, che sembrano buoni. Molte volte i dati iniziali sembrano fantastici, ma col passare del tempo non si rivelano tali" ha avvertito Reich.