Stando ai risultati di uno studio osservazionale italiano, pubblicato online ahead of print sulla rivista Journal of Hepatology, un numero significativo di pazienti con epatite C cronica, naive al trattamento, identificati in base ad alcune caratteristiche di partenza e alla risposta virologica rapida (RVR, ovvero HCV RNA negativo dopo 4 settimane di terapia), sarebbe in grado di trarre ancora beneficio dal trattamento convenzionale basato su interferone peghilato (Peg-IFN) e ribavirina (RVN) in luogo della terapia triplice (aggiunta di inibitori delle serin proteasi al trattamento convenzionale). L’identificazione a priori dei pazienti responders alla terapia convenzionale potrebbe ottimizzare l’outcome di trattamento sia dal punto di vista dell’efficacia che in un’ottica di razionalizzazione delle risorse sanitarie disponibili.

Come è noto, “…il paradigma di trattamento dei pazienti con infezione da virus dell’epatite C (HCV-1), basato sul trattamento con Peg-IFN e RVN, è stato recentemente oggetto di variazioni significative con l’introduzione degli inibitori delle serin-proteasi (telaprevir e boceprevir) in aggiunta ai farmaci tradizionali (terapia triplice), con un innalzamento del tasso di risposta sostenuta (SVR, ovvero HCV RNA non rilevabile 24 settimane dopo la conclusione del trattamento) al 75% nei pazienti HCV-1 naive al trattamento. – si legge nell’introduzione del lavoro -. (…) Tuttavia, a fronte di un miglioramento della terapia dell’HCV-1 con l’introduzione della terapia triplice, esistono dati che documentano come quasi un paziente su due possa raggiungere l’obiettivo della SVR con la terapia convenzionale. Sarebbe pertanto auspicabile, in un’ottica di ottimizzazione delle risorse sanitarie, poter identificare a priori quei pazienti in grado di raggiungere l’SVR con la terapia convenzionale.”

Obiettivo dello studio, pertanto, è stato quello di fornire una stima realistica della proporzione di pazienti che potrebbero beneficiare ancora della terapia convenzionale. Per fare ciò, sono state prese in  considerazione due strategie alternative di trattamento, la prima basata sulla somministrazione della terapia convenzionale esclusivamente ai pazienti con predittori favorevoli di SVR al basale; la seconda, invece, basata sulla somministrazione della terapia duale ai pazienti con sensitività all’interferone, valutata in base al raggiungimento della RVR. Condizione perché la strategia terapeutica utilizzata fosse clinicamente rilevante era il raggiungimento di un tasso di SVR >80%, essendo il tasso di SVR raggiunto con la terapia triplice pari al 75%.

I risultati dello studio sono stati i seguenti

- su 1.045 pazienti trattati con Peg-IFN e RVN, 414 (il 39,6% del totale) ha raggiunto l’obiettivo della SVR.

- genotipo IL28B CC, bassa viremia (<400.000 UI), fibrosi F0-F2 e diabete di tipo 2 sono stati, nell’ordine, i fattori indipendentemente associati alla SVR nella prima strategia di trattamento

- RVR, genotipo IL28B CC, bassa viremia e fibrosi sono stati, invece, nell’ordine, i fattori indipendentemente associati alla SVR nella seconda strategia di trattamento

- i tassi di risposta SVR sono oscillati tra il 42,4% e l’83,3% quando si combinavano le variabili di base favorevoli

- solo 66 pazienti (6,3% sul totale) identificati con tutti i predittori sopra menzionati hanno raggiunto la soglia di risposta SVR >80%

- solo il 26,6% dei pazienti che non avevano raggiunto l’obiettivo della risposta RVR ha raggiunto anche quello della risposta SVR.

- la probabilità di raggiungimento dell’obiettivo SVR nei 255 pazienti che avevano raggiunto, invece, l’outcome della risposta RVR, è stata pari al 61,8% nei pazienti che presentavano predittori sfavorevoli, all’80% in quelli che presentavano un singolo predittore e al 100% per quelli che presentavano entrambe le condizioni.

- in 200 pazienti (19,1% del campione) che avevano adottato la seconda strategia di trattamento, la probabilità di essere curati efficacemente con la terapia convenzionale in luogo della triplice è stata pari all’80%.

Nel discutere i risultati dello studio, gli autori rimarcano il fatto che “…il 24,4% dei pazienti, su un totale di 1.045, affetti da infezione cronica di HCV, è stato in grado di raggiungere la risposta RVR, una percentuale in linea con quella riportata in una recente rassegna sistematica di letteratura sull’argomento. Tali osservazioni suffragano il razionale di una stratificazione in base al rischio dei pazienti fondata sulla risposta al trattamento con interferone alla quarta settimana prima dell’aggiunta di inibitori delle proteasi.”

“Pertanto – concludono – al fine di ottimizzare il rapporto rischio-beneficio della terapia di combinazione, è raccomandabile iniziare il trattamento antivirale in tutti i pazienti naive con infezione cronica da HCV, indipendentemente dalle loro caratteristiche iniziali, e di continuare con la terapia convenzionale standard in quelli con RVR e altri predittori di risposta SVR”.

Andriulli A. et al. Identification of naive HCV1 patients with chronic hepatitis who may benefit from dual therapy with peginterferon and ribavirin. Journal of Hepatology (2013), doi: http://dx.doi.org/10.1016/j.jhep.2013.07.040
Leggi