Il Chmp dell’Ema ha dato il via libera preliminare per un nuovo impiego di bevacizumab: il trattamento di pazienti con tumore del collo dell'utero persistente, ricorrente o in fase avanzata (metastatico). Il cancro cervicale cresce nei tessuti della parte inferiore dell'utero (cervice). Si verifica comunemente a causa del papillomavirus umano (HPV), un virus che si diffonde attraverso il contatto sessuale.

La sicurezza e l'efficacia di bevacizumab per il trattamento di pazienti con cancro cervicale  è comprovata dallo studio di fase III GOG 240, condotto dal Gynecology Oncology Group (GOG) nel quale il farmaco anti angiogenesi ha migliorato la sopravvivenza globale (OS) di quasi 4 mesi in donne con un cancro della cervice uterina avanzato o recidivante.

È la prima volta che un farmaco mirato migliora in modo significativo la sopravvivenza globale in un tumore ginecologico, scrivono gli autori nelle conclusioni.

Lo studio GOG 240, un trial a quattro bracci, ha confrontato l’efficacia di topotecan più paclitaxel con quella di cisplatino più paclitaxel, con o senza l'anticorpo anti-VEGF bevacizumab per inibire l'angiogenesi. Spiegando il razionale clinico dell’aggiunta di bevacizumab, Tewari ha detto che, oltre al fatto che l’inibizione del VEGF ha mostrato di offrire un beneficio in un certo numero di tumori solidi, l’angiogenesi è molto attiva nel cancro cervicale ed "è un segno distintivo" della malattia invasiva.

Il trial ha coinvolto 452 pazienti con un tumore primario del collo dell'utero in stadio IVB recidivante o persistente, malattia misurabile, GOG performance status pari a 0-1, e non ancora sottoposte ad alcuna chemioterapia per la recidiva. Le pazienti dei gruppi assegnati alla sola chemioterapia e quelle dei gruppi trattati anche con bevacizumab sono state appaiate in base a età, razza, istologia, stadio della malattia, performance status e la presenza di malattia pelvica nella pelvi precedentemente irradiata.

È importante sottolineare che oltre il 70% di tutta la popolazione in studio aveva fatto una terapia precedente a base di platino con la radioterapia, e anche questa caratteristica era distribuita uniformemente nei due gruppi.

Il trial, finanziato dal NCI, ha iniziato l’arruolamento il 6 aprile 2009 e lo ha chiuso il 3 gennaio 2012, coinvolgendo diversi centri oncologici situati negli Stati Uniti e in Spagna. Le partecipanti sono state suddivise in quattro bracci e trattate ogni 21 giorni fino ad avere una risposta completa oppure fino alla progressione della malattia o alla comparsa di una tossicità inaccettabile.

Il primo e il terzo braccio sono stati trattati rispettivamente con paclitaxel 135 mg/m2 ev o 175 mg/m2 ev più cisplatino 50 mg/m2 ev oppure con paclitaxel 175 mg/m2 ev più topotecan 0,75 mg/m2 nei giorni 1-3. Il secondo e il quarto, invece, sono stati trattati con le stesse doppiette chemioterapiche, ma con l'aggiunta di bevacizumab 15 mg/kg ev. Il numero mediano di cicli di trattamento è stato di sei nei due bracci trattati con la sola chemioterapia e 7 nei due bracci trattati anche con l’anticorpo.

L’OS, endpoint primario dello studio, è stata valutata nel febbraio 2012 con un'analisi ad interim prevista dal protocollo, dopo un totale di 174 decessi. Gli endpoint secondari erano la sopravvivenza libera da progressione (PFS) e il tasso di risposta obiettiva del tumore. Tra gli endpoint esplorativi c’erano la qualità della vita, un pool di analisi su marcatori prognostici identificati in studi di fase III, la prevalenza e l'effetto della dipendenza da nicotina sulla sopravvivenza in questa popolazione e nuovi endpoint traslazionali riguardanti le cellule tumorali circolanti e l’espressione delle isoforme del VEGF.

L'aggiunta di paclitaxel a cisplatino ha dimostrato in precedenza di migliorare la sopravvivenza di circa 12 mesi (nel GOG 204) e, nel trial presentato ora all’ASCO, l’OS mediana nelle 225 pazienti trattate con la sola chemioterapia è risultata paragonabile - 13,3 mesi - e non ha mostrato alcuna differenza significativa tra le due doppiette: 15 mesi con cisplatino più paclitaxel contro 12,5 con topotecan più paclitaxel (P = 0,880). Nelle 227 pazienti trattate anche con bevacizumab, invece, l’OS mediana è stata di circa 17 mesi (HR = 0,71; IC al 97,6% 0,54-0,94; P = 0,0035).

La percentuale di risposta nelle donne trattate con la sola chemioterapia è stata del 36% (con 14 risposte complete) a fronte di una risposta del 48% (con 28 risposte complete) in quelle trattate anche con bevacizumab (P = 0,00807).

Sul fronte della sicurezza, ci sono stati eventi avversi fatali in quattro pazienti in ciascun gruppo, e quindi non c'è stato alcun aumento significativo del numero di eventi avversi fatali con bevacizumab. Nei gruppi trattati con l’anti-VEGF si sono osservati gli effetti indesiderati noti associati al farmaco.

L'incidenza della neutropenia di grado 4 è stata maggiore con bevacizumab (35% contro 26% nei gruppi trattati con la sola chemio) così come quella dell’ipertensione di grado 2 o superiore (25% con bevacizumab contro 2% con la sola chemio), ma nessuna paziente ha interrotto il trattamento a causa di questo effetto indesiderato.

L’incidenza degli eventi tromboembolici di grado 3 o superiore è stata del 3% nelle pazienti trattate con l’anticorpo contro l'1% con la sola chemioterapia, mentre quella delle fistole gastrointestinali o genito-urinarie  di grado 3 o superiore è stata rispettivamente di quasi il 6% contro meno dell’1%, e quindi, ha detto Tewari "relativamente bassa" (cioè inferiore al 10%).

Il cancro della cervice uterina rappresenta un problema sanitario significativo in tutto il mondo. È il secondo tumore più comune tra le donne e la seconda causa più comune di mortalità oncologica nelle donne a livello globale. Ha una prevalenza di circa 500.000 casi al mondo, con 250.000 decessi ogni anno, e l'età media delle pazienti è di 47 anni.

Gli sforzi di screening e prevenzione hanno dato i loro frutti nel ridurre la mortalità legata a questo tumore. Dei vari strumenti disponibili è entrato a far parte di recente un nuovo e promettente test a base di acido acetico, di cui pure si è parlato durante la sessione plenaria del congresso ASCO. Il test è stato studiato per un periodo di 15 anni in India su oltre 150.000 donne, dove ha ridotto la mortalità legata al cancro del collo dell'utero del 31% e ha dimostrato di poter potenzialmente prevenire 72.000 decessi nei paesi a basso reddito.