Diabete

EASD, da Verona uno studio sul diabete di nuova diagnosi offre i dati per una terapia davvero su misura

Per la prima volta si è riusciti a “scattare una fotografia” del diabete nelle fasi molto precoci della sua insorgenza, in modo da rivelarne le diverse componenti nei singoli soggetti.

L’impresa è frutto di un lavoro decennale condotto presso la Divisione di Endocrinologia, Diabetologia e Metabolismo dell’Università di Verona che ha portato ai risultati dello studio VNDS (Verona Newly Diagnosed type 2 Diabetes Study), presentati a Stoccolma nell’ambito del meeting annuale della Società Europea per lo Studio del Diabete (EASD).
Lo studio italiano è importante perché fornisce le indicazioni per impostare una terapia antidiabetica realmente su misura, stabilita cioè sulla base dei difetti predominanti all’origine della patologia nei diversi pazienti, difetti che rimangono comunque caratterizzati fondamentalmente dalla diminuita increzione insulinica (dovuta a una ridotta presenza e/o frequenza della funzione betacellulare) e dalla resistenza all’azione dell’insulina da parte degli organi e dei tessuti periferici. La quantificazione relativa dell’entità di questi fattori, peraltro, finora non era stata adeguatamente studiata e per questo motivo è stato avviato lo studio VNDS che ha potuto avvalersi anche di metodologie allo stato dell’arte.
Nello studio sono stati arruolati 712 pazienti consecutivi con diabete mellito di nuova diagnosi, mai trattati in precedenza con farmaci antidiabetici. I soggetti, oltre alla valutazione dei parametri standard, sono stati sottoposti a un test di sensibilità all’insulina (IS) mediante clamp euglicemico e a un innovativo test da carico di glucosio prolungato (della durata di 5 ore) che ha permesso di ottenere curve del rapporto glucosio/C-peptide per lo studio della funzione beta-cellulare.
I dati sono stati analizzati con uno specifico modello matematico e interpretati utilizzando le banche dati degli studi GENFIEV (GENetica Fisiopatologia ed Evoluzione del diabete di tipo 2) e GISIR (Group of Italian Scientists of Insulin Resistance), relative a soggetti non diabetici, presi come riferimento per definire rispettivamente le soglie di difetto di increzione insulinica e di resistenza all’ormone.
Dall’analisi dei dati è emerso che già al momento della diagnosi di diabete quasi il 90% dei pazienti mostrava una compromissione dell’increzione insulinica e che quasi l’88% presentava una ridotta sensibilità all’insulina. I pazienti che evidenziavano solo una condizione di insulinoresistenza erano l’8,9% del totale mentre quelli che avevano solo un difetto di increzione insulinica erano il 10,9%. La maggior parte dei soggetti studiati (78,9%) al momento della diagnosi di diabete presentava entrambi i difetti, mentre un numero molto ridotto di pazienti (1,4%) non mostrava alcuna alterazione.
Inoltre gli individui con un solo difetto metabolico (19,7%) presentavano ridotti valori di indice di massa corporea, glicemia a digiuno, HbA1c, trigliceridi e funzione beta-cellulare mentre avevano livelli più elevati di colesterolemia-HDL e IS rispetto ai soggetti con sia disfunzione beta-cellulare sia insulinoresistenza (p<0,01).
Lo studio VNDS dimostra dunque che fin dal momento della diagnosi di diabete nella maggior parte delle persone sono presenti sia una compromissione dell’increzione di insulina che una resistenza alla sua azione a livello di organi e tessuti target periferici e che lo stesso diabete è in realtà una malattia molto eterogenea in cui ciascun difetto, preso singolarmente, può determinare elevate concentrazioni di zuccheri nel sangue.
Il momento in cui viene fatta diagnosi di diabete - ha affermato il primo autore dello studio, Marco Dauriz, del Dipartimento di Medicina, Divisione di Endocrinologia, Diabetologia e Metabolismo dell’Università di Verona, membro della Società Italiana di Diabetologia (SID) - rappresenta una finestra temporale privilegiata per poter apprezzare la frequenza e l’entità dei difetti di increzione e azione insulinica, prima che venga avviata una terapia farmacologica. «Caratterizzare le componenti patogenetiche al momento della diagnosi è importante per individuare una strategia terapeutica il più possibile personalizzata. Le banche dati del VNDS e degli studio GENFIEV e GISIR» ha proseguito Dauriz «costituiscono un prezioso strumento per la comunità scientifica per poter indagare i meccanismi causali del diabete di tipo 2 e possibilmente individuare nuove strategie terapeutiche sin dalle forme di pre-diabete».
«L’eterogeneità dei disturbi alla base del diabete tipo 2 è estrema» commenta Enzo Bonora, presidente SID. «Studi come questo documentano che tra i diabetici tipo 2 possono essere individuati soggetti molto diversi tra loro nelle alterazioni che portano alla manifestazione biochimica comune, cioè a una concentrazione elevata di glucosio nel sangue. Per questo abbiamo bisogno e avremo sempre bisogno di molti farmaci con meccanismo d'azione diverso per curare i diabetici tipo 2: in questo momento abbiamo 7 classi diverse di farmaci oltre all'insulina ma abbiamo bisogno di altre molecole. Molte sono in fase di studio».
Dauriz M, Bonadonna RC, Trombetta M, et al. Pancreatic beta cell function, insulin sensitivity and metabolic phenotypes in type 2 diabetes at the time of diagnosis. The Verona newly diagnosed type 2 diabetes study. 2015 Sep 16, EASD, Stockholm. Abstract 85.
leggi



SEZIONE DOWNLOAD