Cancro dell'ovaio resistente alla chemio, parere UE positivo per bevacizumab

Ema
Il Chmp dell’Ema ha dato parere positivo all’approvazione di bevacizumab nella terapia del tumore dell’ovaio resistente alla chemioterapia  a base di platino.
In Europa per il farmaco è già approvato per la terapia dei seguenti tipi di tumore: mammella in fase avanzata, polmone (NSCLC), colon retto, rene e ovaio (nelle forme sensibili alla chemio a base di platino).

Tra i tumori che colpiscono la donna, il tumore dell’ovaio ha una delle prognosi peggiori. Ogni anno nel mondo vi sono 230mila nuove diagnosi di questo tumore.

Quando si tratta un cancro ovarico ricorrente, il tempo tra l'ultima dose di chemioterapia a base di platino e la recidiva di malattia è usato per aiutare a determinare la scelta della chemioterapia utilizzata nella successiva linea di trattamento.

Ai  pazienti sono viene detto che hanno una malattia 'platino-resistente' se la loro malattia peggiora tra uno e sei mesi dopo il completamento della chemioterapia a base di platino, e la malattia 'platino-sensibile' se peggiora più di sei mesi dopo.

Un quarto di coloro che recidivano dopo il trattamento iniziale - quasi 60.000 donne ogni anno a livello mondiale – ha un tumore platino-resistente, la forma della malattia più difficile da trattare. La sopravvivenza mediana globale dei pazienti con cancro ovarico platino-resistente è di circa 12 mesi e sono quindi necessarie nuove strategie terapeutiche.

Cancro ovarico è associato con alte concentrazioni di fattore di crescita vascolare endoteliale (VEGF), una proteina legata alla crescita del tumore e alla sua diffusione.
Numerosi  studi hanno dimostrato una correlazione tra un'alta concentrazione di VEGF e sviluppo di ascite (eccesso di liquido nella cavità addominale), peggioramento della malattia e una prognosi peggiore nelle donne con cancro ovarico.

Bevacizumab è stato progettato per avere come bersaglio proprio il VEGF ed è attualmente l'unica terapia mirata approvata dall'Agenzia europea per i medicinali (Ema) per il tumore ovarico.
Attualmente il farmaco è approvato nell'UE come front-line (prima linea dopo l'intervento chirurgico) per il  trattamento del carcinoma ovarico avanzato, e come trattamento per il carcinoma ovarico ricorrente e platino-sensibile.

Il deposito della nuova indicazione si è basato sui risultati dello studio di fase III AURELIA che ha coinvolto le donne con cancro ovarico ricorrente e platino-resistente che hanno ricevuto sia la chemioterapia (paclitaxel settimanale, topotecan o doxorubicina liposomiale pegilata) o bevacizumab aggiunto chemotherapia.

I risultati hanno dimostrato che a un follow-up mediano di 13 mesi per le donne che avevano ricevuto la sola chemioterapia e di 13,9 mesi per coloro che avevano ricevuto la combinazione, l'aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia ha dato un beneficio clinicamente significativo, quasi raddoppiando la PFS mediana, portandola da 3,4 mesi a 6,7 mesi ( HR = 0.38, p <0,0001).

AURELIA è il quarto trial di fase III che ha studiato  bevacizumab nel tumore ovarico (gli altri sono GOG 0218, ICON7 e OCEANS) per mostrare che l'aggiunta del farmaco alla chemioterapia ha aumentato significativamente il tempo di donne con cancro ovarico vissuto senza che la malattia peggiorasse.

Studio AURELIA
Lo studio AURELIA è un trial randomizzato di fase III al quale hanno preso parte 361 donne con un carcinoma ovarico valutabile/misurabile progredito meno di 6 mesi dopo il completamento della chemioterapia a base di platino.

Le partecipanti sono stati assegnate in rapporto 1:1 alla monoterapia con un chemioterapico scelto dallo sperimentatore (doxorubicina liposomiale pegilata, paclitaxel o topotecan) una volta a settimana o alla combinazione di chemioterapia più bevacizumab 10 mg/kg ogni 2 settimane o 15 mg/kg ogni tre settimane fino alla progressione della malattia, alla comparsa di una tossicità inaccettabile o al ritiro del consenso alla partecipazione al trial.

Il follow-up è stato di 13,0 mesi nel gruppo trattato con bevacizumab e 13,9 mesi nel gruppo trattato con la sola chemio.

Lo studio ha centrato l’obiettivo primario, che era la dimostrazione di un miglioramento significativo della PFS nel gruppo bevacizumab rispetto al gruppo di controllo (6,7 mesi contro 3,4; HR 0,48; IC al 95% 0,38-0,60; P < 0,001).

Anche la percentuale di risposta obiettiva è risultata significativamente migliore nel gruppo trattato con la combinazione di bevacizumab e chemioterapia rispetto a quello trattato con la sola chemio (27,3% contro 11,8%; P = 0,001).

Tuttavia, l’aggiunta del biologico non ha portato alcun beneficio in termini di OS, che è risultata rispettivamente di 16,6 mesi contro 13,3 (HR 0,85; IC al 95% 0,66-1,08; P < 0,174).

Nello studio non sono emerse problematiche nuove di sicurezza rispetto al profilo già noto di bevacizumab.

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