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L'importanza della formazione come leva strutturale per la sanitā digitale

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Nel dibattito contemporaneo sulla trasformazione del sistema sanitario, la sanità digitale non rappresenta più una semplice opzione tecnologica, ma un vero e proprio braccio operativo su cui poggia una parte rilevante della sostenibilità futura del Servizio sanitario. È questo il messaggio centrale emerso con forza dai lavori del Forum Nazionale della Salute Digitale (Fo.N.Sa.D.) e, in particolare, dalla relazione di Alessandro Stecco, Direttore del Centro Studi Telemedicina e Sanità Digitale dell'Università del Piemonte Orientale.

Il Forum Nazionale della Salute Digitale è un think tank di esperti che promuove l’adozione delle tecnologie digitali nel Sistema Sanitario Nazionale. Nato in collaborazione con il Ministero della Salute, Agenas e il Dipartimento per la Trasformazione Digitale, rappresenta uno spazio di confronto strategico tra decisori pubblici, aziende e professionisti, con l’obiettivo di favorire soluzioni digitali innovative, sicure e coerenti con il quadro normativo nazionale ed europeo, a beneficio di una sanità più efficiente e accessibile.

Il consenso tra i relatori e i risultati delle indagini presentate convergono su un punto chiave: la formazione è la leva strutturale senza la quale la sanità digitale non può funzionare. Non si tratta di un intervento accessorio o complementare, ma di una condizione necessaria per rendere efficaci gli investimenti normativi, tecnologici ed economici che negli ultimi anni – anche grazie al PNRR – stanno interessando il settore.

Due leve inseparabili: organizzazione e cultura
La trasformazione digitale della sanità poggia su due leve profondamente interconnesse: quella organizzativa e quella culturale-formativa. L’obiettivo ultimo dell’adozione di soluzioni digitali è chiaro: migliorare la qualità dell’assistenza, aumentare la sicurezza dei pazienti, rendere più efficienti i processi clinici e garantire maggiore sostenibilità e accessibilità al sistema sanitario.

Tuttavia, affinché questo obiettivo si realizzi, il cambiamento deve essere strutturale. Il modello tradizionale di assistenza, basato su episodi isolati di cura, è destinato a lasciare spazio a un paradigma di assistenza continua, la cosiddetta connected care. In questo modello la persona è realmente al centro della presa in carico, con una continuità assistenziale che va dalla prevenzione al follow-up, supportata da monitoraggi costanti e da un’integrazione effettiva tra servizi.

Dal punto di vista organizzativo, ciò implica flessibilità, nuovi modelli di governance – anche decentralizzati – e una chiara ridefinizione delle responsabilità. Sebbene il quadro normativo e programmatorio nazionale sia ormai avanzato, l’erogazione concreta dei servizi di telemedicina resta in capo alle aziende sanitarie e alle loro direzioni strategiche. «Se la sanità digitale deve funzionare, deve funzionare innanzitutto a livello locale, dove oggi permangono frammentazioni e sovrapposizioni di ruoli tra ICT, distretti, territorio e servizi specialistici», ha sottolineato Stecco.

La formazione come motore del cambiamento
È però sul versante formativo che emerge la criticità più rilevante. La sanità digitale non è solo tecnologia: è soprattutto competenze, capacità di utilizzo, di integrazione nei processi clinici e di gestione del cambiamento. I dati raccolti attraverso questionari e sondaggi mostrano chiaramente come la formazione debba rivolgersi a una pluralità di destinatari.

In primo luogo, agli operatori sanitari, attraverso master, percorsi di alta formazione, corsi manageriali e programmi di formazione continua e multidisciplinare. La telemedicina, infatti, non è – e non sarà – appannaggio esclusivo del medico: nella maggior parte dei casi verrà erogata dalle professioni sanitarie, in integrazione con la componente medica, tecnica e amministrativa. Formare un solo attore della filiera significa condannare il sistema al fallimento.

