Il Chmp dell’Ema ha dato parere positivo all'approvazione di sofosbuvir, un analogo nucleotidico a somministrazione orale once a day, per il suo utilizzo in combinazione con ribavirina per il trattamento dell’infezione cronica da virus dell'epatite C nei pazienti adulti.

Si tratta di impiego più ampio di quello approvato un mese fa dagli esperti Fda che avevano limitato l’uso del farmaco ai pazienti con genotipo 2 e 3.

Sviluppato da Gilead, che lo aveva ottenuto nel 2011 con l’acquisizione di Pharmasset pagata $ 11 miliardi, una volta approvato in via definitiva sarà messo in commercio con il marchio Sovaldi. Normalmente la Commissione Europea impiega circa due mesi e mezzo per prendere la decisione finale che quasi sempre è in linea con il giudizio espresso dai propri esperti, anche tale parere non è vincolante.

Sofosbuvir è un inibitore appartenente alla classe degli analoghi nucleotidici dell'enzima polimerasi NS5B dell'HCV, che svolge un ruolo fondamentale nella replicazione dell'HCV. Sofosbuvir è un agente ad azione diretta, il che significa che interferisce direttamente con il ciclo di vita dell'HCV reprimendo la replicazione virale. Sofosbuvir è un prodotto sperimentale, la cui sicurezza ed efficacia non sono ancora state stabilite.

La domanda di approvazione per sofosbuvir è supportata principalmente dai dati relativi a quattro studi di Fase 3, NEUTRINO, FISSION, POSITRON e FUSION nell’ambito dei quali 12 o 16 settimane di terapia con sofosbuvir si sono dimostrate superiori o non-inferiori alle attuali opzioni di trattamento o controlli storici, sulla base della percentuale di pazienti che ha avuto una risposta virologica sostenuta (HCV non rilevabile) 12 settimane dopo il completamento della terapia (RVS12). I pazienti che raggiungono RVS12 sono considerati guariti dall’HCV.

Durante il processo di valutazione da parte degli organi europei, sono stati aggiunti alla MAA i dati relativi ad altri due studi di Fase 3, VALENCE e PHOTON-1. Nello studio VALENCE, i pazienti con infezione da HCV di genotipo 3 sono stati trattati con sofosbuvir e RBV (rivabirina) per 24 settimane. Lo studio PHOTON-1 ha impiegato sofosbuvir e RBV per 12 settimane su pazienti con infezione da HCV di genotipo 2 coinfettati con HIV-1 e per 24 settimane su pazienti con HCV di genotipo 1 o 3 coinfettati con HIV-1. In tutti gli studi di Fase 3 di sofosbuvir non è stata riscontrata alcuna resistenza virale al farmaco tra i pazienti che hanno avuto recidive dopo aver completato la terapia.

Finora quasi 3.000 pazienti hanno ricevuto almeno una dose di sofosbuvir nell’ambito di studi di Fase 2 o di Fase 3. Sofosbuvir è stato ben tollerato negli studi clinici. Gli eventi avversi osservati durante gli studi sono stati di lieve entità e poche volte il trattamento è stato sospeso a causa di tali eventi. Gli eventi avversi più comuni verificatisi in almeno 10 percento dei pazienti si sono rivelati coerenti con i profili di sicurezza di peg-IFN e RBV, comprendenti stanchezza, mal di testa, nausea, insonnia, vertigini, prurito (prurito grave) e anemia.
               
Negli Stati Uniti, un comitato consultivo di esperti della Food and Drug Administration (FDA) il 25 Ottobre 2013 ha votato all’unanimità (15-0) decretando che i dati disponibili sono in favore dell’approvazione di sofosbuvir. La decisione finale dell’FDA è attesa per l’8 Dicembre 2013.

Ecco qui di seguirti i commenti che abbiamo raccolto da due importati clinici italiani impegnati nella lotta all'epatite C.

