Colite ulcerosa e Crohn, vedolizumab disponibile in Italia. Il primo farmaco biotecnologico a selettività intestinale.

Da pochi giorni anche nel nostro Paese è disponibilie in commercio l'anticorpo monoclonale vedolizumab, il primo farmaco biotecnologico a selettività intestinale. Sviluppato dalla casa farmaceutica Takeda, è disponibile con il marchio Entyvio. Il farmaco è approvato per il trattamento di adulti con colite ulcerosa (CU) attiva da moderata a grave e di adulti con malattia di Crohn (MC) attiva da moderata a grave che hanno avuto una risposta inadeguata, una perdita di risposta o che si sono dimostrati intolleranti alla terapia convenzionale o a un antagonista del fattore di necrosi tumorale alfa (TNFα).

Da pochi giorni anche nel nostro Paese è disponibilie in commercio l'anticorpo monoclonale vedolizumab, il primo farmaco biotecnologico a selettività intestinale. Sviluppato dalla casa farmaceutica Takeda, è disponibile con il marchio Entyvio.

Il farmaco è  approvato per il trattamento di adulti con colite ulcerosa (CU) attiva da moderata a grave e di adulti con malattia di Crohn (MC) attiva da moderata a grave che hanno avuto una risposta inadeguata, una perdita di risposta o che si sono dimostrati intolleranti alla terapia convenzionale o a un antagonista del fattore di necrosi tumorale alfa (TNFα).

 “Vedolizumab rappresenta l’innovazione nel trattamento della malattia di Crohn e della colite ulcerosa” ha dichiarato il professor Silvio Danese, Responsabile IBD Center, Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (MI). “Il suo innovativo meccanismo d’azione, infatti, si basa sull’inibizione selettiva dei linfociti che transitano e vengono reclutati nell’intestino infiammato. Migliorare la conoscenza dei complessi meccanismi alla base di queste patologie e continuare lo sviluppo di nuove opzioni terapeutiche è di vitale importanza, visti i bisogni non soddisfatti e le sfide che questa comunità di pazienti continua ad affrontare, in particolare nella gestione della progressione della malattia. La disponibilità di vedolizumab come nuovo farmaco è importante per i pazienti che lottano contro la colite ulcerosa e la malattia di Crohn in Italia” ha concluso Danese.

La colite ulcerosa e la malattia di Crohn causano l'infiammazione del tessuto di rivestimento del tratto digestivo e non hanno una cura.  Oltre quattro milioni di persone nel mondo ne sono affette  e si stima che in Italia chi ne soffre siano circa 200.000 pazienti (Rapporto PDTA).

“Le malattie infiammatorie croniche intestinali sono malattie croniche, caratterizzate da un processo infiammatorio, che nella colite ulcerosa è limitato alla mucosa del colon e retto, mentre nella malattia di Crohn è transmurale e segmentario e può interessare potenzialmente qualunque segmento del tratto gastrointestinale”  ha dichiarato il dottor Fernando Rizzello, ricercatore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’ Università di Bologna. “I pazienti tipici sono giovani dai 20 ai 30 anni, la cui diagnosi spesso arriva in ritardo e per i quali il decorso di entrambe le patologie è caratterizzato da fasi di attività intervallate da periodi di remissione, con un variabile rischio di complicanze nel corso del tempo.”

Per la loro natura cronica, la colite ulcerosa e la malattia di Crohn sono malattie debilitanti, che i pazienti devono gestire per buona parte della loro vita. Lo scopo delle opzioni terapeutiche disponibili è quello di indurre e mantenere la remissione o raggiungere periodi di tempo lunghi in cui i pazienti non manifestano sintomi. Inoltre, sono presenti sottogruppi di pazienti che, a causa di comorbidità, non possono essere trattati con le terapie biotecnologiche anti TNFα.
Nel percorso di cura del paziente una figura di riferimento è l’operatore sanitario specializzato, soprattutto nel caso di forme grave di MICI, quando è necessaria una terapia infusionale.

