Ricerca, innovazione e futuro in virologia, questi gli argomenti di cui si è discusso oggi a Roma in un’interessante tavola rotonda in cui, in occasione della presentazione della settima edizione del premio giornalistico “Riccardo Tomassetti”,  si sono confrontati esperti nel settore delle malattie infettive.

In particolar modo si è parlato di Hiv sottolineando l’importanza, a livello pediatrico, di educare e istruire il bambino fin da piccolo alla gestione della propria condizione per evitare comportamenti inadatti una volta diventato adulto. Tra questi comportamenti spicca l’aderenza al piano terapeutico che è reso oggi ancora più semplice grazie a una nuova formulazione di un inibitore dell’integrasi, il raltegravir, in compresse masticabili dal piacevole sapore.

Sono oltre 35 milioni nel mondo le persone che convivono con l’Hiv, di queste il 10% sono bambini. I casi sono in diminuzione ma la trasmissione verticale da madre a figlio è ancora un problema attuale. E’ importante distinguere i casi di Hiv da quelli di Aids; l’Hiv è il virus dell’immunodeficienza umana ed è l’agente eziologico dell’Aids, nei pazienti con Hiv il virus distrugge le cellule del sangue con ripercussioni sul funzionamento del sistema immunitario. L’Aids è, invece, la sindrome da immunodeficienza acquisita che si manifesta quando il sistema immunitario è stato devastato dall’Hiv e l’individuo è soggetto a numerose malattie opportunistiche.

Come ha dichiarato la Dott.ssa Stefania Bernardi, pediatra infettivologo presso l’ospedale Bambin Gesù di Roma durante la conferenza stampa: “è importante usare termini esatti, noi dobbiamo parlare più che di Aids, di infezione da Hiv, questa è la parola che va divulgata. Noi, infatti, vediamo una riduzione di casi di Aids, che per fortuna nei bambini è episodica, mentre purtroppo l’infezione da Hiv, che si acquisisce alla nascita, è ancora molto presente. I numeri parlano di un’alta prevalenza nelle zone ad alta endemia come  Africa centrale subsahariana; l’Europa e l’Italia  hanno una prevalenza nettamente ridotta, grazie anche ai trattamenti che sono stati sviluppati negli ultimi 20 anni. Purtroppo, vediamo ancora casi di infezione. In Italia, dall’inizio dell’endemia sono nati più di 9000 bambini da donne Hiv positive, ma di questi malati di Aids circa 1000-1500 bambini. Questi numeri sono andati scemando negli ultimi 4-5 anni, ma purtroppo visto i cambiamenti nelle modalità di trasmissione non si sono azzerati. Laddove le donne non vengono testate, i bambini nascono con altissimo rischio di malattia; le regioni italiane a più alto rischio sono la Lombardia e il Lazio, perché sono regioni con alta natalità e alto movimento migratorio e, in questi casi, sfugge l’ esecuzione in maniera completa del test di gravidanza. Inoltre, il test va fatto ad ogni controllo perché ci sono stati anche dei casi di non infezione all’inizio della gravidanza ma di infezione al termine della stessa”.

La Dott.ssa Bernardi ha più volte sottolineato che: “questa non è una malattia delle donne extracomunitarie, anzi colpisce tutte le donne. Il nostro Istituto ha fatto un indagine a livello di regione Lazio individuando che circa il 10% delle donne che va a partorire non ha eseguito il test dell’ Hiv (ma anche test per altre infezioni come la sifilide). L’ Hiv non è una malattia di particolari gruppi etnici, ma questo studio ha evidenziato che il grosso gap sta nel momento della comunicazione del test. Infatti, analizzando questo 10% si è visto che è essenzialmente formato da donne che non avevano capito la necessità del test o non avevano saputo interpretarlo e quindi non lo avevano considerato. Per cui bisogna incidere sul momento della comunicazione facendo capire che questa è una malattia che va curata e si può curare. Fin quando farà ancora estremamente paura non se ne parlerà in maniera corretta.”

La Dott.ssa Bernardi ha quindi aggiunto che: “Per quanto riguarda le strategie terapeutiche le linee guida suggeriscono di solito l’assunzione di almeno tre farmaci nel primo anno di vita. Un bambino deve cominciare il trattamento appena possibile, i primi due mesi di vita sono i più fragili anche perché ci sono meno farmaci disponibili rispetto all’adulto ma che comunque vanno somministrati e assunti a domicilio, quotidianamente. I primi farmaci sono abbastanza aggressivi, in tal modo si cerca di impedire al virus di raggiungere organi importanti come cervello o midollo osseo. Si sta cercando di costruire i farmaci a misura di bambino in modo che siano meglio accettati. Per tale motivo l’Aifa da qualche tempo ha previsto sperimentazioni di farmaci in formulazioni dedicate all’età pediatrica. Questo è il caso del raltegravir che è in uso attualmente presso il nostro ospedale per uso compassionevole su una bambina che ha iniziato la terapia a un mese di vita e oggi, dopo tre mesi e mezzo, la sua carica virale è quasi azzerata.”

Il raltegravir è uno dei 25 farmaci oggi disponibili per il trattamento dell’ Hiv. E’ un inibitore dell’integrasi, sviluppato dalla multinazionale MSD; è indicato sia per pazienti naive al trattamento, sia per individui con precedente esperienza di trattamento. E’ un farmaco che nasce proprio dalla ricerca italiana e che colpisce l’enzima integrasi, essenziale per la riproduzione e propagazione del virus all’interno delle cellule umane, quindi, evita che il virus si integri all’interno delle cellule.

