Diabete di tipo 2, empagliflozin protegge il rene anche a lungo termine

L'inibitore dell'SGLT2 empagliflozin, oltre ad essere un ipoglicemizzante di provata efficacia, ha un effetto protettivo sul rene sia a breve sia a lungo termine nei pazienti con diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Lo evidenziano nuovi dati dello studio multicentrico internazionale EMPA-REG-OUTCOME, da poco pubblicati su Lancet Diabetes e Endocrinology.

L’inibitore dell’SGLT2 empagliflozin, oltre ad essere un ipoglicemizzante di provata efficacia, ha un effetto protettivo sul rene sia a breve sia a lungo termine nei pazienti con diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Lo evidenziano nuovi dati dello studio multicentrico internazionale EMPA-REG-OUTCOME, da poco pubblicati su Lancet Diabetes e Endocrinology.
L'analisi mostra, infatti, che il trattamento con empagliflozin esercita effetti benefici a breve e lungo termine sull'escrezione urinaria dell'albumina, indipendentemente dall'albuminuria del paziente al basale.
Nel loro insieme, le evidenze disponibili “probabilmente incoraggeranno i medici a utilizzare regolarmente empagliflozin nei pazienti albuminurici con diabete di tipo 2, tenendo conto dei contesti clinici, degli effetti negativi, dei costi e delle avvertenze associate agli inibitori dell’SGLT2" osservano Marcel Muskiet, del VU University Medical Center di Amsterdam, e altri due esperti in un editoriale di commento.
EMPA-REG-OUTCOME è uno studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo che ha coinvolto 7020 pazienti con diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari, nei quali si è visto che il trattamento con empagliflozin ha ridotto il rischio di eventi cardiovascolari maggiori e di decesso, nonché il numero di ricoveri ospedalieri per insufficienza cardiaca e lo sviluppo o il peggioramento della nefropatia.
L'analisi appena pubblicata è la prima a valutare gli effetti del farmaco sul rapporto albumina-creatinina nelle urine (UACR).
Al basale, i ricercatori (guidati da David Cherne, del Toronto General Hospital) avevano dati per 6953 pazienti, di cui il 59% aveva una normoalbuminuria, il 29% una microalbuminuria e l'11% una macroalbuminuria.
In media, i pazienti sono stati trattati con empagliflozina o placebo per 2,6 anni e osservati per 3,1 anni. La pressione arteriosa e i lipidi erano ben gestiti e circa l'80% assumeva un inibitore del sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS).
Alla settimana 12, rispetto al placebo, empagliflozin ha mostrato di rallentare il peggioramento dell’UACR del 7% nei pazienti normoalbuminurici, del 25% in quelli microalbuminurici e del 32% in quelli macroalbuminurici.
"Le riduzioni dell’UACR si sono mantenute in tutti e tre i gruppi trattati con empagliflozin rispetto al placebo anche nel lungo termine, fino a 164 settimane" scrivono Cherne e i colleghi.
Circa 35 giorni dopo la fine del trattamento, l’UACR è rimasto più basso nei pazienti trattati con empagliflozin che al basale presentavano microalbuminuria o macroalbuminuria, ma non in quelli con normoalbuminuria.
Nel gruppo trattato con l’SGLT-2 inibitore, inoltre, i pazienti avevano maggiori probabilità di ottenere un miglioramento sostenuto dalla microalbuminuria alla normoalbuminuria (hazard ratio 1.43; P <0.0001) o dalla macroalbuminuria alla microalbuminuria o normoalbuminuria (HR 1.82; P < 0,0001) e meno probabilità di andare incontro a un peggioramento sostenuto dalla normalbuminuria alla microalbuminuria o macroalbuminuria (HR 0,84; P = 0,0077).
"L'effetto di empagliflozin sull’UACR sembra andare, in gran parte, al di là degli effetti sul controllo glicemico. Questi risultati suggeriscono la presenza di un effetto persistente di empagliflozin sull’emodinamica renale, che può determinare effetti a breve e lungo termine sull’UACR quando il farmaco è utilizzato in aggiunta all'attuale standard di cura" concludono i ricercatori.
Gli editorialisti osservano che, poiché i maggiori benefici renali sono stati osservati nel sottogruppo con macroalbuminuria, i pazienti con nefropatia cronica avanzata sono quelli che potrebbero trarre il massimo vantaggio dall'inibizione dell’SGLT2, "un'ipotesi che richiede ulteriori studi", scrivono.
Inoltre, aggiungono gli esperti, "ciò rafforza anche la convinzione che l'albuminuria sia un surrogato ragionevole del declino dell’eGFR nei pazienti con diabete di tipo 2 e che l'abbassamento dell’UACR (in aggiunta all'inibizione del RAAS) sia un obiettivo terapeutico valido, che potrebbe tradursi in una riduzione degli eventi renali (e forse cardiovascolari) nei pazienti con nefropatia diabetica”.
D.Z I Cherney, et al. Effects of empagliflozin on the urinary albumin-to-creatinine ratio in patients with type 2 diabetes and established cardiovascular disease: an exploratory analysis from the EMPA-REG OUTCOME randomised, placebo-controlled trial. Lancet Diabetes Endocrinol 2017; http://dx.doi.org/10.1016/S2213-8587(17)30182-1