Diabete - Endocrinologia

Diabete e malattie cardiovascolari, al via il trial di confronto head to head tra tirzepatide e liraglutide

Ha preso il via lo studio di fase III SURPASS-CVOT che valuterà i principali esiti cardiovascolari della terapia con il farmaco sperimentale terzipatide, un doppio agonista del recettore GIP e del GLP-1. Saranno esaminate sia la non inferiorità che la superiorità di tirzepatide nei confronti dell'ipoglicemizzante dulaglutide alla dose di 1,5 mg. La data di completamento prevista per lo studio è di poco superiore ai quattro anni.

Ha preso il via lo studio di fase III SURPASS-CVOT che valuterà i principali esiti cardiovascolari della terapia con il farmaco sperimentale terzipatide, un doppio agonista del recettore GIP e del GLP-1. Saranno esaminate sia la non inferiorità che la superiorità di tirzepatide nei confronti dell’ipoglicemizzante dulaglutide alla dose di 1,5 mg. La data di completamento prevista per lo studio è di poco superiore ai quattro anni.

Nei pazienti con diabete di tipo 2 tirzepatide, un doppio agonista recettoriale del GIP (peptide inibitorio gastrico) e del glucagon-like peptide 1 (GLP-1), si è dimostrato efficace nel ridurre l’emoglobina glicata e il peso corporeo, oltre che suggerirne un potenziale nel trattamento di altre condizioni metaboliche.

Il peptide inibitorio gastrico (o GIP, acronimo di Gastric Inhibitory Peptide), è un composto proteico (oggi più conosciuto col nome di Glucose-dependent Insulinotropic Peptide, sempre siglato GIP) con funzione ormonale secreto da cellule duodenali specializzate. Viene rilasciato in due fasi all'arrivo del chimo gastrico nella prima porzione dell'intestino tenue. Inizialmente è stimolato dalla presenza dei glucidi, in un secondo momento reagirà alla presenza dei grassi; in ogni caso ha la funzione di inibire la secrezione delle cellule ossintiche dello stomaco.

«Lilly sta facendo una mossa audace confrontando tirzepatide con dulaglutide, che ha già dimostrato di ridurre significativamente il rischio di eventi cardiovascolari avversi importanti», hanno affermato i co-responsabili dello studio David D'Alessio della Duke University School of Medicine e Stephen Nicholls del Victorian Heart Institute della Monash University, per conto dell’Academic Executive Committee dello studio. «Il trial SURPASS-CVOT fornirà ai clinici che si occupano delle persone con diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari accertate importanti evidenze sul potenziale di tirzepatide nel dare risultati superiori ai migliori farmaci oggi disponibili».

Il trial SURPASS-CVOT
Lo studio di fase III coinvolgerà 12.500 pazienti con diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari aterosclerotiche provenienti da 30 paesi. L'endpoint primario consiste nel tempo alla prima verificarsi del MACE-3, un endpoint composito di morte per causa cardiovascolare, infarto del miocardio o ictus.

Gli endpoint secondari chiave misurano il tempo alla mortalità per tutte le cause e il tempo al verificarsi di ciascun componente dell'endpoint primario.

«Valutiamo costantemente le esigenze di chi soffre di diabete e siamo impegnati nella ricerca di farmaci innovativi che riflettano l'evoluzione degli standard di cura della malattia», ha dichiarato Jeff Riesmeyer, direttore medico senior in Lilly. «Abbiamo fiducia nel potenziale di tirzepatide per aiutare le persone con diabete di tipo 2 a ottenere ulteriori benefici che vadano oltre il controllo della glicemia e non vediamo l'ora di ottenere risultati da SURPASS-CVOT».

Tirzepatide efficace in uno studio di fase IIb
Un precedente studio clinico di fase IIb, noto come LY3298176, ha riscontrato con tirzepatide una notevole riduzione della HbA1c fino al 2,4% e una perdita di peso di 11 kg dopo 26 settimane di trattamento. Ha però mostrato un’alta incidenza di nausea, vomito e diarrea, che hanno portato a un numero elevato di interruzioni della terapia. In particolare con la dose più alta studiata, 15 mg, che era anche la più efficace.

A differenza dei GLP-1 agonisti, i miglioramenti osservati con tirzepatide (10 mg e 15 mg) sono stati attribuiti solo parzialmente alla perdita di peso (28% e 22%, rispettivamente), suggerendo che proprio un effetto indipendente del GIP sulla sensibilità all'insulina possa aver contribuito a ottenere il controllo glicemico clinicamente significativo osservato nello studio dopo 26 settimane.


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