S. boulardii inefficace nelle recidive del morbo di Crohn

Gastroenterologia
Per quanto sicuro e ben tollerato, il trattamento con il probiotico S. boulardii non sembra avere alcun effetto nei pazienti con malattia di Crohn (CD) in remissione dopo terapia a base di salicilati o steroidi.
Queste le conclusioni di uno studio pubblicato sulla rivista Clinical Gastroenterology and Hepatology (1) da un’equipe di ricercatori francesi.

Come è noto, la CD è una comune malattia infiammatoria cronica intestinale (MICI), caratterizzata da infiammazione dello strato mucoso del tratto gastrointestinale (GI), che può colpire a qualsiasi livello del tratto digerente. Dolore addominale, diarrea, emorragia rettale, calo ponderale e/o piressia rappresentano la sintomatologia più comune della malattia, che ha ancora un’eziologia sconosciuta e non dispone ancora di opzioni terapeutiche risolutive ma volte, quanto meno, a mantenere prolungato nel tempo lo stato di remissione della malattia.

Un’area di ricerca particolarmente attiva in ambito gastroenterologico riguarda la valutazione del ruolo della microflora intestinale e della sua interazione con la risposta immune dell’ospite nello sviluppo della CD. Un numero crescente di evidenze pubblicate in letteratura, infatti, ha di fatto documentato come il microbiota contribuisca alla patogenesi della malattia nei pazienti con CD.
Di qui la valutazione dell’ipotesi di allestire terapie strategiche a base di antibiotici e probiotici, aventi l’obiettivo di ripristinare condizioni di normalità nell’equilibrio tra le diverse componenti della flora intestinale (2).

Saccharomyces boulardii è un lievito probiotico che si è rivelato possedere effetti benefici sia a livello della barriera dell’epitelio intestinale che del sistema immunitario intestinale. La presenza di evidenze preliminari di un’efficacia del trattamento con questo probiotico nel trattamento dei pazienti affetti da CD ha portato alla messa a punto di un trial randomizzato, controllato vs placebo, della durata di un anno, avente l’obiettivo di valutare gli effetti di S. boulardii in pazienti con CD andati incontro a remissione dopo terapia con steroidi o amino salicilati.

Prima della randomizzazione, i 165 pazienti eleggibili al trattamento erano stratificati sulla base dell’agente farmacologico utilizzato per indurre la remissione. Successivamente si procedeva alla randomizzazione al trattamento con S. boulardii (1g/die) o con placebo per 52 settimane. L’endpoint primario dello studio era rappresentato dalla percentuale di pazienti in remissione alla fine del trattamento. Tra gli endpoint secondari, invece, vi erano il tempo alla recidiva, i punteggi relativi all’indice di attività della CD, e le variazione misurate di alcuni parametri legati all’infiammazione.

I risultati, al termine del periodo di trattamento, hanno documentato eventi di recidivazione della CD in 80 pazienti, 38 appartenenti al gruppo trattato con S. boulardii (47,5%) e 42 al gruppo placebo (53,2%), con una differenza tra i 2 gruppi non statisticamente significativa. Anche la mediana del tempo alla ricaduta non differiva in modo significativo tra i due gruppi di trattamento (40,7 settimane nel gruppo trattato con S. boulardii vs 39 settimane nel gruppo placebo, né sono state documentate differenze statisticamente significative tra i due gruppi in relazione ai punteggi relativi all’indice di attività della CD o dei livelli di VES e di proteina reattiva C.
Un dato interessante è emerso da un’analisi post-hoc, quando si mettevano a confronto gli outcomes in relazione allo status di fumatore dei pazienti.

Tra i non fumatori, quelli in trattamento con placebo avevano una probabilità più che doppia di andare incontro a recidiva di malattia rispetto a quelli trattati con S. boulardii (72% vs 34,5%; P=0,016). Dopo correzione dei dati per il fattore di stratificazione (terapia con steroidi o aminosalicilati prima della randomizzazione al trattamento con S. boulardii) l’effetto benefico del probiotico era preservato nei non fumatori (OR= 0,18; IC 95%= 0,05– 0,62) per scomparire, invece, nei fumatori e negli ex-fumatori (OR= 0,57; IC 95%= 0,25–1,33).

Nel commentare i risultati, gli estensori dell’editoriale di accompagnamento alla pubblicazione del lavoro hanno focalizzato la loro attenzione proprio sull’analisi post-hoc, riconoscendo, al di là delle limitazioni metodologiche intrinseche a questo tipo di dati, “…come lo studio suggerisca che il fumo di sigaretta sia in grado di alterare l’integrità dell’epitelio intestinale, aumentare la risposta immunitaria, ridurre nel microbiota la componente prebiotica e quella dei batteri intestinali protettivi, peggiorando in tal modo gli outcomes legati alla CD. Il fumo, pertanto, potrebbe indurre modificazioni del microbiota troppo grandi da “riparare” con i probiotici da soli. Tali considerazioni, però, sono solo speculative e necessitano, pertanto, di conferme in studi futuri”.

“In conclusione – scrivono gli estensori dell’editoriale – sulla base di questo studio e di precedenti metanalisi, non sembrano esistere i presupposti per raccomandare l’impiego di probiotici al fine di mantenere lo stato di remissione clinica in pazienti con CD.”
“Ciò nonostante – aggiungono – è necessario continuare gli studi sull’argomento, perché potrebbero portare all’individuazione di altri componenti della flora batterica (singole o in combinazione) o alla messa a punto di combinazioni “ingegnerizzate” mediante tecniche di biologia molecolare che potrebbero essere efficaci”.

1.    Bourreeille A et al. Saccharomyces boulardii Does Not Prevent Relapse of Crohn's Disease. Clinical Gastroenterology and Hepatology Volume 11, Issue 8 , Pages 982-987, August 2013. Leggi
2.    Quezada SM et al. To Yeast or Not to Yeast: A Probiotic Question. Clinical Gastroenterology and Hepatology Volume 11, Issue 8 , Pages 988-990, August 2013. Leggi