Colangite biliare primitiva, elafibranor centra gli endpoint di fase 2

Elafibranor ha raggiunto il suo endpoint primario di fase 2 di riduzione della fosfatasi alcalina dopo 12 settimane di trattamento in pazienti con colangite biliare primitiva, secondo un comunicato stampa dell'azienda Genfit che si occupa dello sviluppo del farmaco.

Elafibranor ha raggiunto il suo endpoint primario di fase 2 di riduzione della fosfatasi alcalina dopo 12 settimane di trattamento in pazienti con colangite biliare primitiva, secondo un comunicato stampa dell’azienda Genfit che si occupa dello sviluppo del farmaco.

La colangite biliare primitiva è una malattia epatica cronica e autoimmune che colpisce più frequentemente le donne, in genere con più di 40 anni.
E’ una malattia rara del fegato con una prevalenza nel nostro Paese pari a 28 casi su 100.000 (circa 13.000 persone), con un’incidenza di 5,3 casi su 100.000 l’anno. A livello mondiale, la CBP ha una prevalenza di 21 casi su 100.000 persone e un’incidenza di 3 su 100.000 l’anno. 

Elafibranor è un agonista del recettore PPAR (peroxisome proliferator-activated receptor) alfa e delta, che ha dimostrato di migliorare la sensibilità all'insulina, l'omeostasi del glucosio e il metabolismo dei lipidi e di ridurre l'infiammazione. E’già in sviluppo per la NASH (steatoepatite non alcolica) grazie a un’azione di prevenzione della progressione della fibrosi. Ad oggi ha mostrato un buon profilo di sicurezza e tollabilità, offrendo ai pazienti con NASH i benefici cardio-protettivi necessari.

Elafibranor per la NASH è attualmente in fase di valutazione nello studio clinico di fase 3 RESOLVE-IT. Questo studio cardine mira a ottenere l'approvazione condizionata alla commercializzazione basata sull'analisi provvisoria dei primi 1 000 pazienti, dopo un trattamento di 72 settimane, basato su un singolo endpoint surrogato istologico.

Per quanto riguarda la colangite biliare primitiva (PBC), i risultati di questo studio di controllo randomizzato, che ha arruolato 45 pazienti, hanno mostrato una diminuzione significativa della fosfatasi alcalina pari al 48% nei pazienti trattati con 80 mg e del 41% in quelli che hanno ricevuto 120 mg al giorno per 12 settimane rispetto a un aumento del 3% tra i controlli che hanno ricevuto placebo (p<0.001).

Inoltre, i pazienti trattati con elafibranor hanno mostrato miglioramenti nei livelli di gamma-glutamil transferasi, colesterolo totale, LDL, trigliceridi e prurito.

Sono stati registrati percentuali di risposta dal 67% al 79% rispetto all'endpoint che ha esaminato la proporzione di pazienti per ottenere una riduzione del 15% o maggiore di ALP e bilirubina. Il tasso di risposta al placebo è stato del 6,7%. Sono dati molto buoni considerando che il farmaco che è arrivato sul mercato per questa malattia ha un tasso di risposta del 47%.

Questi dati potrebbero permettere all’azienda di passare in fase tre velocemente e di mettersi al passo con un’altra molecola già in questa fase clinica di sviluppo, seladelpar, agonista del recettore PPAR delta.

Secondo gli azionisti, confrontando i dati midphase dei due farmaci elafibranor emerge come molto competitivo e potrebbe diventare il gold standard del trattamento della PBC.