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Fda, alt a biomarker e imaging come endpoint primari nei trial su nuovi anti-Alzheimer

La Food and Drug Administration ha fatto sapere che non accetterà più dati su biomarker o di imaging come endpoint primari negli studi registrativi riguardanti potenziali farmaci contro la malattia di Alzheimer. La misura principale di efficacia dovrà, invece, mostrare un beneficio sulle prestazioni cognizione e/o sulle capacità funzionali dei pazienti.

L’agenzia ha reso nota la sua decisione in una bozza di documento che potrà essere commentata per 60 giorni, prima della pubblicazione della versione definitiva.

Più precisamente, la Fda preferirebbe che gli studi sulle terapie anti Alzheimer includessero entrambi i tipi di outcome clinici nei loro endpoint primari. "Gli studi clinici sulla malattia di Alzheimer in fase di demenza dovrebbero utilizzare un approccio che preveda due misure di outcome primarie, nel quale un farmaco dimostri la sua l'efficacia in una scala di valutazione sia cognitiva sia funzionale o globale" si legge nella bozza di documento.

Tuttavia, l’Fda afferma anche che per le terapie destinate ai pazienti ancora in una fase iniziale della malattia, "una chiara evidenza di un effetto sul rallentamento del deterioramento cognitivo" potrebbe essere sufficiente.

Molti speravano che l’agenzia avrebbe accettato anche endpoint surrogati basati su un biomarker, come il restringimento delle placche di proteina beta-amiloide visto con la PET, come misura di outcome primario. Tali speranze erano state alimentate anche dall’approvazione da parte dell’agenzia dell’uso clinico del tracciante florbetapir (Amyvid) per la PET nella diagnosi della malattia di Alzheimer.

Allora, infatti, era stato proposto che gli effetti su questo o altri biomarcatori avrebbero potuto essere  misurati con maggiore precisione e si sarebbero potuti vedere più rapidamente rispetto a quelli sui processi cognitivi e sulle capacità funzionali.

Tali endpoint surrogati avrebbero poi consentito alle aziende di portare nuovi farmaci sul mercato in modo più rapido e meno costoso, come è accaduto con molti farmaci antitumorali e altri sottoposti all’Fda e poi esaminati con la procedura di approvazione accelerata.

Ma con il documento appena pubblicato l’Fda ha gettato acqua sul fuoco. "Al momento non esistono evidenze affidabili che qualsiasi effetto osservato del trattamento su tale misura sia ragionevolmente in grado di predire in ultima analisi un beneficio clinico (il requisito standard per ottenere l’iter di approvazione accelerata), nonostante un grande interesse della ricerca per la comprensione del ruolo dei biomarcatori in nella malattia di Alzheimer” recita il documento.

E ancora, "finché non ci sarà un ampio accordo evidence-based nella comunità scientifica sul fatto che un certo effetto su un particolare biomarker è ragionevolmente in grado di predire il beneficio clinico, non saremo in grado di prendere in considerazione un’approvazione basata sull'utilizzo di un biomarker come misura di outcome surrogato in qualsiasi fase della malattia di Alzheimer".

Inoltre, l'agenzia si dice scettica in merito ai risultati sui biomarcatori anche come misure di efficacia secondarie, sostenendo che sarebbe necessario un accordo tra i ricercatori sul fatto "che il biomarcatore scelto riflette un'entità fisiopatologica che è fondamentale per il processo alla base della malattia". E aggiunge che "non c’è attualmente consenso su quale specifico biomarker sarebbe opportuno per confermare i risultati clinici negli studi sulla malattia in fase iniziale".

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