Diagnosticare i pazienti, il sommerso Ŕ il vero problema dell'HCV. Da Nord a Sud i progetti per eliminare l'epatite C

Gli antivirali ad azione diretta hanno rivoluzionato la gestione dei pazienti con epatite C, portando a tassi di guarigione superiori al 98% anche nei soggetti con comorbiditÓ, con cirrosi e in politerapia. Questo lo dicono sia i dati provenienti dagli studi clinici che i numerosi studi real life presentati all'EASL 2019 di Vienna in questi giorni.

Gli antivirali ad azione diretta hanno rivoluzionato la gestione dei pazienti con epatite C, portando a tassi di guarigione superiori al 98% anche nei soggetti con comorbidità, con cirrosi e in politerapia. Questo lo dicono sia i dati provenienti dagli studi clinici che i numerosi studi real life presentati all’EASL 2019 di Vienna in questi giorni.

Cosa manca? C’è bisogno di programmi e progetti efficaci e dell’attuazione degli stessi per andare a scovare il sommerso e quindi tutti quei soggetti che hanno l’epatite C ma di cui ancora non siamo a conoscenza. E ricordiamo che l’Organizzazione mondiale della Sanità prevede per il 2030 l’eliminazione dell’epatite C almeno per il 90%. Il piano nazionale epatite C potrebbe non essere rinnovato ma i soldi che avanzano (non utilizzati per i farmaci) potrebbero essere usati in progetti finalizzati all’eliminazione del virus.

Parliamo principalmente dei carcerati, dei senza fissa dimora, dei pazienti afferenti ai SerD. Il piano nazionale Epatite C prevedeva fin dall’inizio uno stanziamento di risorse economiche per trattare i pazienti con epatite C con i nuovi antivirali ad azione diretta ma non vi erano indicazioni e fondi destinati allo sviluppo di progetti a favore del sommerso.

Ad oggi abbiamo idea del numero dei pazienti con epatite C e di quelli trattati, in trattamento o che stanno per iniziarlo e che sono seguiti dai centri lungo tutto lo stivale italiano che si occupano di epatite C. L’ultimo aggiornamento diffuso dall’AIFA parla di 176.810 pazienti trattati o che stanno per iniziarlo, ma rimane una quota indefinita di persone che hanno acquisito l’infezione in passato e che non sanno di averla.

“Il Dipartimento dell’Ospedale Le Molinette di Torino dove lavoro”-ha dichiarato la dr.ssa Alessia Ciancio ai microfoni di Pharmastar durante l’ILC2019- “è molto sensibile al problema del sommerso in epatite C perché pensiamo che ci siano ancora molti pazienti con questa infezione che non sanno di avere la malattia o che sanno di avere la malattia ma non vengono mandati ai centri per il trattamento. Per tale motivo abbiamo messo su diversi piani per cercare di eradicare il virus dell’epatite C attraverso delle strategie diverse che riguardano i medici di medicina generale, i SerD e un programma a cui tengo particolarmente che riguarda i consultori femminili e le carceri.”

“La nostra intenzione è di realizzare un programma per le carceri a 360 gradi quindi cercare di educare primariamente il personale sanitario ma anche tutto il resto del personale e soprattutto i carcerati per sensibilizzarli al problema con l’obiettivo di valutarli tutti attraverso un test salivare e di conseguenza trattarli. Abbiamo un progetto in collaborazione con EpaC e con la regione Piemonte dove vogliamo creare il primo carcere italiano con epatite C zero”.

“Per arrivare all’obiettivo zero epatite C ci vogliono delle risorse dedicate, oltre a quelle dei farmaci innovativi, per attività di screening, di linkage-to-care, di informazione e comunicazione alla popolazione. In questo momento queste risorse non sono allocate, quindi le regioni dovrebbero fare la loro parte, attivare dei percorsi che portano i pazienti dal territorio (soprattutto dalla medicina di base) ai reparti prescrittori ma allo stesso tempo anche chi ha una libertà limitata, come persone nelle carceri o nelle comunità di recupero o nei SerD deve essere collegato con i centri prescrittori. Tutti devono fare la loro parte altrimenti il rischio è di retrocedere come mostrato dal calo di accesso alle terapie. Attualmente abbiamo un calo quasi del 40% di accesso alle terapie rispetto allo scorso anno nello stesso periodo” ha commentato Massimiliano Conforti, vicepresidente di EpaC onlus, in una dichiarazione telefonica per il nostro giornale.

