Diabete di tipo 2, nessun rischio di insufficienza cardiaca con linagliptin #AHA2018

I pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio cardiovascolare non hanno una maggiore probabilitÓ di esiti correlati allo scompenso cardiaco se trattati con il DPP-4 inibitore linagliptin aggiunto allo standard di cura. Sono i risultati di un'analisi secondaria pre-programmata dei dati dallo studio di outcome cardiovascolare CARMELINA, presentati al congresso annuale dell'American Heart Association (AHA) e pubblicati su Circulation.

I pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio cardiovascolare non hanno una maggiore probabilità di esiti correlati allo scompenso cardiaco se trattati con il DPP-4 inibitore linagliptin aggiunto allo standard di cura. Sono i risultati di un'analisi secondaria pre-programmata dei dati dallo studio di outcome cardiovascolare CARMELINA, presentati al congresso annuale dell'American Heart Association (AHA) e pubblicati su Circulation.

Lo studio CARMELINA ha arruolato quasi 7000 pazienti con diabete di tipo 2 e concomitante malattia cardiovascolare aterosclerotica e/o malattia renale, randomizzati a linagliptin orale 5 mg o placebo una volta al giorno, aggiunti alle cure standard.
I principali risultati sono stati presentati il mese scorso al congresso EASD e pubblicati a inizio novembre su JAMA. I dati erano rassicuranti e avevano dimostrato che linagliptin era sicuro, in quanto non vi era alcun impatto negativo sugli eventi cardiovascolari o renali nella popolazione dello studio.

A poca distanza è stata effettuata una ulteriore analisi sulle percentuali di ospedalizzazione per insufficienza cardiaca e su altri esiti cardiovascolari, motivata dal fatto che nel 2013, nello studio SAVOR-TIMI 53, un altro farmaco della classe, saxagliptin, aveva aumentato il rischio di ospedalizzazione per insufficienza cardiaca rispetto al placebo quando aggiunto alle cure usuali nel diabete di tipo 2. Questi risultati avevano sollevato preoccupazioni sull'uso di inibitori della DPP-4 in pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio di eventi di insufficienza cardiaca.

Nessun impatto sui ricoveri per scompenso con linagliptin
Nella nuova analisi secondaria del trial CARMELINA sono stati esaminati i dati relativi ai ricoveri per scompenso, esiti cardiovascolari e decessi, raccolti in modo prospettico dai pazienti coinvolti. In un follow-up medio di 2,2 anni, 435 pazienti hanno avuto almeno un ricovero per insufficienza cardiaca.

I risultati non hanno mostrato:
  • nessuna differenza significativa nell'incidenza di ospedalizzazione per insufficienza cardiaca tra i pazienti trattati con linagliptin e placebo (6,0% rispetto a 6,5%, p=0,26),
  • nessuna differenza tra i due gruppi di trattamento in termini di endpoint compositi di morte cardiovascolare o di ospedalizzazione per insufficienza cardiaca (p=0,39),
  • nessuna associazione tra linagliptin e un aumento del rischio di prima o ricorrente ospedalizzazione per insufficienza cardiaca rispetto al placebo (p=0,63).
I ricercatori hanno anche valutato l'impatto della storia di ospedalizzazione per insufficienza cardiaca al basale, la velocità di filtrazione glomerulare stimata al basale e il rapporto urine albumina-creatinina, senza trovare segni di eterogeneità.

I pazienti sono stati anche stratificati a seconda che avessero una frazione di eiezione ventricolare sinistra pre-randomizzazione> 50% o ≤ 50%, altro parametro che non ha avuto alcun effetto sui risultati.

L'autore principale Darren McGuire, dell'UT SouthWestern Medical Center di Dallas, Texas, e colleghi riportano che «i risultati dimostrano che linagliptin non ha influenzato il rischio di ospedalizzazione per insufficienza cardiaca o esiti correlati, sia in generale che in sottogruppi selezionati di pazienti». Aggiungendo che «questi dati forniscono ulteriore supporto al fatto che linagliptin può essere usato in sicurezza, senza preoccupazioni per l'aumento del rischio di insufficienza cardiaca, in una popolazione ad alto rischio con diabete di tipo 2 e concomitante malattia cardiovascolare aterosclerotica e/o malattia renale».

Meglio gli SGLT2 inibitori?
In un editoriale di accompagnamento, Faiez Zannad e Patrick Rossignol, dell’Institut lorrain du Cœur et des Vaisseaux Louis Mathieu, in Francia, in merito al dibattito in corso sui rischi di insufficienza cardiaca associati agli inibitori della DPP-4, hanno affermato che «al momento non ci sono meccanismi noti che spieghino un aumento del rischio di insufficienza cardiaca con l'inibizione di DPP-4», e aggiungono che i pazienti nello studio SAVOR-TIMI 53 non hanno avuto aumenti dei fattori di rischio associati allo scompenso cardiaco.

Tuttavia, continuano: «Per estrema cautela, se si deve usare un inibitore della DPP-4, potrebbe essere giusto evitare saxagliptin in pazienti che soffrono o sono a rischio di insufficienza cardiaca, dato che tutti gli altri farmaci della classe non hanno problemi di insufficienza cardiaca, siano essi veri o percepiti».

Secondo loro, l’alternativa appropriata ai DPP-4 inibitori in questi pazienti dovrebbe essere un SGLT2 inibitore come empagliflozin o canagliflozin, sulla base degli esiti mostrati negli studi EMPA-REG e CANVAS.

Scelta rafforzata dai nuovi dati dello studio DECLARE TIMI 58, in cui oltre 17mila pazienti con diabete di tipo 2, di cui 10.000 senza da malattie cardiovascolari al basale, sono stati randomizzati a ricevere dapagliflozin o placebo in aggiunta alle cure standard. I risultati, presentati anche al congresso AHA, hanno associato il farmaco a una riduzione significativa delle ospedalizzazioni per insufficienza cardiaca, accanto a una tendenza non significativa verso una riduzione della frequenza degli eventi avversi cardiaci maggiori.

Bibliografia

Darren K. McGuire DK et al. Linagliptin Effects on Heart Failure and Related Outcomes in Individuals With Type 2 Diabetes Mellitus at High Cardiovascular and Renal Risk in CARMELINA. Circulation. 2018

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