“L’infermiere specializzato che prende in carico il paziente in sala d’infusione, rappresenta per i pazienti  spesso il primo interlocutore a cui rivolgere le domande relative a paure e timori, soprattutto all’inizio della terapia, quando la persona si identifica con la sua malattia e racconta di sé solo ciò che è legato alla patologia” ha dichiarato Simona Radice, IBD Nurse, dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (MI). “Il nostro compito è quindi quello di fornire non solo un aiuto operativo, ma anche un primo supporto psicologico, considerando che i pazienti con forme di MICI più gravi hanno anche un vissuto pesante di malattia alle spalle, che pregiudica il rapporto coni loro stessi cari.”

L’impatto psicologico di queste patologie è, infatti, più grave di quello che si può immaginare, considerando anche la frustrazione dei pazienti che, sebbene siano disponibili molte opzioni terapeutiche, non riescono a raggiungere o mantenere la remissione della malattia nel tempo, con elevate percentuali di mancata risposta primaria (tra il 25 e 50%) o perdita di risposta secondaria (tra il 30 e il 50%). 

“Il disagio che caratterizza chi è affetto da MICI” ha dichiarato Salvatore Leone, Direttore Generale di AMICI Onlus “è dovuto al fatto che si tratta di patologie caratterizzate da una “disabilità” cronica ma “invisibile”, sulla quale i pazienti stessi fanno calare un muro di silenzio, poiché i sintomi sono sgradevoli anche solo da raccontare. L’avvento del nuovo farmaco ha un impatto positivo anche dal punto di vista psicologico, poiché fornisce una nuova speranza a pazienti con una storia di fallimenti terapeutici alle spalle, la cui soluzione spesso paventata è quella definitiva, la chirurgia.”

Non solo: quando la malattia colpisce un individuo coinvolge necessariamente anche la sua famiglia. Parlare di qualità di vita per una persona significa pertanto dover valutare il suo contesto familiare.

“Le persone con MICI si trovano spesso a subire limitazioni nella propria vita a causa dei sintomi e delle situazioni di disagio e difficoltà che essi comportano. Questo non può che coinvolgere anche la vita familiare” ha dichiarato Alessandra Tongiorgi, Psicologa dell’U.O. Gastroenterologia, Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana. “I malati sono costretti spesso a routines rigide per evitare “incidenti” particolarmente sgradevoli, il peggiore dei quali è da tutti ritenuto l’incontinenza fecale in luogo pubblico. Il malato di MICI può allora sviluppare un senso di inadeguatezza rispetto alle proprie aspettative di ruolo. In questo senso, la possibilità di avere un farmaco a disposizione che ha un tempo infusionale estremamente ridotto e che viene somministrato, a regime, ogni 2 mesi, permette al malato e alla sua famiglia una pianificazione di vita assolutamente normale, che non può che contribuire ad un miglioramento dello stato psicologico e del clima familiare.”

Vedolizumab: cos’è e come agisce

Vedolizumab è un anticorpo monoclonale umanizzato antagonista dell'integrina alfa4beta7 ad azione selettiva intestinale senza alcuna azione immunosoppressiva sistemica rilevata. Vedolizumab è indicato per il trattamento di pazienti adulti con colite ulcerosa (CU) o malattia di Crohn (MC) attiva da moderata a grave che hanno manifestato risposta inadeguata, perdita di risposta o che sono risultati intolleranti alla terapia convenzionale e/o ad un antagonista del fattore di necrosi tumorale alfa (TNFα). 

Il farmaco si lega in modo specifico all'integrina alfa4beta7 (α4β7), proteina espressa in un particolare sottogruppo di globuli bianchi circolanti.  Legandosi alla alfa4beta7, vedolizumab inibisce il legame di questa proteina con la sua molecola di adesione cellulare (MAdCAM-1), espressa nei vasi sanguigni e nei linfonodi del tratto gastrointestinale.  Attraverso l’inibizione di questo legame, il farmaco impedisce il passaggio dei linfociti dal circolo sanguigno alla parete intestinale, sede dell’infiammazione cronica alla base delle MICI.

