Diabete, da canagliflozin ancora buone notizie sulla sicurezza cardiovascolare

L'antidiabetico canagliflozin, come anche altri inibitori di SGLT2, riduce il rischio di mortalità per tutte le cause, ospedalizzazioni per insufficienza cardiaca e di eventi avversi cardiovascolari maggiori. Questi importanti risultati provengono da un'analisi basata sulla popolazione di adulti con diagnosi di diabete di tipo 2 e accertata malattia cardiovascolare, pubblicata da pochi giorni su Circulation.

L’antidiabetico canagliflozin, come anche altri inibitori di SGLT2, riduce il rischio di mortalità per tutte le cause, ospedalizzazioni per insufficienza cardiaca e di eventi avversi cardiovascolari maggiori. Questi importanti risultati provengono da un’analisi basata sulla popolazione di adulti con diagnosi di diabete di tipo 2 e accertata malattia cardiovascolare, pubblicata da pochi giorni su Circulation.

“Lo studio EASEL, Evidence for cArdiovascular outcomes with Sodium glucose co-transporter 2 inhibitors in the rEal worLd, è il primo studio a dimostrare che gli adulti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare stabilita presentano un rischio minore di eventi avversi cardiovascolari maggiori se in terapia con gli inibitori del co-trasportatore del sodio glucosio 2”, hanno commentato gli autori con a capo Jacob A. Udell, della Università di Toronto, in Canada, rafforzando ulteriormente gli effetti positivi di canagliflozin e degli altri inibitori dell’enzima SGLT2 nel ridurre il rischio cardiovascolare.

I pazienti diabete di tipo 2 e concomitante malattia cardiovascolare, sottoposti a terapia con canagliflozin o un altro inibitore del SGLT2, presentano un rischio di mortalità per tutte le cause e di ospedalizzazione per insufficienza cardiaca ridotto del 43% dopo un follow-up medio di 1,6 anni, rispetto ai pazienti con le stesse caratteristiche ma che assumevano altre classi di farmaci antidiabetici; gli stessi pazienti inoltre presentavano un rischio ridotto del 33% per gli eventi avversi cardiovascolari maggiori, che includevano mortalità per tutte le cause, infarto miocardico e ictus, entrambi non fatali.
Questa nuova analisi retrospettiva dello studio EASEL si è basata sui dati dell’U.S. Department of Defense Military Health System raccolti dal 4 gennaio 2013 al 31 dicembre 2016.

Lo studio EASEL
Basato sulla popolazione, comprendeva 25.258 pazienti suddivise in due coorti: 12.629 pazienti utilizzatori della terapia con inibitori del SGLT2 e 12.629 pazienti, utilizzatori di una terapia antidiabetica differente dagli inibitori del SGLT2.

Le due coorti sono state abbinate ai punteggi di propensione, con un modello comprendente varie caratteristiche come dati demografici, durata del diabete, comorbidità di base e uso di farmaci, diagnosi, procedure e varie misure di utilizzo delle risorse sanitarie.

Nella coorte in terapia con gli inibitori SGLT2, canagliflozin, empagliflozin e dapagliflozin hanno rappresentato rispettivamente il 58,1%, il 26,4% e il 15,5% dei pazienti. Il follow-up mediano per le due coorti era di 1,6 anni basato sull’analisi intention-to-treat.

L'outcome primario era il dato composito di mortalità per tutte le cause e ospedalizzazione per insufficienza cardiaca. Diversi altri eventi relativi alle malattie cardiovascolari sono stati valutati come endpoint secondari.

L’analisi intention-to-treat ha mostrato che la coorte trattata con canagliflozin e altri inibitori del SGLT2 aveva riduzioni statisticamente significativa dell'incidenza di più endpoint rispetto alla coorte trattata con altri antidiabetici, ed esattamente si aveva un tasso inferiore di mortalità per tutte le cause e ospedalizzazione per insufficienza cardiaca del 43% (1,73 vs 3,01 eventi per 100 anni-persona; Hr: 0,57; 95% Ic: 0,50-0,65; p <0,0001) e di eventi avversi cardiovascolari maggiori del 33% (2,31 vs 3,45 eventi per 100 anni-persona; Hr: 0,67; 95% Ic: 0,60-0,75; p <0,0001).

Anche gli endpoint secondari costituiti dai singoli outcome di mortalità per tutte le cause e ospedalizzazione per insufficienza cardiaca sono risultati statisticamente inferiori nei diabetici con malattie cardiovascolari in terapia con gli inibitori del SGLT2, entrambi con una riduzione del 43% (rispettivamente 1,29 vs 2,26 eventi per 100 anni-persona; Hr: 0,57; 95% Ic: 0,49-0,66; p <0,0001 e 0,51 vs 0,90 eventi per 100 anni-persona; Hr: 0,57; 95% Ic: 0,45-0,73; p <0,0001).

Come endpoint di sicurezza è stata valutata l'amputazione sotto il ginocchio ed è stato osservato che il suo tasso di incidenza era relativamente poco frequente: 35 eventi vs 18 (0,17 vs 0,09 eventi per 100 anni-persona; Hr: 1,99; 95% Ic: 1,12-3,51; p = 0,018), ma non è chiaro se il rischio di l'amputazione degli arti inferiori sotto il ginocchio si estenda agli antidiabetici inibitori del SGLT2 poiché lo studio non è stato utilizzato per effettuare confronti tra i singoli trattamenti.

“In questa coorte ad alto rischio, l'inizio della terapia con gli inibitori del SGLT2 era associato a una più bassa mortalità per tutte le cause, ospedalizzazione per insufficienza cardiaca ed eventi avversi cardiovascolari maggiori” hanno concluso gli autori, sottolineando i benefici che la terapia con canagliflozin o altri inibitori del SGLT2 dà ai pazienti diabetici.

Udell J. A. et al. Cardiovascular Outcomes and Risks After Initiation of a Sodium Glucose Co-Transporter 2 Inhibitor: Results From the EASEL Population-Based Cohort Study. Circulation. 2017;
CIRCULATIONAHA.117.031227. Originally published November 13, 2017
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