In un gruppo di pazienti con diabete di tipo 1, il trattamento con l’inibitore del cotrasportatore del sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2) canagliflozin ha portato a riduzioni dell’emoglobina glicata (HbA1c), del peso corporeo e delle dosi di insulina, senza alcun aumento delle ipoglicemie, rispetto al trattamento con un placebo. Tuttavia, canagliflozi ha aumentato leggermente il rischio di cheto acidosi diabetica. Il risultato arriva da uno studio di fase II presentato all’ultimo congresso annuale dell'Associazione europea per lo studio del diabete (ESAD) a Stoccolma.

"Canagliflozin è approvato per il trattamento del diabete di tipo 2, ma non del diabete di tipo 1" ha spiegato Robert Henry, dell'Università di San Diego, presentando i risultati dello studio. Tuttavia, ha ricordato il professore, “canagliflozin agisce aumentando l'escrezione del glucosio nelle urine e questo meccanismo è indipendente della secrezione di insulina, fatto che rende ragionevole pensare di utilizzare il farmaco nei pazienti adulti con diabete di tipo 1”.

Il professore ha anche detto che questo è il primo studio di fase II in cui si sono valutate efficacia e sicurezza di un inibitore dell’SGLT2 in pazienti affetti da diabete di tipo 1.

Lo studio in questione è un trial randomizzato, in doppio cieco, a gruppi paralleli, che ha avuto una durata di 18 settimane e ha valutato l'efficacia e la sicurezza di canagliflozin rispetto a n placebo in 351 pazienti con diabete di tipo 1 di età compresa tra i 25 e 65 anni, in trattamento con un regime insulinico stabile da almeno 8 settimane.

Il 56% del campione era costituito da uomini, il 91% da bianchi, l’età media era di 41 anni, l’HbA1c media pari al 7,9%, il peso medio era di 83 kg, il BMI medio di 28 kg/m2 e i partecipanti erano malati in media da 22 anni. I pazienti con una storia di chetoacidosi diabetica o di un evento ipoglicemico grave nei 6 mesi precedenti la randomizzazione o con una storia di eventi cardiovascolari o un’ipertensione non controllata sono stati esclusi dallo studio.

I pazienti sono stati assegnati in modo casuale e in parti uguali al trattamento con canagliflozin 100 mg oppure 300 mg o un placebo per 18 settimane. Prima della randomizzazione, i partecipanti erano stati invitati a diminuire le dosi di insulina per ridurre il rischio di ipoglicemia; a quelli con HbA1c non superiore all’8% si è consigliato di ridurre le dosi di insulina basale del 20%, mentre a quelli con HbA1c superiori all'8% si è consigliata una riduzione del 10%. 

La riduzione era consigliata, ma non obbligatoria, per cui alcuni sperimentatori l’hanno fatta fare ai pazienti e altri no, ha riferito Henry.

L'endpoint primario era la percentuale di pazienti che ottenevano una riduzione dell’HbA1c fino allo 0,4% senza aumento del peso corporeo.

Le analisi hanno evidenziato che con entrambi i dosaggi di canagliflozin la percentuale di pazienti che hanno centrato l'endpoint primario è risultata superiore rispetto al placebo: circa il 45% sia con 100 mg sia con 300 mg di canagliflozin contro il 23% nel gruppo di controllo.

Dopo 18 settimane di trattamento, ha riferito Henry, i pazienti trattati con canagliflozin 100 mg hanno ottenuto una riduzione media dell’HbA1c pari allo 0,27% e una riduzione media del peso corporeo del 3,1%, mentre quelli trattati con canagliflozin 300 mg una riduzione media dell’HbA1c dello 0,24% e una riduzione media del 5,1% del peso corporeo, a fronte di un aumento dell’HbA1c dello 0,01% e un aumento ponderale dello 0,3% con il placebo.

Canagliflozin si è associato anche a una riduzione della glicemia a digiuno, ma non statisticamente significativa.

I pazienti trattati con entrambi i dosaggi di canagliflozin hanno anche potuto ridurre i dosaggi della terapia insulinica.

Sul fronte della sicurezza e tollerabilità, non sono state osservate differenze tra i gruppi per quanto riguarda gli episodi ipoglicemici, ma si è registrato un lieve incremento delle infezioni micotiche e del tratto urinario, in particolare nelle donne trattate con canagliflozin 300 mg.

Nei due gruppi trattati con l’inibitore dell’SGLT2, cinque pazienti trattati con 100 mg e sette trattati con 300 mg hanno manifestato chetoacidosi diabetica, mentre nessuno del gruppo placebo ha sviluppato questo evento avverso. Henry ha però sottolineato che tutti i pazienti in cui si è sviluppata la chetoacidosi diabetica presentavano fattori predisponenti verso questa condizione, tra cui malfunzionamento della pompa, aver saltato le somministrazioni di insulina o una malattia concomitante.

Nei prossimi studi clinici su pazienti con diabete di tipo 1, ha sottolineato l’autore, sarà quindi necessario prevedere strategie per ridurre il rischio di cheotacidosi, quali un monitoraggio più stretto dei chetoni o una riduzione dei dosaggi di canagliflozin. " Da questi dati appare chiaro che saranno necessarie dosi più basse di canagliflozin" ha detto Henry.

R. Henry, et al. Efficacy and safety of canagliflozin: results of an 18-week phase 2 study in patients with type 1 diabetes. EASD 2015.