Gastroenterologia

Epatite C, aggiunta inibitore proteasi a terapia standard non sempre necessaria

A quasi due mesi di distanza dalla pubblicazione di uno studio osservazionale (1) che avanzava la possibilità di identificare a priori pazienti con epatite C “responders” alla terapia convenzionale, ottimizzando in tal modo l’outcome di trattamento sia dal punto di vista dell’efficacia che in un’ottica di razionalizzazione delle risorse sanitarie disponibili, è stato recentemente pubblicato un trial randomizzato che conferma le inziali ipotesi.

Si tratta di un trial randomizzato pubblicato sulla rivista Hepatology che, analogamente alle osservazione precedenti, suggerisce come, in un gruppo attentamente selezionato di pazienti con epatite C di grado lieve che sono buoni “responders” al trattamento con interferone e ribavirina, l’aggiunta di un inibitore di proteasi potrebbe rivelarsi non necessaria (2), indipendentemente dal sottotipo virale –genotipo 1a e 1b, dai genotipi legati a IL-28 e dall’etnia di appartenenza – bianchi vs neri.

“Lo standard attuale di cura dei pazienti con HCV di genotipo 1, naive al trattamento, si basa su una terapia triplice a base di peginterferone, ribavirina e un inibitore di proteasi – ricordano gli autori nell’introduzione dello studio.”

Tuttavia, l’esistenza di dati secondo i quali quasi un paziente su due è in grado di raggiungere l’obiettivo della SVR con la terapia convenzionale, ha sollecitato  i ricercatori ad allestire questo trial randomizzato, avente l’obiettivo di verificare se fosse necessaria l’aggiunta di un inibitore di proteasi in pazienti che raggiungono una risposta virologica rapida (RVR –sieronegatività al virus HCV) dopo 4 settimane di terapia con peginterferone e ribavirina.

A tal scopo sono stati inclusi  nello studio 233 pazienti con bassa carica virale al basale, non affetti da cirrosi, naive al trattamento, sottoposti per 4 settimane a terapia convenzionale standard (peginterferone e ribavirina).
I ricercatori hanno registrato le caratteristiche iniziali dei pazienti reclutati (età sesso, IMC, glicemia, livelli di vitamina D, etnia, risultati istologici da biopsia epatica pre-trattamento, e carica virale). Inoltre, hanno provveduto a stratificare i pazienti un base al genotipo per HCV e per IL-28b.

Quasi la metà del campione (48%) ha raggiunto la RVR a 4 settimane. Questi pazienti sono stati randomizzati, quindi, a proseguire il
trattamento standard convenzionale o a passare a terapia tripla per 20 settimane.

I risultati hanno mostrato che, nei pazienti che raggiungevano la RVR dopo 4 settimane di terapia standard convenzionale, il raggiungimento della SVR non differiva in modo significativo tra coloro che proseguivano il trattamento con peginterferone e ribavirina e quelli che erano trattati anche con un inibitore delle proteasi, indipendentemente dal genotipo virale, da quello relativo a IL-28b e dall’etnia.

Oltre alla SVR, lo studio non ha documentato differenze significative tra gruppi in relazione all’incidenza di eventi avversi, né abbandoni o sospensioni del trattamenti prescritto.

Nel commentare i dati ottenuti, i ricercatori hanno comunque voluto sottolineare l’impossibilità di generalizzare i risultati, in quanto ottenuti limitatamente in pazienti con bassa carica virale al basale. Inoltre hanno voluto ricordare alcuni limiti metodologici intrinseci del trial, quali il carattere monocentrico dello studio (con il rischio possibile di introduzione di bias di selezione).

1)    www.pharmastar.it/index.html?cat=search&id=12277

2)    Pearlman BL et al. Hepatitis C genotype 1 virus with low viral load and rapid virologic response to peginterferon/ribavirin obviates a protease inhibitor. Hepatology 2013; Article first published online: 18 NOV 2013 DOI: 10.1002/hep.26624.
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