Osservazioni preliminari provenienti da una rassegna sistematica di letteratura associata ad una metanalisi di sette studi osservazionali, pubblicata online ahead-of-print sulla rivista Gut, mostrano come i pazienti con esofago di Barrett (EB), in trattamento con inibitori di pompa protonica (PPIs), presentino un minor rischio di andare incontro a carcinoma esofageo.
Data la natura osservazionale di questi studi, tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze non è ancora possibile immaginare un impiego di PPIs in funzione anti-tumorale nei pazienti con EB.

Come è noto, il carcinoma esofageo costituisce, tra le diverse tipologie di cancro all’esofago, quella con l’aumento di casi più elevato, soprattutto nel mondo occidentale. Ciò è da ascriversi, in parte, all’incremento della prevalenza dell’obesità tipico di questi Paesi.

EB è il fattore di rischio maggiormente significativo dello sviluppo di EAC, anche se lo studio ricorda che, nonostante EB determini un aumento del rischio di EAC di 30-125 volte, solo un ristretto numero di pazienti andrà incontro a sviluppo conclamato di questa forma tumorale.

In letteratura esistono molte documentazioni a riguardo della capacità della terapia con PPI di prevenire o ritardare la progressione della displasia a EB, pur rimanendo dubbi sulla soppressione acida a lungo termine derivante dal trattamento e sulla capacità dei PPIs di prevenire la progressione di EB ad EAC.

Per dirimere la questione, è stata condotta una rassegna sistematica della letteratura, associata ad una metanalisi di studi che avevano valutato la correlazione tra l’impiego di farmaci acido-soppressori (PPIs e antagonisti recettoriale dell’istamina- H2RAs) con il rischio di EAC o displasia di grado elevato in pazienti con EB.

Lo screening della letteratura ha portato all’identificazione di 7 studi utilizzati per la metanalisi, per un totale di 2.813 pazienti, 317 dei quali progrediti ad EAC o a displasia di grado elevato. La maggior parte dei pazienti era in trattamento con PPIs (84,4%) mentre alcuni erano in trattamento con H2RAs.

I risultati della metanalisi hanno mostrato che l’impiego dei PPIs al momento della diagnosi di EB era associato ad una riduzione del 71% del rischio di EAC e di displasia di grado elevato (OR= 0,29; 95% CI 0,12-0,79), nonostante i risultati di due studi caso-controllo abbiano introdotto un’eterogeneità considerevole nell’analisi complessiva.
L’effetto protettivo esercitato dai PPIs sul rischio di EAC e/o di displasia di grado elevato veniva conservato anche dopo aggiustamento dei dati per fattori confondenti quali l’impiego di FANS, acido acetilsalicilico e statine in concomitanza con PPIs.

Tuttavia, tale effetto protettivo emergeva solo dopo esposizione a lungo termine con i PPIs (>2-3 anni). Infatti, in tre dei 7 studi utilizzati per la metanalisi, è stato documentato un OR=0,45 (95% CI 0,19-1.06) a seguito dell’impiego di PPIs >2-anni mentre l’OR a seguito dell’impiego di PPIs<2-3 anni è stato pari a 1,09 (95% CI 0.47-2.56).

E’ stato stimato in 147 il numero di pazienti da trattare con PPIs per prevenire un caso di EAC o displasia di grado elevato, mentre il numero di pazienti da trattare con PPIs per prevenire un caso di EB non displastica o di EB e displasia di grado non elevato è stato pari, rispettivamente, a 220 e a 82 pazienti.

Quanto agli H2RAs, l’assenza di documentazioni a favore dell’esistenza di un’associazione protettiva tra l’impiego di H2Ras e il rischio di neoplasia avanzata ha portato all’esclusione dalla metanalisi di due studi identificati mediante lo screening preliminare della letteratura sull’argomento.

Nel commentare i risultati, l’autore principale del lavoro ha sottolineato la difficoltà di fare inferenze sulla durata della continuazione della terapia con PPIs in ragione della comprensione ancora non completa dei tassi e del rischio di progressione verso l’EAC a partire da EB con gradi di displasia differenti.
“E’ probabile – afferma l’autore principale dello studio – che questi pazienti mostrino un incremento persistente del rischio di EAC per cui, in teoria, sarebbe possibile ipotizzare che l’adozione a vita della terapia con PPI possa proteggerli contro l’EAC”.

“Tuttavia – continua l’autore dello studio - è necessario contestualizzare questa ipotesi in un’ottica rischio-beneficio, alla luce del rischio concorrente di morte CV tipico di questi pazienti – non essendo l’EAC la loro principale causa di morte”.

Pertanto, in assenza di solide evidenze confortate dalla statistica, sono necessari studi di intervento per suffragare un possibile impiego dei PPIs in funzione antineoplastica, come suggerito da questo studio.

Singh S et al. Acid-suppressive medications and risk of oesophageal adenocarcinoma in patients with Barrett's oesophagus: a systematic review and meta-analysis.  Gut doi:10.1136/gutjnl-2013-305997
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