Vemurafenib, ok del Chmp per il melanoma metastatico

Ema
Il Chmp dell’Ema  ha dato parere positivo all’approvazione di vemurafenib per il trattamento in monoterapia di un sottogruppo di pazienti affetti da melanoma metastatico o non resecabile che presentano la mutazione BRAF V600, contro la quale agisce il farmaco. Sviluppato da Roche e Daiichi Sankyo, il farmaco sarà messo in commercio con il marchio Zelboraf.

Vemurafenib è una piccola molecola attiva per via orale e disegnata in modo da inibire selettivamente la proteina BRAF mutata. BRAF [V-raf murine sarcoma viral oncogene homolog B1] è un gene umano che codifica per una proteina chiamata B-RAF, che è coinvolta nei segnali che regolano il ciclo e la crescita cellulare. In molti tumori questo gene può essere mutato, e questo provoca un mutamento della proteina B-RAF. Questa mutazione può incrementare la crescita e la diffusione delle cellule tumorali. Una mutazione del gene BRAF si verifica in circa il 60 per cento dei melanomi e nell’8 per cento di tutti i tumori solidi.

Il via libera a vemurafenib si basa sui risultati di due studi, BRIM2 (fase II) BRIM3 (fase III).
Il trial BRIM3, condotto in pazienti non trattati in precedenza e pubblicato lo scorso giugno sul NEJM, ha evidenziato che nei pazienti con melanoma BRAF V600-positivo, il farmaco sperimentale ha portato a una riduzione del 63% del rischio di decesso ( hazard ratio [HR] = 0,37; P < 0,0001) e a un prolungamento del 74% della sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto al trattamento standard (HR = 0,26; P < 0,0001). Inoltre, l’analisi della sopravvivenza globale (OS) a 6 mesi ha evidenziato un vantaggio del 20% nel gruppo trattato con il BRAF-inibitore rispetto a quello trattato con dacarbazina (84% contro 64%). Tutti i risultati hanno raggiunto la significatività statistica. In più, la molecola è risultata generalmente ben tollerata e i dati di sicurezza sono risultati in linea con quelli emersi negli studi precedenti sull’anti-BRAF.

Nello studio BRIM2, condotto in pazienti già trattati in precedenza, vemurafenib ha dimostrato di ridurre le dimensioni del tumore nel 52% dei pazienti.
In origine, il farmaco era stato sviluppato dalla biotech Plexxikon, una società con sede a Seattle, nello Stato americano di Washington. Lo scorso febbraio, con un esborso di 935 milioni di dollari, la società fu acquisita da Daiichi Sankyo. Tuttavia, già nel 2006,  Plexxikon aveva ceduto a Roche i diritti per vemurafenib.

Daiichi Sankyo potrà co-promuovere il farmaco nel territorio americano, mentre nel resto del mondo è Roche a detenere i diritti. Secondo le prime anticipazioni, una terapia a base di vemurafenib della durata di 6 mesi sarà venduta un costo di $56.400. Sulla base delle stime della banca d’affari londinese Sanford C. Bernstein & Co., entro il 2015 il farmaco potrebbe raggiungere vendite annue per quasi 900 milioni di dollari.

Nel mondo il numero di diagnosi di melanoma è in costante aumento, si stimano almeno centomila nuovi casi l'anno (circa 7mila in Italia). Le prospettive di guarigione sono enormemente migliorate nel corso degli ultimi decenni, soprattutto grazie alla diagnosi precoce. Oggi da un tumore scoperto con uno spessore inferiore al millimetro si guarisce nella quasi totalità dei casi. Invece, di fronte a quei tumori che si scoprono in fase già avanzata, per lungo tempo l'oncologia è rimasta sostanzialmente al palo. Almeno fino ad ora. Il primo scossone l'ha dato un anticorpo monoclonale, ipilimumab, e adesso arrivano anche i gli inibitori del gene BRAF mutato mentre già si studiano altri farmaci contro altri bersagli cellulari.

Comunicato Ema