Il colore degli occhi di una persona può predire come una persona risponderà al dolore. E’ quanto emerge da una singolare ricerca che ha interessato l’Università di Pittsburgh ed è stata presentata alla 33° riunione scientifica annuale dell'American Pain Society (APS).

La Dott.ssa Inna Belfer, dell’ Università di Pittsburgh ha dichiarato che:  "Ci possono essere alcuni fenotipi che predicono o indicano la risposta di una persona agli stimoli dolorosi o al trattamento farmacologico per il dolore. Il dolore umano è correlato con molteplici fattori come sesso, età e colore dei capelli. I ricercatori, ad esempio, hanno scoperto che i capelli rossi sono associati con la resistenza agli anestetici e anche a una maggiore ansia e,  il colore degli occhi più scuro è stato trovato correlato a una maggiore reattività fisiologica e dilatazione della pupilla indotta da farmaci."

La Dott.ssa Belfer ha aggiunto che i suoi colleghi anestesiologi hanno notato una associazione simile. Questi ultimi, guardando negli occhi dei loro pazienti, si sono accorti di riuscire a capire se aspettarsi di più o meno problemi durante le procedure e se quel paziente avrebbe sviluppato il dolore più grave; ma anche informazioni sulla diversa risposta all’anestesia e all’analgesia.

Per esplorare ulteriormente questa associazione, la Dott.ssa Belfer e il suo gruppo hanno studiato il colore degli occhi e i tratti di dolore collegati, in donne sane in travaglio e successivo parto .

Lo studio ha valutato il dolore nel periodo antepartum e dopo il parto, ma anche l'umore, il sonno e il comportamento di coping in 58 donne che hanno partorito presso all'Ospedale delle Donne UPMC Magee. Le donne sono state raggruppate in due coorti in base al loro colore degli occhi: 24 donne nel gruppo scuro (colore degli occhi marroni o nocciola) e 34 donne nel gruppo luce (colore degli occhi blu o verde).

Il profilo delle donne è stato valutato mediante indagini convalidate standard, tra cui il Brief Pain Inventory, PROMIS ansia/depressione/ sonno , il Pain Catastrophizing Scale e il Quantitative Sensory Testing, per misurare la loro risposta al dolore.

I risultati hanno mostrato che le donne con gli occhi di colore scuro avevano un aumento di ansia rispetto alle donne con occhi chiari (p=0.01).
Le donne con gli occhi di colore scuro erano anche maggiormente tendenti verso disturbi del sonno (p=0.19) e mostravano meno miglioramenti in come vivevano il loro dolore (misurato attraverso la scala pain catastrophizing) rispetto alle donne con il colore degli occhi “di luce” (p=0.15).
Le pazienti con gli occhi scuri hanno anche mostrato tendenze verso il provare più dolore rispetto alle donne con il colore chiaro degli occhi, sia a riposo (p=0.28), che durante il movimento (p=0.22) dopo aver ricevuto l’analgesia epidurale.

Le donne dagli occhi più scuri erano meno tolleranti al dolore da calore e avevano anche una probabilità maggiore di essere depresse a causa del loro dolore rispetto alle  donne con gli occhi chiari.
La Dott.ssa Belfer ha sottolineato che: "A causa della piccola dimensione del campione, non possiamo ottenere una prova convincente per i nostri risultati, ma riteniamo che il nostro studio ha dato delle informazioni importanti che meritano ulteriori studi.  Nella seconda parte di questo progetto che è già iniziata, stiamo andando a vedere se c'è un legame tra il colore degli occhi e il dolore clinico, negli uomini e nelle donne e in diversi altri modelli di dolore rispetto al modello “dolore del travaglio ". La ragione di eventuali differenze nella risposta al dolore potrebbe essere genetica. Credo che ci sia un background genetico su questi effetti.”

Il dottor Gregory Terman, professore di anestesiologia presso l’Università di Washington e presidente eletto della American Pain Society, ha commentato così il lavoro: "Essenzialmente quello che stanno cercando i ricercatori sono i collegamenti genetici, come i geni influenzano la risposta al dolore. Questo collegamento è interessante. Se riuscissimo ad identificare diversi geni collegati a tali situzioni , riusciremo anche ad aumentare la nostra comprensione del quadro dolore e sul perché ci sono differenze nella quantità di dolore per cui alcune persone possono tollerarlo e altre no. In questo caso, la ricerca deve spingersi verso un altro gene correlato con l’aumento o la diminuzione del dolore. Il tentativo di trovare correlazioni tra i pazienti e le risposte di dolore è una promettente area di ricerca.”

Emilia Vaccaro