Diabete, il rapporto albumina-creatinina predice il rischio cardiovascolare

Nei pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio cardiovascolare, quando il rapporto albumina/creatinina è elevato, si osserva un rischio più elevato di mortalità per tutte le cause e di eventi cardiovascolari avversi. Lo sostengono i ricercatori di uno studio recentemente pubblicato su JAMA Cardiology riferendo che i livelli di albumina urinaria potrebbero aiutare a stratificare il rischio cardiovascolare indipendentemente da altri biomarker cardiaci comunemente usati.

Nei pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio cardiovascolare, quando il rapporto albumina/creatinina è elevato, si osserva un rischio più elevato di mortalità per tutte le cause e di eventi cardiovascolari avversi. Lo sostengono i ricercatori di uno studio recentemente pubblicato su JAMA Cardiology riferendo che i livelli di albumina urinaria potrebbero aiutare a stratificare il rischio cardiovascolare indipendentemente da altri biomarker cardiaci comunemente usati.

“Bassi livelli di albuminuria migliorano la stratificazione del rischio per i futuri rischi cardiovascolari nei pazienti con diabete di tipo 2” ha commentato Benjamin Scirica, della Brigham and Women's Hospital in Boston, autore dello studio, specificando che “oltre ai biomarker cardiaci il rapporto urinario tra albumina e creatinina fornisce un'utilità prognostica”.

Importanza dell’albumina
Gli autori hanno fatto sapere che non è insolito che le persone con diabete di tipo 2 sviluppino la malattia renale cronica, complicazione ben nota che colpisce tra il 30 e il 40% di questi pazienti. Il rischio di malattia renale può essere stimato attraverso la misurazione del tasso di filtrazione glomerulare stimato (eGFR) o del rapporto albumina/creatinina (ACR).

Livelli più elevati di albumina urinaria sono da considerare un campanello d’allarme per il danno renale e, nei pazienti diabetici, spesso indicano la presenza di nefropatia diabetica.

Lo studio SAVOR-TIMI 53, che ha valutato l'efficacia cardiovascolare e la sicurezza del saxagliptin, ha rilevato che la maggioranza della popolazione studiata, composta da 16.000 pazienti, non ha riscontrato differenze nel rischio di morte cardiovascolare, infarto o ictus. I ricercatori di SAVOR-TIMI 53 hanno anche notato che saxagliptin sembra migliorare l'ACR nel tempo per i pazienti che assumono il farmaco.

Per questo motivo il dottor Scirica, insieme al suo team, ha cercato di determinare i possibili benefici prognostici incrementali dell'ACR oltre ai fattori di rischio stabiliti e ai biomarker cardiovascolari plasmatici.

Rapporto albumina/creatinina e rischio cardiovascolare
The Saxagliptin Assessment of Vascular Outcomes Recorded in Patients With Diabetes Mellitus–Thrombolysis in Myocardial InfACRtion (SAVOR-TIMI), eseguio dal 2010 al 2013, ha valutato la sicurezza di saxagliptin rispetto a placebo nei pazienti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare conclamata o fattori di rischio multipli.

Nel follow-up mediano di 2,1 anni sono stati seguiti 15.760 pazienti dello studio SAVOR-TIMI 3 ed è stato misurato al basale l’ACR riscontrando che la maggior parte di questi pazienti, 36,8%, presentava un’ACR inferiore a 10 mg/g. Quasi il 25% dei pazienti avevano un’ACR compreso tra 10 e 30 mg/g, il 28% tra 30 e 300 mg/g e nel 10,4% superava i 300 mg/g.
Negli adulti sani, l'ACR è in genere inferiore a 10 mg/g mentre la media di questo gruppo era di 17 mg/g.

“I pazienti che avevano registrato livelli più alti di ACR avevano al basale una pressione arteriosa sistolica più alta, avevano vissuto più a lungo con il diabete, presentavano maggiore dislipidemia e ipertensione e tendevano ad avere una malattia arteriosclerotica” ha precisato il dottor Scirica “oltre ad aver registrato livelli più alti di biomarker cardiaci come i peptidi natriuretici e la troponina ad elevata sensibilità”.
Un ACR più elevato è stato associato a un più alto tasso di eventi cardiovascolari: morte cardiovascolare, infarto miocardico o ictus ischemico (3,9% vs 6,9% vs 9,2% vs 14,3%; p <0,001 za), morte cardiovascolare (1,4% vs 2,6% vs 4,1% vs 6,9%; p <0,001) e ricovero per insufficienza cardiaca (1,5% vs 2,5% vs 4,0% vs 8,3%, p <0,001).

Il miglioramento netto della riclassificazione associato all’ACR per ciascun endpoint era di 0,081, 0,129 e 0,056, rispettivamente.
Anche considerando i biomarker cardiaci quali la troponina ad alta sensibilità, i peptidi natriuretici e la proteina C-reattiva ad alta sensibilità, l'ACR ha mantenuto l’associazione con gli outcome. Tuttavia, il miglioramento netto della riclassificazione per ACR è sceso a 0,022, -0,008 e 0,043 per i tre endpoint.

“Se analizzato con i tre comuni biomarker cardiaci, il valore prognostico incrementale dell'ACR era minimo” hanno fatto sapere i ricercatori, che hanno aggiunto "Questo non era previsto data la forte associazione tra i biomarker cardiaci e gli outcome cardiovascolari nei pazienti diabetici”.

"Pertanto, l'utilità di utilizzare l'ACR come strumento per la valutazione del rischio cardiovascolare nei pazienti con diabete di tipo 2 dipende dal fatto che siano stati valutati contemporaneamente anche i biomarker cardiaci stabiliti", hanno concluso i ricercatori.

Scirica B. M. et al. Cardiovascular Outcomes According to Urinary Albumin and Kidney Disease in Patients With Type 2 Diabetes at High Cardiovascular Risk: Observations From the SAVOR-TIMI 53 Trial. JAMA Cardiol. 2017 Dec 6. doi: 10.1001/jamacardio.2017.4228.
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