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Fda approva lenalidomide nel linfoma mantellare

L’Fda  ha approvato lenalidomide per la terapia del linfoma mantellare  in pazienti la cui malattia sia progredita nonostante due terapie precedenti, tra cui una a base di bortezomib.

La nuova indicazione potrà accrescere le vendite del farmaco (pari a circa $4 mld l’anno di altri  $100 milioni - $200 milioni.

Il linfoma mantellare costituisce il 6% circa dei linfomi non-Hodgkin. Deriva dalla espansione neoplastica di una piccola popolazione di cellule B del mantello dei follicoli linfatici. L’età mediana é 62 anni con prevalenza del sesso maschile.

Nonostante la presentazione sia quella tipica dei linfomi indolenti, senza sintomi sistemici e con buon performance status, si tratta invece di un linfoma a maggiore aggressività e difficilmente eradicabile con la immuno-chemioterapia standard. La sopravvivenza è inferiore a quella dei linfomi indolenti. Oltre alla variante classica, esistono altre varianti istologiche di linfoma mantellare, tra cui la variante blastoide e quella pleomorfica, caratterizzate da una maggiore aggressività clinica e da una prognosi peggiore.

La lenalidomide ha mostrato un’ottima efficacia come agente singolo (una compressa da 25 mg al giorno per 21 giorni ogni 28 giorni) nei pazienti con linfoma mantellare in recidiva o refrattario, permettendo di ottenere fino al 55% di risposte globali (fra cui 25% di risposte complete).

Un recente studio multicentrico della Fondazione Italiana Linfomi ha confermato questi risultati preliminari su un ampio numero di pazienti. Gli effetti collaterali principali della lenalidomide sono principalmente di tipo ematologico: neutropenia e piastrinopenia. Pertanto, pur essendo una terapia orale di tipo ambulatoriale sono necessari frequenti controlli clinici e dell’emocromo per monitorare l’efficacia e soprattutto la possibile tossicità ematologica.

Il meccanismo d’azione della lenalidomide nel linfoma mantellare non è stato ancora completamente chiarito, tuttavia sembra che sia fondamentale un meccanismo di tipo immunologico, tramite cui la lenalidomide stimolerebbe le cellule del sistema immune del paziente ad “aggredire” il linfoma: a questo potrebbe essere collegato il fenomeno del “tumor flare”, cioè un iniziale ingrossamento dei linfonodi patologici in seguito alla terapia con lenalidomide che precede la loro effettiva riduzione.

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