Dolore

Dolore, gestione più difficile in epoca Covid. Esperti concordi: no a interruzione terapie

La pandemia da COVID-19 ha rappresentato un problema sanitario serio per la gestione ambulatoriale delle condizioni morbose che comportano un dolore cronico muscolo-scheletrico. Secondo il professor Giovanni Iolascon, Ortopedico e Fisiatra e Direttore esecutivo di G.U.I.D.A, la gestione del dolore acuto e del dolore cronico non può essere trascurata e spesso richiede l'uso di farmaci antinfiammatori ad uso prolungato.

La pandemia da SARS-CoV2-2 ha sicuramente complicato la gestione delle patologie acute e croniche, che affliggono la popolazione italiana. In questo contesto non deve essere dimenticato il dolore muscolo scheletrico cronico, che non può più essere considerato come semplice sintomo di una malattia, ma dovrebbe essere classificato come una patologia vera e propria da diagnosticare con scale di valutazione validate e condivise, da trattare con appropriatezza, secondo percorsi diagnostico terapeutici definiti con team multidisciplinari.

“Il dolore cronico, quasi sempre associato a patologie croniche, ha lo stesso impatto invalidante sulla vita dei pazienti del cancro, dell'Alzheimer o del Parkinson – spiega il professor Giovanni Iolascon, Ortopedico e Fisiatra e Direttore esecutivo della Società Italiana per la Gestione Unificata ed Interdisciplinare del Dolore muscolo-scheletrico e dell’Algodistrofia” (G.U.I.D.A) – Molto spesso il dolore cronico rappresenta l’evoluzione di un dolore acuto con il conseguente innesco di una serie di eventi che vanno dalla disabilità parziale o totale del paziente, all’aumentato rischio di complicanze. Con queste premesse è chiaro come la gestione del dolore acuto, e in particolar modo quella del dolore cronico, non possa essere trascurata, e richieda spesso l’uso di farmaci antinfiammatori ad uso prolungato. In questo contesto la pandemia da COVID-19 ha rappresentato un problema sanitario serio per la gestione ambulatoriale delle condizioni morbose che comportano un dolore cronico muscolo-scheletrico. Come è stato ripetutamente affermato dai vari esperti, la prima raccomandazione per i pazienti con dolore cronico è quella di non abbandonare le terapie per il timore dell’epidemia. Al contempo si è però ipotizzato un possibile effetto negativo di alcuni farmaci della terapia del dolore sul rischio di contrarre l’infezione e/o di peggiorarne il decorso e la prognosi, con l’esito di generare nella popolazione un po' di confusione.”

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Il dolore cronico muscolo-scheletrico in Italia. Le localizzazioni del dolore cronico muscolo scheletrico sono la parte superiore e inferiore della schiena, il capo, il collo e le articolazioni, principalmente il ginocchio. Il dolore cronico è più frequente nell’anziano, nella popolazione a basso reddito e tra le donne. Le cause che possono determinare il dolore cronico sono molteplici, tra le più comuni: l’artrosi e le artriti (nel 42% dei casi), le lombalgie, i dolori delle spalle e del collo, i disturbi del disco intervertebrale, le fratture, le cefalee, le sindromi da dolore delle fasce muscolari. Secondo i dati dell’osservatorio sul dolore cronico in Italia è un problema che riguarda il 26% della popolazione italiana, mentre la percentuale sale al 74% se si considera la fascia di popolazione compresa tra i 60 e gli 80 anni.

Farmaci per il dolore&Covid-19. Dal punto di vista clinico è nota la riposta del sistema immunitario rispetto all’interazione tra farmaci antidolorifici e il COVID-19, con particolare riferimento a farmaci oppioidi, antiinfiammatori steroidei e non steroidei. In generale gli esperti sottolineano come vada tenuto sempre in considerazione l’effetto soppressivo che queste classi di farmaci hanno sul sistema immunitario, che però non devono indurre i pazienti ad interruzioni improvvise delle terapie, né tantomeno evitare nuove prescrizioni.

Analizzando le diverse categorie di farmaci, e partendo dagli oppioidi, previo un consulto con il proprio medico di riferimento, un atteggiamento ragionevole potrebbe essere quello di prevedere la riduzione dei dosaggi nei soggetti già in terapia o utilizzare oppioidi a breve durata d'azione. Per quanto riguarda gli antidolorifici steroidei, in questo caso l’effetto depressivo della risposta immunitaria (tuttavia ridotto nella somministrazione intra-articolare) potrebbe essere addirittura considerato favorevole per ridurre il rischio di sviluppare la cosiddetta “tempesta immunitaria” elemento cruciale della polmonite interstiziale da COVID-19 ed altre manifestazioni cliniche. Tuttavia l’effetto dei corticosteroidi nei soggetti con COVID-19 è ancora dibattuto. Ulteriore oggetto di discussione è stato l'utilizzo di farmaci antiinfiammatori non steroidei (Fans) sul quale si è da tempo espressa l’agenzia europea del farmaco che ha pubblicato una comunicazione che evidenzia come non vi siano prove scientifiche che stabiliscano una correlazione tra i farmaci a base di ibuprofene o ketoprofene e il peggioramento del decorso della malattia da COVID-19.

“La gestione del dolore – conclude Iolascon – rappresenta un importante problema sanitario e la pandemia da Coronavirus ha complicato ulteriormente l’approccio di questo sintomo sia dal punto di vista diagnostico, sia terapeutico con la necessità di attivare un’attenta valutazione dei rischi e benefici di agenti antidolorifici/antinfiammatori disponibili e dei protocolli di somministrazione. Il messaggio che ci sentiamo di trasmettere per tutte le persone che sono affette da dolore cronico ed acuto è quello di proseguire le terapie in atto, di confrontarsi con il proprio specialista e, naturalmente, di sospendere le cure solo in caso di evidenti sintomi di contagio.”


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