Infezione da Clostridium difficile, l'uso di PPI non aumenta il rischio nei reparti di terapia intensiva

Gastroenterologia

Gli inibitori della pompa protonica non sono associati a un aumentato rischio di infezione da Clostridium difficile in pazienti in terapia intensiva, in base ai risultati di uno studio di coorte retrospettivo pubblicato sulla rivista American Journal of Gastroenterology.

Gli inibitori della pompa protonica non sono associati a un aumentato rischio di infezione da Clostridium difficile in pazienti in terapia intensiva, in base ai risultati di uno studio di coorte retrospettivo pubblicato sulla rivista American Journal of Gastroenterology.
I pazienti nel reparto di terapia intensiva (ICU) ricevono spesso inibitori della pompa protonica (PPI) e hanno alti tassi di infezione da Clostridium difficile (CDI).
Gli inibitori della pompa protonica (PPI) sono stati associati con CDI nei pazienti ospedalizzati. C’è però da fare una differenza tra pazienti in terapia intensiva e pazienti non in terapia intensiva e alcuni studi si sono concentrati sull’utilizzo dei PPI esclusivamente in ambito di terapia intensiva. 
In questo studio retrospettivo di coorte è stata determinata l’associazione tra PPI e fattori modificabili che potrebbe aver contribuito all’insorgenza della CDI in terapia intensiva.
"C'è in corso una diffusa preoccupazione circa gli effetti negativi degli inibitori della pompa protonica (PPI), tra cui un possibile aumento del rischio di infezione da C. difficile (CDI)," ha dichiarato il dr. David M. Faleck, della Divisione di Gastroenterologia, Icahn School of Medicine a Mount Sinai di New York, autore dello studio.
 "I PPI sono spesso utilizzati in unità di terapia intensiva per sanguinamento e profilassi dell'ulcera da stress-ha precisato il dr. Faleck- dove anche i tassi di CDI sono elevati”. 
In questo studio sono stati considerati 18.134 pazienti in terapia intensiva.
Faleck e colleghi hanno valutato i dati su tutti gli adulti ricoverati in ospedale per almeno 3 giorni in 14 unità di terapia intensiva presso tre ospedali tra il 2010 e il 2013, ad esclusione dei pazienti che avevano avuto una recente CDI (entro 90 giorni dal ricovero).
E’ stata quindi effettuata un’analisi multivariata utilizzando un modello di rischio proporzionale di Cox per identificare le associazioni tra esposizioni a clostridium in terapia intensiva e fattori potenzialmente modificabili in ICU legati all’insorgenza dell’infezione, tra cui l'uso di PPI.
L’insorgenza di CDI è stata diagnosticata nell’ 1.5% dei pazienti nel reparto di ICU con una mediana di 7 giorni dal ricovero, e il fattore di rischio più forte è stato l'uso di antibiotici (HR aggiustato=2.79; 95% CI, 1,5-5,19).
Il fattore di rischio più importante di associazione alla CDI è stato identificato nell’utilizzo di antibiotici combinati lattame / inibitori beta-lattamici (aHR=1.71; 95% CI, 1,3-2,27); anche la vancomicina IV è stata singolarmente associati con CDI (aHR=1,42; 95% CI, 1,05-1,92) .
L’uso di PPI non è stato associato a un aumento significativo del rischio di CDI tra i pazienti che non avevano ricevuto antibiotici (aHR=1.56; 95% CI, 0,72-3,35).
Tuttavia, l'uso di PPI si è mostrato, in realtà, associato a un minor rischio per la CDI tra i pazienti che avevano ricevuto antibiotici (aHR=0.64; 95% CI, 0,48-0,83). 
Un'ulteriore analisi ha mostrato che non vi era alcuna evidenza di una relazione dose-based tra uso di PPI e CDI, anche alle dosi più alte.
In conclusione, come ha evidenziato lo stesso Faleck: "Nella nostra analisi gli antibiotici appaiono come il fattore di rischio dominante per CDI, mentre l’utilizzo dei PPI non ha aumentato il rischio indipendentemente dall'uso di antibiotici. I nostri risultati forniscono importanti rassicurazioni per le aziende produttrici: i PPI non sembrano aumentare il rischio di CDI in terapia intensiva."
EV


Faleck DM. et al. Proton Pump Inhibitors Do Not Increase Risk for Clostridium difficile Infection in the Intensive Care Unit. Am J Gastroenterol. 2016 Aug 30. doi: 10.1038/ajg.2016.343.
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