Vedolizumab si lega specificamente ad alfa4beta7 mentre non si lega né inibisce la funzione delle integrine α4β1 e αEβ7.
Vedolizumab si somministra mediante infusione endovenosa della durata di 30 minuti alla dose raccomandata di 300 mg a 0, 2 e 6 settimane, e successivamente ogni 8 settimane.

L'infusione sarà somministrata da un medico o un infermiere in ambiente ospedaliero adeguatamente attrezzato
In Europa, vedolizumab è attualmente disponibile in 19 paesi, inclusa l’Italia.

Come è stato studiato il vedolizumab
La richiesta per l'autorizzazione all'immissione in commercio di vedolizumab è stata supportata dagli studi GEMINI, un programma clinico composto da quattro trial che ha studiato vedolizumab su 2.700 pazienti in quasi 40 paesi.
Si tratta del più grande programma clinico di fase 3 mai condotto in quest’area terapeutica che ha valutato in parallelo popolazioni di pazienti affetti da CU e MC.  I pazienti arruolati avevano fallito almeno una terapia convenzionale, inclusi i corticosteroidi, gli immunomodulatori e/o un antagonista del fattore di necrosi tumorale alfa (TNFα).

GEMINI I
I risultati dello studio hanno dimostrato che vedolizumab è in grado di indurre la risposta clinica (riduzione del Mayo Clinic score ≥3 punti e ≥30% dal basale, così come una riduzione di almeno 1 punto nella sottoscala dei sintomi di sanguinamento rettale o uno score assoluto di 0 o 1 di sanguinamento rettale) a 6 settimane e la  remissione clinica (Mayo score di 2 o inferiore e senza subscore superiore a 1) a 52 settimane. Una porzione significativamente superiore di pazienti che ricevevano vedolizumab ha inoltre raggiunto la guarigione della mucosa (Mayo subscore endoscopico di 0 o 1) a 6 e 52 settimane, e la remissione libera da glucocorticoidi a 52 settimane, entrambi endpoint secondari, in confronto a placebo. Inoltre una proporzione maggiore di pazienti nei gruppi trattati con vedolizumab ha mantenuto la risposta clinica e ha dimostrato una remissione clinica duratura, entrambi endpoint secondari dello studio.

GEMINI II
I risultati hanno evidenziato che vedolizumab è in grado di indurre in pazienti con malattia di Crohn la remissione clinica (indice di attività della malattia di Crohn [Crohn’s disease activity index - CDAI] ≤150 punti) a 6 settimane e a 52 settimane in maniera statisticamente significativa rispetto ai pazienti trattati con placebo. L'effetto benefico di vedolizumab su remissione clinica, aumento della risposta clinica e remissione libera da corticosteroidi, tutte alla settimana 52, si è dimostrato simile nei pazienti naive all'esposizione a un antagonista del TNFα così come in quelli che avevano fallito una precedente terapia con un antagonista del TNFα.1
GEMINI III:
Lo studio GEMINI III ha valutato l’efficacia di vedolizumab nell’induzione della remissione e della risposta clinica a 6 e 10 settimane in pazienti con malattia di Crohn che avevano già fallito la terapia con inibitori del TNF (75% della popolazione in studio). In questo studio una remissione clinica statisticamente significativa è stata raggiunta a 10 settimane e non a 6, verosimilmente perché in questa popolazione di pazienti con malattia più aggressiva sono necessarie 3 somministrazioni (alla settimana 0, 2 e 6) affinché il farmaco esplichi il suo picco d’azione.

GEMINI LTS
Uno studio di sicurezza in aperto a lungo termine è attualmente in corso su pazienti con MC o CU.  L’analisi ad interim di tale studio che ha analizzato la popolazione di pazienti trattata con vedolizumab a 2 anni dall’inizio del trattamento, ha dimostrato che il farmaco è stato in grado di mantenere la risposta e la remissione clinica per un ulteriore anno nei pazienti che avevano completato gli studi GEMINI I e GEMINI II