Digital Med

Interazione uomo-macchina. Il punto di vista dello psicologo e l'esempio di AIDA

È uno strumento innovativo progettato per dialogare e rispondere a numerose domande sul diabete; una vera e propria assistente personale digitale che aiuta gli utenti a trovare risposte, in lingua italiana e scientificamente fondate alle domande che le vengono poste. Stiamo parlando di AIDA, Artificial Intelligence Diabetes Assistant, il primo chatbot italiano dedicato al mondo del diabete, realizzato con il supporto di Novo Nordisk e sviluppato da H-FARM.

È uno strumento innovativo progettato per dialogare e rispondere a numerose domande sul diabete; una vera e propria assistente personale digitale che aiuta gli utenti a trovare risposte, in lingua italiana e scientificamente fondate alle domande che le vengono poste. Stiamo parlando di AIDA, Artificial Intelligence Diabetes Assistant, il primo chatbot italiano dedicato al mondo del diabete, realizzato con il supporto di Novo Nordisk e sviluppato da H-FARM.

La chatbot, che è stata lanciata ormai un anno fa in piena emergenza Covid, non fornisce risposte a tutti i quesiti posti, ma impara e si aggiorna in base alle varie richieste degli utenti. AIDA risponde anche ai familiari, caregiver e più in generale agli amici e colleghi che possono interpellarla.

Grazie all’Intelligenza Artificiale, AIDA non si ferma alla semplice risposta: analizza le domande anche da un punto di vista emozionale e cerca di rispondere in modo appropriato all’interlocutore laddove riscontrasse – nelle sue parole - paure, timori e stress legati alla gestione quotidiana della patologia, promuovendo il benessere fisico e psicologico.

Il progetto aiuta comprendere in modo semplice e diretto argomenti anche di tipo scientifico senza tuttavia voler mai sostituirsi al medico.

Quali sono i vantaggi e le problematiche nell’interazione uomo-macchina? Ce lo spiega il Dott. Giuliano Caggiano, Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Membro dell’Ordine degli Psicologi del Lazio.

Come avviene l’interazione uomo-macchina e quali sono le sfide? 
L’interazione uomo-macchina è possibile grazie alla nostra capacità innata di conoscere la realtà mediante schemi mentali. È questa competenza che ha consentito nel tempo di progettare linguaggi-macchina compatibili con il nostro linguaggio naturale. La prima questione da analizzare è quindi riferita proprio ai processi di codifica e di decodifica alla base della interazione uomo-macchina. La seconda questione discende naturalmente dalla prima: nel tempo la comunità scientifica si è posta il problema di ottenere che la macchina non solo sembrasse ragionare, ma fosse capace di usare le stesse strategie adottate dal sistema cognitivo umano. Se parto da questo punto di vista, riesco a intravedere non solo problemi di interazione, ma anche soprattutto le opportunità offerte dalle macchine che possiamo definire estensioni cognitive digitali. Grazie a queste estensioni possiamo parlare di mente aumentata e di intelligenza connettiva. Ovviamente per gestire la complessità di queste connessioni ambientali, è indispensabile acquisire una sufficiente alfabetizzazione digitale e coltivare la propria saggezza digitale.

Potremmo affrontare la questione dell’interazione attraverso una prospettiva multidisciplinare e categorizzare le problematiche in oggettive e soggettive. I problemi oggettivi sono legate all’evoluzione in ambito tecnologico-informatico e riguardano, per esempio la progettazione dei sistemi, i processi di codifica e decodifica, l’interfaccia utente e l’usabilità delle macchine.

Le difficoltà soggettive nell’interazione con la tecnologia possono dipendere da fattori generazionali, valoriali e anche emotivi. Pensiamo alla Generazione Z - i nati dopo il 1995 - che ha una spontanea attitudine verso la tecnologia, assegnandole valori e vissuti emotivi diversi dalle generazioni precedenti - X, Y e Baby boomers. Incide in ogni caso il grado di fiducia accordata alla tecnologia. Per esempio, nei modelli conversazionali usati nel sistema bancario: alcuni clienti dichiarano di preferire ancora l’assistenza attraverso una telefonata, e non da un chatbot.

Come possono essere superate queste difficoltà?
Tornando ai punti di vista oggettivo/soggettivo, ci sono rispettivamente due fattori da considerare: il primo, è quello della tecnologia adattiva, oggetto della filosofia del “design tecnologico” user centred. Significa che quando si progetta una soluzione, questa deve adattarsi il più possibile alle caratteristiche delle persone che ne usufruiranno. Il secondo fattore è relativo alla comunicazione sostenibile: il linguaggio-macchina deve essere trasparente e chiaro, per poter superare la resistenza iniziale. AIDA usa un linguaggio di questo tipo: dichiara di poter essere di supporto ma senza sostituire il medico, al quale consiglia di rivolgersi per qualsiasi emergenza o problema relativo al trattamento del diabete o interazioni tra medicinali.

