Malattie epatiche croniche, torna alla ribalta il caffè come fattore di protezione

Il consumo di caffè è associato a una riduzione del rischio di sviluppare malattie epatiche croniche, in particolare la steatosi epatica non-alcolica (NAFLD), la malattia epatica alcolica (ALD) e l'epatite C cronica. E' quanto evidenziato da uno studio pubblicato su Clinical Gastroenterology and Hepatology.

Il consumo di caffè è associato a una riduzione del rischio di sviluppare malattie epatiche croniche, in particolare la steatosi epatica non-alcolica (NAFLD), la malattia epatica alcolica (ALD) e l’epatite C cronica. E’ quanto evidenziato da uno studio pubblicato su Clinical Gastroenterology and Hepatology.
Nel lavoro gli autori hanno precisato che il consumo di caffè è stato inversamente associato con la gravità della malattia epatica cronica (CLD), ma gli studi sono stati condotti principalmente nell’epatite C cronica (CHC), mentre un minor numero di studi ha riguardato altre eziologie.
In passato già altri studi hanno indagato questo collegamento ed esistono dei dati sull’effetto del caffè nel ridurre gli enzimi epatici. Non sono, sempre da analisi pubblicate in letteratura un maggior consumo di caffè sarebbe collegato a una ridotta attività istologica, in particolare la fibrosi nel caso di pazienti con CHC.
Alla fine dello scorso anno un articolo apparso su Journal of Gastroenterology and Hepatology aveva evidenziato come bere almeno 200 ml di caffè al giorno (una tazza di caffè americano) potesse rallentare l'avanzamento dell'epatopatia alcolica e alcuni casi di colangite sclerosante primaria nei pazienti con malattia epatica allo stadio terminale in attesa di trapianto di fegato.
In questo ampio studio sono stati arruolati 5.385 pazienti facenti parte di una coorte multietnica. I pazienti erano iscritti al programma “Medicare fee-for-service programe” e avevano completato questionari sul consumo di caffè e altri fattori confondenti.
I pazienti inclusi avevano differenti problematiche epatiche, dalla ALD (n=1.112), NALFD (n=2.786), CHC (n=606), all’epatite B cronica (n=165), cirrosi criptogenetica (n=359) o altre malattie epatiche correlate (n=357 ). L'età media dei pazienti era di 61 anni, il 44% dei pazienti erano uomini, e le etnie incluse comprendevano giapponesi-americani (38%), bianchi (23%), latini (22%), afro-americani (12%) e nativi delle Hawaii (5 %).
I ricercatori hanno classificato l’assunzione di caffè come meno di una tazza al giorno, una tazza al giorno, da due a tre tazze al giorno e quattro o più tazze al giorno. I pazienti sono stati abbinati con i controlli per età, sesso, etnia e durata di iscrizione al programma.
I dati hanno mostrato un'associazione tra consumo di caffè e un ridotto rischio di ALD (p=0,0015) e CHC (p=0,0241), e in particolare ALD (p<.0001) e CHC (p=0,0215) nei pazienti con cirrosi.
I risultati hanno mostrato, inoltre, un'associazione tra consumo di caffè e NALFD sia nei cirrotici (p=0,0484) che in pazienti con problemi diversi dalla cirrosi (p=0,0018). 
I ricercatori non hanno trovato alcuna prova che l'associazione possa variare con l’etnia. Non c'era alcuna associazione tra il consumo di caffè e CLD o cirrosi a causa di altre eziologie.
Come hanno precisato gli autori, i loro dati suggeriscono anche un possibile effetto dell’assunzione di caffè sul processo di fibrosi nei pazienti con ALD e CHC e un effetto del caffè sulla NAFLD, possibilmente sui processi infiammatori, steatosici e fibrotici. 
Hanno poi spiegato che l'effetto del caffè sulla fibrosi può essere mediato dai recettori dell'adenosina. È possibile che i componenti del caffè abbiano un effetto diretto sui percorsi steatosici o sulla steatoepatite,
In conclusione, gli autori dello studio propongono la realizzazione di studi randomizzati e controllati, in particolare nei pazienti con NAFLD per confutare questi dati in cui il consumo di caffè sembra influenzare l'intero processo di malattia e per la quale oggi non ci sono trattamenti disponibili.
Setiawan V.W. et al. Coffee Drinking and Alcoholic and Nonalcoholic Fatty Liver Diseases and Viral Hepatitis in the Multiethnic Cohort

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