Accanto ai professionisti, vi sono poi i pazienti e i caregiver, la cui alfabetizzazione digitale è indispensabile per garantire l’effettivo funzionamento dei servizi. Senza competenze minime diffuse, il meccanismo erogativo si inceppa. L’Europa ha già delineato un quadro di riferimento per le competenze digitali dei cittadini, articolato in cinque macroaree che includono aspetti tecnici, sicurezza, consapevolezza, problem solving e utilizzo responsabile degli strumenti digitali. Questo framework rappresenta una base solida per progettare percorsi formativi condivisi.

Infine, un’attenzione crescente va rivolta anche alle scuole superiori, in particolare agli indirizzi tecnici, per costruire una cultura digitale che accompagni il sistema sanitario nel medio-lungo periodo.

Ostacoli e soluzioni: il ruolo chiave delle competenze
Le criticità non mancano. Tra gli operatori sanitari emergono scarse competenze digitali, resistenze al cambiamento, timori legati alla sicurezza, vincoli economico-finanziari e, non da ultimo, la diffidenza di alcuni pazienti verso l’uso di strumenti digitali nella relazione di cura. Questi fattori possono condurre al fallimento di interi progetti di trasformazione digitale.

Le soluzioni individuate convergono nuovamente sulla formazione e sulla comunicazione. Serve un approccio basato sulla mappatura delle competenze, sulla coprogettazione dei percorsi formativi con i professionisti, sul focus sui problemi reali e sull’insegnamento delle strategie di change management. Fondamentale è anche la qualità della comunicazione: ogni cambiamento, se non spiegato e accompagnato, genera fatica, resistenza e talvolta abbandono.

Un progetto di telemedicina, inoltre, non può prescindere da un supporto tecnico continuo. «Alla prima difficoltà operativa – un computer che non si accende, una piattaforma che non funziona – il sistema viene abbandonato». Eliminare queste barriere è essenziale per contrastare la change fatigue.

Misurare gli esiti: dal digitale al valore
Un altro elemento cruciale è la misurazione dei risultati. Così come avviene nella farmaceutica, anche il digitale deve dimostrare il proprio valore attraverso la valutazione degli outcome. Senza un “trial digitale” che misuri l’impatto reale degli interventi, non è possibile sapere se la direzione intrapresa sia quella corretta.

Tre proposte per il futuro
Dai lavori del Forum emergono tre proposte concrete. La prima riguarda la governance locale: è necessario individuare una figura di coordinamento all’interno delle aziende sanitarie – un vero e proprio operation manager della telemedicina – in grado di integrare e dirigere le diverse componenti oggi frammentate. Modelli simili esistono già in altri Paesi europei e potrebbero migliorare significativamente l’erogazione dei servizi.

La seconda proposta riguarda l’insegnamento strutturato della sanità digitale, della telemedicina e dell’intelligenza artificiale nei corsi di laurea di area sanitaria. Oggi queste tematiche sono presenti in modo parcellare e ancillare, ma stanno diventando competenze trasversali indispensabili per tutte le professioni.

La terza, infine, è il rafforzamento della formazione continua, non solo per il personale sanitario ma anche per cittadini e caregiver, attraverso percorsi validati, rivalutabili nel tempo e integrati in una visione sistemica.

Conclusione
La sanità digitale rappresenta una delle più grandi scommesse della sanità pubblica contemporanea, sostenuta da ingenti investimenti e da un forte impegno istituzionale. Ma senza una governance chiara, senza modelli organizzativi adeguati e, soprattutto, senza una formazione diffusa e strutturale, il rischio è che queste risorse non producano il valore atteso.

Come emerso con chiarezza nel Forum, «investire sulla cultura digitale significa investire sulla tenuta futura del sistema sanitario». La formazione non è un costo, ma la condizione abilitante perché la sanità digitale possa davvero funzionare, generare outcome misurabili e migliorare la qualità della cura per tutti.

 

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