All’utente si richiede un salto culturale, di superare quindi la diffidenza iniziale e avvicinarsi alla relazione tecnologia con curiosità e voglia di sperimentare, provare e anche sbagliare. L’invito è di vivere questa esperienza digitale, come una sfida, come un percorso di crescita culturale. Se la tecnologia è progettata bene può semplificare molto la vita e dare dei vantaggi rendendo più efficace ed efficiente la nostra quotidianità. Lo abbiamo visto bene durante la pandemia: la tecnologia ci ha permesso di continuare a lavorare, a studiare, a vivere - continuando anche a seguire percorsi terapeutici - una nuova quotidianità, benché mediata dai devices disponibili. Ora dobbiamo imparare a usare al tecnologia in modo saggio, ecologico e sostenibile. E questa è la prossima sfida.

In particolare, AIDA offre l’opportunità di avere accesso a informazioni validate scientificamente, ancor prima di essersi sottoposti a una visita specialistica diabetologica. La validità scientifica delle risposte offerte riduce la possibile diffusione di “fake news” sulla malattia, garantisce al paziente la conoscenza della patologia e facilita la consapevolezza sull’aderenza alla terapia.

Che cosa ha di diverso AIDA rispetto agli altri chatbot?
L’operazione di Novo Nordisk per la progettazione di AIDA è stata coinvolgere professionisti di discipline diverse: diabetologi, psicologi, ingegneri, informatici. Questo gruppo di lavoro ha generato un confronto integrato che ha permesso di unire aspetti tecnologici e scientifici della diabetologia a quelli psicologici ed emotivi del vissuto del paziente. La novità quindi è stata aver incluso il vissuto personale della patologia nella costruzione e nella progettazione dello strumento tecnologico. Abbiamo quindi cercato di classificare le categorie concettuali della patologia, intercettando le principali variabili psicologiche ed emotive. Successivamente abbiamo individuato le aree di contenuto e progettato domande e risposte, sia in ambito scientifico, sia in quello psicologico. Le domande e le risposte sono diventate la base per lo sviluppo del modello tecnologico AIDA.

Come sono state elaborate le domande per AIDA?
Le domande in ambito psicologico sono state elaborate/progettate con un criterio semantico, cioè attraverso associazioni di significato tra parole ricorrenti e emozioni primarie e secondarie. Per esempio, consideriamo alcune domande frequenti: “Di diabete si può morire?” “Il diabete è una malattia grave?”. A queste domande si possono associare sia emozioni primarie - paura, rabbia e tristezza - sia secondarie - ansia, rassegnazione e senso di colpa. L’utente/paziente potrebbe provare senso di colpa per non aver prevenuto la malattia con uno stile di vita sano. Rimorsi e rimpianti conseguenti sono emozioni secondarie. Abbiamo progettato delle matrici che incrociano categorie emotive e domande che esprimono l’emozione dichiarata ed evidentemente associabile oppure l’emozione implicita, non dichiarata ma deducibile.

Quali sono i vantaggi di AIDA dal punto di vista del paziente e del medico?
Per il paziente, il vantaggio è quello di avere a disposizione un canale veloce e accessibile con un semplice click sui vari device - compresa Alexa - che dà informazioni utili e scientificamente validate.

Per i medici, AIDA rappresenta un primo filtro di conoscenza: i pazienti che lo usano arrivano negli studi, oppure nei centri di diabetologia, già consapevoli e minimamente informati sulla patologia. Le conoscenze propedeutiche acquisite rendono la visita più efficiente e l’educazione del paziente più efficace rispetto all’aderenza terapeutica. Per il medico è più difficile affrontare un paziente che non sa nulla della sua patologia, e che spesso ha timore e imbarazzo a fare domande. Quindi il medico diabetologo in corso di visita può focalizzarsi meglio su aspetti più importanti relativi alla cura, al trattamento e alle azioni necessarie a garantire l’aderenza terapeutica.

Perché secondo lei AIDA viene utilizzata maggiormente dai pazienti anziani?
Durante la pandemia c’è stata una consistente crescita dell’alfabetizzazione digitale, anche tra le persone anziane, portata dalla necessità di comunicare e di svolgere operazioni quotidiane: si pensi agli acquisti online, alla Didattica a Distanza, alle operazioni bancarie. I medici di base, per esempio, hanno fatto videochiamate con i pazienti, hanno inviato le ricette elettroniche poiché gli ambulatori non erano accessibili. La crescente diffusione di queste nuove modalità ha rotto abitudini e resistenze consolidate, innescando un vero e proprio cambiamento del mindset digitale, fino ad accettare e usare ampiamente le tecnologie digitali, e dialogare - perché no - con un assistente virtuale come AIDA.