Gli individui con infezione da epatite C (HCV) sono ad aumentato rischio di morbidità e mortalità cardiovascolare (CV), soprattutto se diabetici o soggetti con ipertensione arteriosa. E’ quanto mostrato da una meta-analisi, tutta italiana, pubblicata sulla rivista Gastroenterology in cui gli autori dopo una dettagliata analisi della letteratura, ipotizzano l’importanza dell’eradicazione del virus con i nuovi trattamenti antivirali ad azione diretta, anche sugli outcome cardiovascolari.
«L’infezione da epatite C ormai da anni non viene più considerata come una malattia soltanto epatica ma come una sorta di patologia sistemica tanto che le manifestazioni extra-epatiche da HCV sono ben note come linfomi, disordini immuno-mediati e negli ultimi anni anche maggiore rischio di insulino-resistenza e diabete» ha dichiarato a pharmastar il dr. Salvatore Petta, sezione di Gastroenterologia, dipartimento Biomedico di Medicina Interna e Specialistica dell’Università di Palermo e primo autore del lavoro.
«L’epatite C è una malattia sistemica e aumenta anche il rischio di diabete-ha proseguito il dr. Petta- per tale motivo potrebbe anche essere collegata a un incremento del rischio cardiovascolare. A tale proposito negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi in letteratura (di coorte, trasversali, longitudinali) che hanno documentato un aumentato rischio cardiovascolare, in termini di mortalità o in termini di eventi o in termini di aterosclerosi carotidea; anche il nostro gruppo ha pubblicato un lavoro. Tutti questi lavori hanno suggerito un potenziale di HCV come fattore di rischio cardiovascolare. Però, accanto a questo potenziale, c’era anche l’evidenza di risultati che non arrivavano alla significatività statistica».
L’anno scorso, il gruppo di cui fa parte il dr. Petta, ha pubblicato una review su Gut che è la prima che ha sistematizzato il rischio CV nell’epatite C e che ha considerato anche tutti i meccanismi possibili coinvolti nella spiegazione di questa associazione.
Questo nuovo studio nasce dal presupposto che poichè l’epatite C è molto diffusa, il sospetto che l’infezione possa avere un coinvolgimento sistemico cardiovascolare è alto; è giusto quindi fare la giusta chiarezza considerando alle enormi possibilità terapeutiche che oggi abbiamo a dsposizione.
I ricercatori hanno, quindi, eseguito un’attenta analisi della letteratura per mettere in piedi una meta analisi che ha valutato il coinvolgimento cardiovascolare in soggetti con infezione da HCV in confronto a soggetti non infetti.
«Abbiamo separato gli studi per tipologia di manifestazione cardiovascolare-ha sottolineato il dr, Petta- ad esempio mettendo insieme tutti gli studi che valutavano soltanto l’aterosclerosi carotidea, gli studi che valutavano gli eventi cardiovascolari (comprendendo ictus, TIA, scompenso cardiaco, infarto del miocardio) e gli studi che valutavano la mortalità».
L’outcome maggiore di questo studio era la mortalità cardiovascolare e a seguire gli eventi CV non mortali e l’aterosclerosi carotidea che, come ha precisato il dr. Petta: «sappiamo essere un ottimo surrogato di rischio CV».
I risultati dell’analisi degli studi di letteratura hanno mostrato che, rispetto ai pazienti di controllo, i soggetti infetti da HCV avevano un aumentato rischio di mortalità cardiovascolare (odds ratio [OR], 1.65; 95% CI, 1.07–2.56; p=0.02), placche carotidee (OR, 2.27; 95% CI, 1.76–2.94; p<0.001), ed eventi cerebrovascolari (OR,1.30; 95% CI 1.10–1.55; p=0.002).
«E’ molto importante che tutte queste analisi che abbiamo eseguito separatamente abbiamo trovato che i soggetti con HCV hanno un più elevato rischio (circa due volte) di mortalità CV rispetto ai non infetti, abbiamo avuto aumento di circa 1,5 volte di eventi CV. Questo dato è stato confermato anche considerando separatamente ictus e infarto del miocardio (cerebropatia rispetto a coronaropatia) e anche sull’aterosclerosi» ha aggiunto il dr. Petta.
E’ stata osservata una significativa eterogeneità nel rischio di malattia cerebrovascolare tra gli individui con HCV. 
L’effetto dell’infezione sulla patologia cerebrovascolare era maggiore in popolazioni con una più alta prevalenza di diabete (>10%) o ipertensione (>20%) (OR, 1.71; 95% CI, 1.32–2.23; p
«Non avendo dati per singolo paziente, trattandosi di una meta analisi e quindi dati aggregati», -ha proseguito il dr. Petta-«abbiamo visto che, soprattutto per quanto riguarda gli eventi CV in generale, c’è una forte eterogeneità; abbiamo trovato studi che andavano in direzioni completamente differenti e, al di là dell’effetto finale che è stato documentato essere positivo, abbiamo cercato di capire il perché dell’eterogeneità. A tal fine abbiamo fatto delle analisi di sottogruppo che permettessero di sospettare dei pazienti con infezione da HCV dove HCV rappresenta un maggiore rischio. In queste analisi il dato che è venuto fuori, molto interessante e che andrà comunque confermato con la pratica clinica, è che il rischio additivo CV che HCV genera è soprattutto nei soggetti diabetici e negli ipertesi, quelli che hanno di per sé un maggior rischio CV e nei quali HCV potrebbe rappresentare un ulteriore trigger». 
Ovviamente questa è una meta analisi su studi osservazionali; è, dunque, difficile traslare il concetto.
«Bisogna fare un passo successivo»-ha precisato il dr. Petta «e stiamo lavorando su questo, sull’aterosclerosi carotidea e il danno cardiaco. Pero’ già ci sono un paio di studi orientali pubblicati, uno su Gut e uno su Epatology , su grandi casistiche orientali che sono anche geneticamente differenti da noi, quindi, è difficile andare a fare un confronto e una traslazione.
Considerando comunque questi numeri delle grandi casistiche orientali, sottolineano gli autori, si evince che  l’eradicazione virologica, con i farmaci di vecchia generazione, sembrerebbe migliorare nei diabetici quelli che sono gli eventi cardiovascolari e gli outcome cardiovascolari in generale.
In conclusione, come ha evidenziato il dr. Petta: «Questi studi sono comunque da prendere come uno spunto, insieme alla nostra meta analisi, per andare a vedere se il paziente con HCV eradicato dal virus riduce realmente gli eventi CV.
Abbiamo attualmente uno studio in corso, su nostri pazienti reali che hanno cominciato terapie senza interferone, e vedremo se all’eradicazione del virus corrisponderà un miglioramento di parametri quali l’aterosclerosi carotidea e le alterazioni della cinetica cardiaca; questa, ovviamente, è una prospettiva importante perché vuol dire non trattare più i pazienti in base solo alla severità del danno epatico ma anche in un’ottica di prevenzione del rischio in alcune categorie di pazienti. Per ora è tutto preliminare e tutto da confermare».
Emilia Vaccaro
Petta S. et al. Hepatitis C Virus Infection is Associated With Increased Cardiovascular Mortality: A Meta-analysis of Observational Studies. Gastroenterology.
leggi