Il passaggio dalla terapia a base di inibitori della calcineurina a una terapia a base di sirolimus produce un miglioramento della sopravvivenza in pazienti sottoposti a trapianto di fegato e con infezione da virus dell’epatite C (HCV). E’ quanto mostrato da uno studio pubblicato sulla rivista Alimentary Pharmacology and Therapeutics.

Il sirolimus è un farmaco immunosoppressore principalmente usato per prevenire il rigetto nei trapianti d'organo; presenta un ampio spettro di attività oltre a quella immunosoppressiva come azione antiinfiammatoria, antifibrotica, antiproliferativa e antiangiogenetica  per le quali viene già utilizzato in diverse condizioni, come in alcuni tumori, nella prevenzione del rigetto dei trapianti d’organo, nella prevenzione della ristenosi coronarica dopo angioplastica.

Questo farmaco è un antibiotico macrolide scoperto come prodotto di un batterio (Streptomyces hygroscopicus) in un campione di terreno proveniente da Rapa Nui (isola di Pasqua), e per questo motivo è anche chiamato Rapamicina.
Il meccanismo molecolare si esplica colpendo l’enzima serina treonina chinasi che regola la crescita, la proliferazione, la motilità e la sopravvivenza delle cellule.

Non inibisce la calcineurina come il tacrolimus o la ciclosporina esplicando comunque la sua azione sul sistema immunitario.
Il suo utilizzo nella immunosoppressione nel trapianto di fegato, in particolare in destinatari infetti dal virus dell'epatite C (HCV), rimane controversa.
Ci sono alcune prove che sirolimus ritarda la fibrosi epatica, non è tossico per i reni e può essere di beneficio nel prevenire le recidive di carcinoma epatocellulare (HCC).

Questo trattamento non è stato però adottato da molti centri di trapianto a causa delle preoccupazioni persistenti per quanto riguarda un aumento del rischio di trombosi dell'arteria epatica, perdita dell'organo trapiantato e morte.
Lo scopo del presente studio è stato quindi quello di valutare l'effetto del sirolimus in monoterapia su pazienti sottoposti a trapianto di fegato e con HCV.

Le misure di outcome comprendevano la sopravvivenza, la perdita del trapianto e la fibrosi epatica.
L'analisi monocentrica ha comprendeso 190 pazienti. I dati sono stati raccolti nel corso di un periodo di 15 anni.
113 pazienti sono passati dal trattamento con inibitore della calcineurina a una terapia a basso dosaggio con sirolimus in monoterapia con un tempo mediano di 15 mesi dopo il trapianto per la fibrosi HCV-correlata (72%), insufficienza renale (14%) o HCC ad alto rischio (5 %).

I risultati parlano chiaro. Nei pazienti che avevano cambiato trattamento la sopravvivenza era migliorata (p <0.001) e la progressione verso la cirrosi era più lenta (p=0.001). Nei pazienti con HCC (n=91), la durata del trattamento con sirolimus piuttosto che la strategia era un predittore indipendente di sopravvivenza (p=0.001) e il tempo di recidiva HCC (33 vs. 16 mesi). I pazienti che avevano cambiato verso il sirolimus per problemi di disfunzione renale hanno mostrato un miglioramento della creatinina sierica (140-108 mmol/L, p=0.001). I pazienti che erano rimasti in trattamento con inibitore della calcineurina avevano una probabilità maggiore di sviluppare il diabete post-trapianto (p=0,03).

I ricercatori hanno concluso che: "Questi dati suggeriscono che lo “switch” dagli inibitori della calcineurina a basse dosi di sirolimus in monoterapia in pazienti trapiantati di fegato HCV-positivi migliora i risultati clinici”.

Emilia Vaccaro


M. Shah et al. A retrospective 15-year review: survival advantage after switching to sirolimus in hepatitis C virus infected liver graft recipients. Alimentary Pharmacology & Therapeutics.
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