HCV, in Italia sarà possibile eradicare il virus?

Gastroenterologia

Alla domanda se in Italia sarà possibile curare tutti i pazienti ed eradicare il virus dell'epatite C, ipoteticamente la risposta è si perché conosciamo il patogeno da tempo, almeno negli aspetti principali. Le difficoltà ci sono soprattutto per l'identificazione del sommerso e per le categorie speciali, come i soggetti che fanno uso di sostanze e i carcerati ma, per arrivare all'obiettivo di eradicazione fissato dall'OMS per il 2030, c'è ancora molto da fare. E' quanto evidenziato dalla presentazione della dr.ssa Alessia Ciancio, dell'Università di Torino durante il convegno "Question marks over Hepatology" svoltosi presso l'IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo il 22 e 23 ottobre, organizzato dall'UOSD Epatologia e coordinato dalla dott.ssa Alessandra Mangia.

Alla domanda se in Italia sarà possibile curare tutti i pazienti ed eradicare il virus dell’epatite C, ipoteticamente la risposta è si perché conosciamo il patogeno da tempo, almeno negli aspetti principali. Le difficoltà ci sono soprattutto per l’identificazione del sommerso e per le categorie speciali, come i soggetti che fanno uso di sostanze e i carcerati ma, per arrivare all’obiettivo di eradicazione fissato dall’OMS per il 2030, c’è ancora molto da fare. E’ quanto evidenziato dalla presentazione della dr.ssa Alessia Ciancio, dell’Università di Torino durante il convegno “Question marks over Hepatology” svoltosi presso l’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo il 22 e 23 ottobre, organizzato dall’UOSD Epatologia e coordinato dalla dott.ssa Alessandra Mangia.

Lo scenario terapeutico è cambiato notevolmente negli ultimi 20 anni, dall’interferone fino agli ultimi farmaci di nuova generazione che ci permettono di ottenere una risposta in più del 90% dei pazienti senza effetti collaterali.
Nonostante i molti passi avanti fatti nel nostro paese dalla fine del 2015, inizio della disponibilità dei DAA, ci sono ancora tanti pazienti in lista d’attesa per ricevere le cure e molti altri ancora da indentificare con difficoltà non poco rilevanti.

Eliminare il virus dell’epatite B e C, obiettivo per il 2030 della OMS
Grazie alle nuove terapie si è osservata una riduzione dei casi di cirrosi almeno nei pazienti con epatite C ed in parallelo si è avuta una riduzione dei ricoveri.
Ad esempio, un lavoro effettuato in Piemonte dall’ospedale di Biella ha mostrato la riduzione dei ricoveri per cirrosi con l’arrivo dei DAA e il dimezzamento dei pazienti ricoverati per patologie correlate all’ HCV.

Diversi altri studi, con numeri molto più grandi, mostrano come trattare i pazienti vuol dire cambiare l’outcome della malattia. Il raggiungimento della risposta virologica sostenuta (SVR) è associato a una riduzione della mortalità fino al 43%, con parallela riduzione delle emorragie digestive e anche di altre problematiche come lo sviluppo di epatocarcinoma.
Il target del 2030 prevede una netta riduzione del virus, con diminuzione del 65% della mortalità e del 95% delle nuove infezioni.

Per raggiungere questo target molte nazioni, non solo quelle economicamente più avvantaggiate ma anche altre come Brasile, Egitto e Georgia , si stanno impegnando.
“Anche in Italia da dicembre 2015 sono stati più di 105 mila i pazienti che hanno iniziato un trattamento per l’epatite C. Purtroppo globalmente la parte da leone è ancora svolta dai cirrotici” ha sottolineato la prof.ssa Ciancio, aggiungendo: “Il trend è in discesa, dalla fine del 2015 quando potevamo trattare solo i cirrotici, ma a maggio 2018 ancora il 24% dei pazienti erano cirrotici”.

Quanto siamo lontani da eradicare il virus?
Fattore epidemiologico, costi e diagnosi e accesso alle terapie e screening.
Uno dei principali problemi che ostacolano l’eliminazione dell’infezione da virus dell’epatite C è la non completa conoscenza del quadro epidemiologico. Questo è un problema importante perchè non conosciamo bene il numero dei pazienti affetti.

Esistono dei nuovi dati epidemiologici che arrivano da EpaC onlus, un’indagine svolta nel 2016 che ha raccolto tutti i pazienti con esenzione quindi con i bias che possiamo valutare. A gennaio 2016 il dato riportato è di più di 160mila soggetti affetti da epatite cronica C a cui vanno aggiunti i carcerati per arrivare a 200mila persone.

L’aggiornamento dell’indagine EpaC del 2018 mostra una stima di 200mila pazienti ancora da indirizzare alle cure. Questo implica che c’è ancora tanto da fare considerando che ci sono anche circa 100mila pazienti facenti parte del sommerso e che quindi vanno ancora individuati.

“Questa situazione dipende dallo stigma ancora molto forte verso questa malattia e dal fatto che molti pazienti non vogliono intraprendere un trattamento pensando agli effetti collaterali. In molti infatti pensano che le cure a base di antivirali ad azione diretta siano accompagnate da effetti collaterali simili a quelli dell’interferone” ha precisato Ciaccio.

Altro fattore che condiziona le stime è che l’infezione acuta è asintomatica e quindi è difficile da captare.

Incidenza di nuovi casi più elevata nei giovani
Alcune classi di età hanno incidenza più elevata. Ad esempio nella classe tra i 25 e i 35 anni l’incidenza è più alta per via di fattori di rischio quali la via sessuale, l’uso di sostanze stupefacenti e l’aumento nelle collettività chiuse. Rimane un punto di domanda, il contagio con alcuni trattamenti di bellezza.

In quest’ottica è molto importante fare lo screening soprattutto per alcune categorie di pazienti come i tossico-dipendenti, gli omosessuali, i pazienti nelle carceri.
“Nelle carceri lo screening infatti non è sempre presente, nei CERD piemontesi non viene fatto lo screening di routine; nel penitenziario di Torino nel 2013 venivano testati per l’HCV il 65% dei carcerati mentre oggi tale percentuale è diminuita al 23%. Questo dato è inspiegabile visto che abbiamo i farmaci e che il trattamento previene la trasmissione” ha evidenziato Ciancio.

Inoltre, c’è anche il peso dovuto all’immigrazione che dipende dalla prevalenza del paese da dove arrivano gli immigrati ed è quindi una categoria da considerare.

Come trattare tutti?
Lo scenario nazionale evidenzia un buon lavoro svolto finora ma ci sono ancora pazienti in lista e pazienti che giacciono dai medici di base o che non sono stati individuati per non parlare di tutti i gruppi a rischio e del sommerso.

I nostri ospedali non sono in grado di trattare tutti i pazienti quindi bisogna considerare come esempio le nazioni più virtuose come l’Australia dove sono deputati a trattare anche i medici di medicina generale (MMG) che sono anche più bravi dei gastroenterologi.

In conclusione, come ha commentato Alessandra Mangia: “Raggiungere gli obiettivi dell’OMS si è rivelato irto di non poche difficoltà, quindi, è necessario cercare di identificare delle popolazioni target su cui focalizzare gli sforzi come tossicodipendenti, detenuti e pazienti che fanno riferimento ai servizi per le dipendenze”.