Massimo Colombo, Direttore Dipartimento di Medicina Specialistica e dei Trapianti d’Organo, Ospedale Maggiore, Università degli Studi di Milano

“Sofosbuvir  è un farmaco a somministrazione orale che inibisce direttamente il virus dell’epatite C concentrandosi nelle cellule del fegato dove il virus si replica,cancellando nel sangue ogni traccia  di replicazione virale dopo soli 7 giorni di somministrazione. Il farmaco ha assoluta specificità per il virus C,non produce sintomi o resistenze virali e può essere somministrato con sicurezza a  pazienti con malattia epatica  più grave. In virtù di queste brillanti caratteristiche, sofosbuvir dovrebbe dare un decisivo contributo alla soluzione di due  esigenze che fino ad oggi rimangono irrisolte nella cura dell’epatite C: la prima e la più importante riguarda la possibilità di allargare l’accesso al trattamento e di aumentare il tasso di guarigione dei pazienti  infettati con genotipo 1 del virus C ,che rappresentano  la stragrande maggioranza di tutti i pazienti con epatite C in Italia. Questo obiettivo può infatti essere raggiunto dal farmaco somministrato in associazione con interferone e ribavirina per sole 12 settimane contro le 24,36 o 48 settimane richieste dalla  attuale terapia  con inibitori delle proteasi associati ad interferone e ribavirina. La somministrazione abbreviata di interferone e ribavirina associati ad un farmaco antivirale diretto come sofosbuvir che non esercita alcuna tossicità sistemica o di organo,ha dimostrato di  aumentare i tassi di guarigione ad oltre il 90%, permettendo anche il trattamento in sicurezza  di molti pazienti fragili come i cirrotici avanzati e i portatori di trapianto di fegato con ricorrenza di epatite C, fino ad oggi esclusi dal trattamento antivirale con gli inibitori delle proteasi. Queste ultime  terapie sono infatti gravate da considerevoli rischi di anemizzazione ed infezione che possono essere prevenuti e contrastati solo mediante costosi interventi di cura a base di emotrasfusioni e farmaci stimolatori del midollo emopoietico. La seconda esigenza che sofosbuvir potrà soddisfare in associazione questa volta con la sola ribavirina, è la capacità di ottimizzare la tollerabilità della cura dei pazienti infettati con genotipo 2 o 3 del virus C grazie al trattamento tutto orale della durata di 12 o 24 settimane,trattamento che pero può essere esteso ai pazienti clinicamente più fragili e a quelli intolleranti o controindicati alle cure con interferone, di nuovo garantendo tassi di guarigione particolarmente elevati”.


Antonio Gasbarrini, Professore Ordinario di Gastroenterologia, Università Cattolica - Policlinico Gemelli di Roma

“Negli ultimi due anni nel nostro Paese abbiamo osservato notevoli cambiamenti nel trattamento dell’HCV grazie all’arrivo dei cosiddetti inibitori diretti della replicazione virale di prima generazione. Questi farmaci, hanno sicuramente determinato grande avanzamento terapeutico nel genotipo 1, aumentando le possibilità di guarigione fino al 60/70 %. D’altra parte essi hanno pagato il prezzo della loro relativa tossicità causata dalla combinazione con interferone e ribavirina soprattutto nei pazienti con patologia avanzata (fibrosi severa/cirrosi epatica). Sofosbuvir rappresenta il capostipite della seconda ondata di farmaci antivirali. Tre le sue caratteristiche fondamentali: potenza e velocità d’azione; bassi effetti collaterali, e infine la capacità di superare la barriera del genotipo. I vecchi farmaci erano efficaci solo sul genotipo 1, sofosbuvir è efficace anche sugli altri (2, 3, e 4). In particolare, la grande innovazione  riguarderà  il genotipo 2 dove sofosbuvir è efficace in combinazione con ribavirina, ma senza interferone.
E’ chiaro che con un farmaco di questa potenza e con attività pangenotipica cambiano le opzioni terapeutiche:  abbiamo la possibilità di trattare anche i pazienti più gravi, quelli che non tollerano i farmaci di prima generazione ed estendere il trattamento in modo efficace e senza interferone ai pazienti con genotipo 2.”