Il dolore nel bambino va trattato, successi ottenuti dai progetti Piper e Niente male junior

Dolore
Dalla 23° settimana di gestazione, quindi ancora a livello fetale, il bambino riesce a percepire il dolore. Queste sensazioni spiacevoli, se di intensità elevata e ripetute nel corso dei primi mesi/anni di vita, con molta probabilità condizioneranno anche la percezione del dolore in età adulta. E’ quanto ha illustrato la Prof.ssa Franca Benini in occasione del 31° congresso nazionale della SIMG (Società Italiana di Medicina Generale) appena conclusosi a Firenze.

«Molto probabilmente-ha evidenziato ai microfoni di Pharmastar la prof. Franca Benini, responsabile del Centro regionale Veneto di Terapia Antalgica e Cure Palliative pediatriche del Dipartimento di Pediatria dell’Università degli Studi di Padova, - la struttura che fa si che la sensazione dolorosa vada dalla periferia al cervello è matura ancora più precocemente. Il fatto che il dolore in un neonato non venga trattato ha degli effetti deleteri sia nel momento stesso che c’è il dolore, ci sono degli studi che confermano che questi bambini si ammalano di più e rimangono di più in ospedale, ma quello che è drammatico, è che rimane una memoria scritta nel nostro sistema nervoso centrale e periferico che rimarrà per tutta la vita».

«Quindi, ha proseguito la prof. Benini-un bambino che subisce un dolore rilevante, non trattato nelle prime età della vita avrà molto probabilmente una soglia algica più elevata nella vita adulta rispetto ad un bambino che è stato trattato con una corretta analgesia.»

Abbiamo a disposizione sia gli strumenti che le terapie adeguate per trattare il dolore nel bambino nella quasi totalità delle situazioni. Alla domanda su come mai questi trattamenti non vengono messi in atto la prof. Benini ha risposto:«non viene fatto probabilmente per scarsa conoscenza e scarsa formazione a riguardo, ma molto probabilmente c’è anche una scarsa competenza sociale nel fare le richieste del dolore dal momento che il dolore molto spesso nel vissuto comune viene considerato come qualcosa di scontato come qualcosa che tutti indipendentemente dall’età devono avere e per i quali attuare o richiedere una terapia adeguata è qualcosa di più ma non è la base di una richiesta normale.»

Bisogna fare tanto sia nell’ambito degli operatori sanitari ma anche nella comunicazione sociale.
«Bisogna considerare-ha sottolineato la prof. Benini-che tutti i farmaci hanno degli effetti collaterali, bisogna conoscere la molecola, le indicazioni e gli effetti. Nella realtà in genere si ha molta più paura a usare questi farmaci sul bambino che nell’adulto. Il bambino è sicuramente un paziente speciale ma ci sono numerosi studi che pianificano sia l’utilizzo dei farmaci non oppioidi che dei farmaci oppioidi; questi ultimi,  come tutti i farmaci, se usati in maniera adeguata, e quindi monitorando gli effetti collaterali, procurano benefici con ridotti rischi».

In età pediatrica quando a un genitore si parla di terapia con oppioidi la situazione viene percepita nella maggior parte dei casi come una situazione senza via d’uscita.
Abbiamo quindi chiesto alla prof. Benini cosa c’è in ballo per migliorare la comunicazione con i parenti dei bambini malati: «Si sta facendo tanto anche per migliorare il dialogo con i genitori, sull’importanza che il dolore venga trattato e anche sul migliorare la qualità della vita anche in bambini con malattia grave.

Molto probabilmente il passaggio è ancora lontano, bisogna lavorare su una comunicazione ad ampio raggio perché deve essere un cambiamento di sistema e quindi un cambio di cultura.
In ambito pediatrico sono state preparate diverse cose, un progetto che è NienteMale junior per formare tutti i pediatri del SSN; fino ad oggi ne sono stati formati 250 pediatri formatori e dal mese di gennaio comincerà la formazione periferica in tre regioni Liguria, Sicilia e Trentino.

Tutta questa formazione viene monitorata come ricaduta clinica per eventualmente tracciare delle criticità su cui andare a investire.
L’altro programma è il progetto Piper che mette in linea 30 Pronto Soccorso , prima esclusivamente pediatrici, da qualche mese anche misti perché una quota elevata di bambini vanno nei pronto soccorso per l’adulto. L’idea è quella di costituire dei percorsi condivisi sulla gestione, misurazione e valutazione del dolore. I dati ad oggi sono promettenti sia come utilizzo degli schemi proposti ma soprattutto sulle modalità di approccio al sintomo.»

Emilia Vaccaro


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