“Il tasso di screening negli anni è decisamente diminuito secondo dati presentati al Ministero della Salute sia per quanto riguarda i SerD che per quanto riguarda le carceri, oggi valutiamo il 50% in meno di quanto facevamo qualche anno fa quando si sottoponeva a test solo il 40% degli afferenti a un SerD o a un carcere. Quindi oggi valutiamo meno del 20% degli ospiti di queste strutture questo perché il test viene offerto, non esteso a tappeto, ed essendoci uno stigma verso l’epatite C in comunità chiuse come queste molti rinunciano ad eseguirlo. Andando a valutare sia ospiti delle strutture che personale lavoratore dovremmo superare anche queste difficoltà” ha aggiunto Ciancio.

Spostandoci a nord-est dell’Italia ci sono altri progetti in partenza
“La regione Veneto si sta organizzando per avere un medico all’interno del carcere in modo da eseguire analisi del sangue e anche analisi attraverso fibroscan. L’altra popolazione difficile da raggiungere è chi ha preso l’infezione a seguito dell’utilizzo di sostanze stupefacenti perché sono abituati nei loro habitat di appartenenza e quindi i SerD ed anche li faremo attività all’interno delle strutture” ha dichiarato il dott. Francesco Paolo Russo, gastroenterologo dell’Università di Padova.

“Nel 2017 come regione Campania abbiamo attivato un programma di formazione dei medici nei SerD creando un link con l’Ospedale che ha portato da 10 soggetti che da queste strutture afferivano all’Ospedale per lo screening a 200 persone dall’avvio del programma” ha sottolineato il dott. Nicola Coppola, primario dell’UO di Malattie Infettive e Tropicali dell’azienda ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta.

”Di recente abbiamo attivato anche dei progetti con le carceri in 3 strutture penitenziarie della zona di Caserta proponendo uno screening a tappeto per l’HCV con valutazione virale attraverso esame del sangue” ha aggiunto Coppola.
Anche nella provincia di Salerno sono attivi dei progetti con le carceri attraverso test sulla saliva e fibroscan portatile. Su 600 carcerati soltanto 7 si sono rifiutati di sottoporsi al test, come ci ha illustrato il prof. Marcello Persico, professore di Medicina Interna presso l’Università di Salerno.

Sono ovviamente progetti che vengono decisi e attivati dalle singole strutture ospedaliere oppure universitarie, se ne potrebbero attivare altri o velocizzare quelli esistenti ma servono maggiori investimenti.

“L’innovatività del farmaci per l’HCV dovrebbe scadere alla fine del 2019, il rischio è che tanti centri si trovano ad avere più farmaci rispetto alla numerosità delle casistiche da trattare ancora; quindi, in questo momento, è davvero importante andare alla ricerca del sommerso. Oltre alle carceri e ai SerD esiste anche un serbatoio di soggetti di una certa età che magari hanno preso il virus da pregresse infezioni ad esempio da siringhe in vetro che si utilizzavano tanti anni fa e che neanche sanno di avere l’infezione ma anche pazienti con comorbidità quali diabete, pazienti in dialisi oppure oncologici in terapia immunomodulante ma anche pazienti con malattie infiammatorie e reumatologiche come pazienti con psoriasi. Andrebbero tutti valutati per l’HCV” ha aggiunto Russo.

“Parte dei soldi che erano destinati all’innovatività dei farmaci e che entro fine anno probabilmente verranno tolti potrebbero essere destinati anche al sommerso. Come Associazione italiana studio fegato (AISF) di cui faccio parte siamo in contatto attraverso il nostro segretario il dott. Salvatore Petta, con il Ministero e speriamo di portare ad una attuazione non solo del trattamento di questi pazienti ma anche di una ricerca dei pazienti non ancora noti e dell’utilizzo a tale fine dei soldi rimanenti destinati al Piano eliminazione” ha evidenziato Russo.

“Le risorse che avanzano o delle risorse in più vanno messe per creare questi flussi e percorsi che portino i pazienti ai centri perché pur esistendo un fondo per i farmaci molte persone non sono informate e i soldi non vengono investiti come dovuto” ha concluso Conforti.