Cannabis: tutto quello che c'è da sapere. La SIF cerca di fare chiarezza

Dolore

Di cannabis a uso medico ne sentiamo parlare da molti anni, e in tutti questi anni frequente è stata la confusione sulle informazioni circolate sotto ogni punto di vista. Al 39° Congresso nazionale della Società Italiana di Farmacologia (SIF) gli esperti hanno cercato fare il punto della situazione a vari livelli e individuare le criticità sulla dispensazione del farmaco tanto discusso, non solo nelle agorà scientifiche, ma anche a livello sociale: FM2, THC, CBD e Cannabis Light. A che punto siamo con le regole?

Di cannabis a uso medico ne sentiamo parlare da molti anni, e in tutti questi anni frequente è stata la confusione sulle informazioni circolate sotto ogni punto di vista. Al 39° Congresso nazionale della Società Italiana di Farmacologia (SIF) gli esperti hanno cercato fare il punto della situazione a vari livelli e individuare le criticità sulla dispensazione del farmaco tanto discusso, non solo nelle agorà scientifiche, ma anche a livello sociale: FM2, THC, CBD e Cannabis Light. A che punto siamo con le regole?

Dal 2006 i medici italiani possono prescrivere preparazioni magistrali realizzate dal farmacista a partire dalle inflorescenze della pianta coltivata dietro autorizzazione di un Organismo nazionale per la cannabis, essiccate e macinate, da assumere sotto forma di decotto o per inalazione. Dal 2013, inoltre, i neurologi possono prescrivere ai loro pazienti che soffrono di sclerosi multipla un prodotto registrato come medicinale a base di estratti di cannabis che ha l’effetto di ridurre gli spasmi dolorosi dati da questa patologia.

Attualmente, la cannabis ad uso medico trova indicazione in molte situazioni, soprattutto caratterizzate da dolore cronico di natura neoplastica o reumatica. Ma, tra i suoi effetti c’è anche l’aumento dell’appetito, per cui può risultare utile nella cachessia neoplastica e nell’anoressia. Molto interessanti gli studi presentati al Congresso di SIF, in corso a Firenze, riguardo a un possibile impiego dei cannabinoidi nella cura anche dell’epilessia, della schizofrenia, dell’ischemia cerebrale e di sindromi rare come la distrofia muscolare di Duchenne.

Si tratta di applicazioni molto interessanti che potrebbero aumentare la qualità e l’aspettativa di vita di molti pazienti. Tuttavia, rimangono ancora molti nodi da sciogliere prima di poter impiegare questi prodotti sui pazienti. In primis, occorrono studi clinici che possano stabilire con esattezza le dosi di farmaco necessarie per ottenere il giusto effetto, tenendo conto dell’età e del peso dei pazienti.

Ad esempio, l’uso di questi prodotti sarebbe utile nell’infanzia, ma il metabolismo pediatrico di questi farmaci è ancora oscuro. Occorre poi verificare il comportamento dei cannabinoidi in associazione con gli altri farmaci che già il paziente assume, dal momento che la terapia con canabinoidi viene proposta in quei pazienti che già assumono altri medicinali. Infine, va posta attenzione alle reazioni avverse che, soprattutto in caso di assunzione di alte dosi, potrebbero essere importanti.

Al di là dei possibili utilizzi, da qualche anno gli esperti ravvisano disomogeneità da regione a regione per le indicazioni già approvate. Il caso della Toscana, capofila nella terapia con cannabinoidi, dal momento che i farmaci a base dei suoi principi attivi risultano sempre disponibili presso medici e farmacisti (oltre che quindi i dati sulla farmacovigilanza), è paradigmatico: nel primo semestre del 2018 le prescrizioni di cannabinoidi hanno riguardato 2618 pazienti di età media di 60 anni, di cui il 65% erano donne. Pur essendo la prescrizione possibile a tutti, anche ai medici di medicina generale, sono soprattutto anestesisti, reumatologi e neurologi a farne uso, poiché i pazienti che ne necessitano sono affetti da patologie di ordine specialistico.

Dal 2006 al 2018, si sono verificati 103 eventi avversi. Si tratta soprattutto di disordini psichiatrici e del sistema nervoso centrale (ad esempio disforia, stordimento, sopore, ansia), seguiti da disturbi uditivi, gastrointestinali e cardiaci.

«C’è una grande variabilità nella prescrizione di cannabinoidi tra regione e regione – spiega Alfredo Vannacci, professore associato di Farmacologia e Tossicologia dell’Università di Firenze e membro SIF –. Anche all’interno della stessa regione, pur essendoci linee guida ministeriali sulla preparazione galenica del prodotto finale, manca uno standard di produzione, per cui esiste una variabilità da farmacia a farmacia nella composizione del prodotto finale: il rapporto tra i due componenti principali, cioè THC e CBD non è sempre lo stesso».

Di fatto, quindi, un paziente in terapia cronica che si reca presso due diverse farmacie può trovare due prodotti diversi, che hanno quindi un effetto leggermente diverso e, di conseguenza, effetti avversi differenti. Da risolvere, poi, una serie di criticità farmacologiche, legate proprio alla proporzione tra i due componenti principali dei cannabinoidi, cioè THC e CBD: a seconda della proporzione ci possiamo aspettare indicazioni terapeutiche diverse.

«Definendo meglio la farmacologia si troverà il rapporto ottimale tra THC e CBD e questo rapporto potrà variare in base alla patologia da curare – commenta Vannacci –. Attualmente il composto FM2, prodotto dallo Stabilimento Chimico farmaceutico militare di Firenze ha un buon equilibrio ma mancano sufficienti dati clinici».

Infine, il capitolo cannabis light e relativi canapa shop. Nel 2018 il Consiglio Superiore di Sanità aveva dato “bocciato” la diffusione di prodotti a base di cannabis light. Di fatto, prodotti per uso umano a base di cannabis light non sono autorizzati: si tratta soltanto di articoli come profumatori per ambienti o altri da collezione. Proprio gli esperti della SIF hanno voluto però vederci chiaro.

«Andando a verificare la composizione di questi prodotti - aggiunge Vannacci - effettivamente si è visto che la concentrazione di THC è molto bassa, come prescritto dalla legge. In compenso, però, sono presenti altri cannabinoidi in concentrazioni variabili, fra cui il CBD». Con il cambio di due governi in poco tempo non è stato possibile trovare il tempo per una normativa che armonizzi perfettamente i pareri strettamente politici nei confronti della cannabis light. «Dunque, fermo restando che per legge non potrebbero essere assunti, di fatto i negozi che vendono cannabis light restano aperti sino a che non vi sia una legge che imponga il contrario e non può essere escluso che chi compra questi prodotti possa farne un uso improprio».