Il trattamento con fidaxomicina mostra un notevole vantaggio nel trattamento di pazienti affetti da Infezione da Clostridium Difficile  (CDI) in termini di tasso di recidiva, cause di mortalità e convenienza economica, rispetto classico al trattamento con vancomicina.

La CDI è fortemente associata a mortalità e elevati costi per il trattamento, quindi ridurne gli effetti e l’incidenza è obiettivo prioritario sia per la comunità medica, per i contribuenti e per le autorità sanitarie

In occasione del V Simposio Internazionale del Clostridum Difficile, svoltosi pochi giorni fa a Bled, in Slovenia, è stato presentato il primo studio multicentrico sul trattamento di Clostridum Difficile, coordinato dal centro NHS Secondary Care Trust in Inghilterra.

Nell’analisi sono stati compresi oltre 1450 pazienti arruolati in sette centri ospedalieri britannici che tra il luglio 2012 e luglio 2013 avevano introdotto la fidaxomicina tra i farmaci perla terapia della CDI. I dati relativi a 177 pazienti trattati in prima linea con fidaxomicina sono stati confrontati con i dati provenienti da uno coorte retrospettiva in cui i pazienti erano stati trattati con gli antibiotici ad ampio spettro vancomicina e metronidazolo nel corso dei 12 mesi precedenti.

I risultati dei due centri (A e B), in cui i pazienti sono stati trattati in prima battuta con fidaxomicina, mostrano che in 28 giorni è stata ridotta la mortalità, per cause varie, dal 18,2% al 3,1% (p<0.001) e dal 17,3 al 6,3% (p<0,05). rispettivamente.

Un altro studio aveva precedentemente dimostrato che l’utilizzo di fidaxomicina riduce del 20% le contaminazioni ambientali (36,8% in ambienti in trattamento con fidaxomicina contro un 57,6% dei trattamenti con vancomicina e metronidazolo). Il contenimento delle contaminazioni ambientali riduce notevolmente i casi di CDI secondaria.

La CDI è un’infezione dovuta al batterio Clostridum Difficile, normalmente presente nella flora batterica intestinale. Tuttavia in casi di alterazioni di quest’ultima, il Clostridum Difficile intacca le pareti intestinali, producendo tossine che causano diarrea, infiammazione e in alcuni casi anche il decesso del paziente.

La fidaxomicina è un antibiotico a spettro ristretto utilizzato nel trattamento di pazienti affetti da CDI. La  fidaxomicina appartiene alla nuova classe di antibiotici macrociclici aventi come target specifico il batterio C. difficile. Questo farmaco riesce ad agire senza intaccare i batteri intestinali "buoni", evitando così di alterare la microflora batterica intestinale.

Le linee guida ESCMID (“Società Europea di Microbiologia clinica e malattie infettive”) attualmente raccomandano la fidaxomicina come farmaco di prima linea per il trattamento di pazienti con CDI sia grave che non, ma anche in pazienti a rischio di recidiva di CDI.
Simon Goldenberg, consulente microbiologo e medico nel controllo delle infezioni, al Guy e St Thomas 'NHS Foundation Trust, afferma che lo studio si basa su evidenze che mostrano che il trattamento in prima linea di pazienti affetti da CDI con fidaxomicina permette di ottenere migliori risultati in termini di mortalità ed accessibilità economica.

Uno studio precedente, inoltre, mostra che l’utilizzo di fidaxomicina in prima linea, nel trattamento di questi pazienti, riduce notevolmente le contaminazioni ambientali se comparate al trattamento con vancomicina o metronidazolo, suggerendo così un ruolo della fidaxomicina nel contenimento della diffusione ed incidenza di CDI, sempre in associazione a stringenti protocolli di igiene ospedaliera.

Mark Wilcox, professore di Microbiologia Medica, Leeds Teaching Hospitals e University di Leeds suggerisce che secondo l’ESCMID un 25% di pazienti trattati con antibiotici ad ampio spettro presenta una recidiva di CDI entro 30 giorni dall’inizio del trattamento con le attuali terapie. L'ESCMID ha identificato la caratteristica di recidiva come il problema più importante nel trattamento della CDI.

La CDI si manifesta in pazienti precedentemente trattati con antibiotici ad ampio spettro che intaccano la flora intestinale rendendo vulnerabili pazienti già deboli, anziani, immunodepressi, pazienti sottoposti a lunghi periodi di degenza ospedaliera e con problemi renali. La fidaxomicina invece, non intervenendo in maniera invasiva sui “batteri buoni”, limita gli effetti collaterali, preservando la microflora intestinale. Anche per questo motivo la fidaxomicina rappresenta una cura preferenziale rispetto all’utilizzo di antibiotici ad ampio spettro.

Una recidiva di CDI aggrava la spesa per il trattamento della malattia di £20.249, rispetto ai £13.146 necessari per il trattamento di un’infezione primaria. Questo a causa del prolungamento dei tempi di ospedalizzazione, della degenza in terapia intensiva, dei farmaci ad alto costo e degli interventi chirurgici necessari. Un’analisi dei dati, provenienti da due centri precedentemente citati che utilizzano fidaxomicina in trattamento primario, emerge che nel centro A, 5 pazienti su 50 potrebbero non mostrare recidiva portando ad un risparmio di 19.490 £; mentre nel centro B, evitando 10 recidive, si risparmierebbero £ 121.144.

In Europa l’incidenza di CDI è di 125.000 pazienti all’anno, il risparmio potrebbe essere anche maggiore rispetto a quelli precedentemente descritti.
Un recente studio francese corrobora i dati relativi all’efficacia clinica ed economica dovuta all’utilizzo di fidaxomicina rispetto a vancomicina. Riducendo i casi di recidiva, si diminuiscono i costi per l’ospedalizzazione, con una convenienza in QALY di € 24.242. Il risparmio con l’assenza di una recidiva è di 1.877 €, mentre il trapianto evitato costerebbe 8.967 €.

Nel più grande studio di fase III di questo settore, la fidaxomicina ha mostrato non essere inferiore nel trattamento primario, ma nettamente superiore nel contenere la recidiva caratteristica del CDI, rispetto al farmaco standard, la vancomicina. Il profilo di sicurezza di Dificlir si basa su dati provenienti da 564 pazienti con CDI trattati con fidaxomicina in studi di fase III.

In Europa i casi di CDI sono in aumento: 9% di pazienti con CDI arrivano alla morte (2% CDI come causa primaria, 9% come concausa). Questi dati suggeriscono che in Europa muoiono circa 27.000 persone all’anno di CDI. Attualmente CDI ha superato di circa 5 volte l’MRSA nelle cause di morte da infezioni sanitarie acquisite.