Trai i temi dibattuti durante  il 66° Congresso di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva anche quello della terapia del dolore, con un bilancio sulla legge n°38 del 2010, a 2 anni dalla sua entrata in vigore, che ha sancito il diritto di tutti a non soffrire e tutela e garantisce l'accesso alle cure palliative ed alla terapia del dolore da parte del malato, nel rispetto della dignità e della autonomia dell’individuo.


Cosa hanno fatto le regioni? Purtroppo il ricevimento della legge 38 è la sua attuazione risentono molto dell’assetto regionale: ben poche regioni ne hanno capito lo spirito. Solo il 15% dei pazienti in fase terminale di una malattia cronica riceve un trattamento adeguato in grado di restituire realmente la dignità alla persona che soffre fisicamente e psicologicamente oltre a supportare concretamente le famiglie o chi assiste.


“Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che il dolore interviene anche su famiglia e lavoro - ha precisato Rosalba Tufano – e, dunque, il paziente è anche un costo sociale. La legge 38 del 2010 ha sancito il diritto del paziente a non soffrire eppure la legge è quasi totalmente inapplicata. Da noi in Campania, ad esempio, non c’è”.In verità non è solo la Campania in ritardo, ma appena tre regioni hanno effettivamente applicato la legge. “Eppure - ha commentato la Tufano - i fondi sono stati già stanziati”.


Oggi sappiamo che il dolore non è solo un sintomo, ma è esso stesso malattia. Il dolore mina gravemente la qualità della vita dei pazienti, sia nel sociale che nell’ambiente familiare comportando un considerevole costo economico. In un recente studio europeo si è evidenziato che il dolore cronico (da moderato a severo) affligge il 19% degli adulti europei. Riferendoci ai pazienti con patologia tumorale, l’incidenza del dolore supera il 70%. Il numero di persone che soffrono è inaccettabilmente ancora elevato: molti di questi pazienti sono gestiti in maniera non adeguata e da medici che non hanno avuto un percorso formativo specifico nell’ambito dell’algologia. In ogni caso non solo il dolore in se, ma anche la terapia del dolore con i suoi effetti collaterali può causare un deterioramento della qualità di vita di questi pazienti, che restano molto delicati nella gestione clinica e psicologica.


Negli ultimi anni, nonostante tutto, c’è stata sicuramente una maggiore attenzione al problema da parte di tutta la classe medica che si occupa non solo di trattare la malattia ma anche si preoccupa di sollevare il paziente da questa “esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole” qual’è il dolore nella definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel campo della terapia antalgica la ricerca ha portato a grandi passi avanti. Alle nuove conoscenze nel campo anatomico e fisiopatologico ha fatto seguito un’evoluzione in campo farmacologico che non ha pari. Ogni anno sono immessi in commercio nuove molecole con l’obiettivo di combattere il dolore; a queste si associa l’evoluzione anche delle tecniche invasive, che vengono proposte oggi anche in termini di maggiore sicurezza. Ciò che manca è un’adeguata informazione e formazione dei diversi attori coinvolti nel processo diagnostico e terapeutico del paziente che soffre: “il Consiglio Superiore di Sanità di cui ho anche fatto parte - ha spiegato la Tufano - ha liberalizzato l’uso di oppiacei, eppure esiste ancora una forte reticenza da parte dei medici. Bisogna creare una rete: da un lato le strutture, dall’altro la formazione. Bisogna fare una pianificazione e creare i presupposti per un vero sviluppo della terapia antalgica a partire dal medico di base”.