Le ultime conferme dell’efficacia di questa molecola sono state presentate al congresso Croi a Boston lo scorso marzo; in particolare i risultati dello studio Ardent-Actg 5257 che parlano del 94% di pazienti con numero di copie virali inferiori a 50 dopo 96 settimane di trattamento rispetto all’88% di atazanavir e 89% di darunavir.

Da oggi è disponibile anche il raltegravir a uso pediatrico; gli esperti hanno tenuto a sottolineare che non è solo una nuova formulazione (visto che, come abbiamo detto, il raltegravir per gli adulti esiste già dal 2008) ma proprio un nuovo farmaco per i bambini, testato su questa popolazione. Oggi questa molecola può essere somministrata ai bambini sopra ai 2 anni di età e all’orizzonte vi è anche la formulazione granulare orale, che potrà essere somministrata ai neonati già a partire dalle 4 settimane. Queste formulazioni presentano diverse caratteristiche migliorative rispetto a farmaci già sul mercato per questa popolazione e tra queste spicca la palatabilità. Come ha sottolineato la Dott.ssa Bernardi: “molti farmaci usati in età pediatrica sono addizionati con degli alcolici; il sapore di whisky non è gradito dal bambino e i genitori cercano di mescolare con qualcosa che lo renda meno sgradevole.”

Il Dott. Antonio Di Biagio, dirigente medico della Clinica di malattie infettive dell’Irccs azienda ospedaliera-universitaria San Martino-Ist di Genova, ha dichiarato che:” A tutti noi è capitato di assumere terapie che dal punto di vista del gusto non sono il massimo; anche per i bambini è la stessa cosa, se il gusto non è buono l’aderenza alla terapia diminuisce. Il saltare una o due dosi perché il bambino la rifiuta o vomita può provocare la resistenza del virus; l’aderenza diventa fondamentale nel breve termine ma soprattutto nel lungo periodo visto che una terapia deve durare anche 30-35 anni. Nel nostro ospedale abbiamo una clinica dedicata a bambini e genitori, visto che anch’essi molto spesso sono infetti; abbiamo notato che l’aderenza alla terapia funziona quando tutti i componenti della famiglia collaborano e uno ricorda all’altro che è l’ora di prendere il farmaco. La vera sfida oggi è far assumere correttamente i farmaci ai pazienti. Altre caratteristiche positive di questo farmaco sono: l’adeguamento al peso del bimbo e dell’adolescente (considerando che molti sono sottopeso), sintomi gastrointestinali nulli, pochissimi effetti sulle alterazioni corporee e nessuna modifica del metabolismo di lipidi e carboidrati. Inoltre, cosa fondamentale per bambini e adolescenti, deglutire la compressa da più l’idea del malato rispetto al masticarla.”

Le formulazioni di raltegravir, oggi disponibili, per l’età pediatrica sono due: compresse masticabili da 25 e 100 mg. I dosaggi del farmaco non saranno quindi più empirici perché non bisognerà più dividere la molecola o tritarla o scioglierla. Adesso c’è la combinazione fissa e corretta per un paziente che va dai 3 fino ai 25 kg.

Altro punto fondamentale evidenziato dalla Dott. Bernardi è l’informazione corretta da dare ai genitori e ai piccoli malati. “Bisogna essere convincenti e quindi spiegare bene al genitore che il bambino dovrà assumere questi farmaci per tuta la  vita e spiegare bene i rischi della non aderenza. Bisogna riuscire a coinvolgerli e fargli capire che sono loro i medici. Spiegare ai bambini che devono prendere i farmaci per tutta la vita è molto importante; diventa, quindi, fondamentale la comunicazione della diagnosi al bambino meglio se prima di un’epoca complicata come può essere l’adolescenza. Questo compito spetta a noi pediatri che con strumenti opportuni come cartoon, tavole e disegni, dobbiamo spiegare cosa significa avere questa malattia, come si può curare e come va gestita anche perché sappiamo che se adeguatamente trattata questa malattia consente un’aspettativa di vita di oltre settant’anni. Ad oggi, ci sono dei casi di bimbi che hanno cominciato il trattamento subito alla nascita e hanno la viremia molto bassa ma non hanno ancora sospeso la terapia quindi non si sa alla sospensione cosa succederà. Solo in due casi nel mondo è stata interrotta la terapia e non hanno traccia di virus, una bimba del Mississippi e un bimbo di Berlino.”

Durante l’incontro è stato anche presentato il premio giornalistico “Riccardo Tomasetti”. Come ha ricordato Maria Emilia Bonaccorso dell’Ansa: “Riccardo Tomassetti era un giornalista che si occupava di scienza morto a 39 anni e che viene ricordato da sette anni con questo premio sul giornalismo scientifico. Questo premio serve a valorizzare chi lavora in maniera precisa, corretta come faceva Riccardo raccontando la scienza ad uso delle persone, per le persone. Con grande rigore ma anche con grande capacità di racconto. Anche quest’anno è dedicato alla ricerca e all’innovazione in virologia, due temi che nella medicina hanno una grandissima importanza, sono gli ambiti in cui c’è più cambiamento basti pensare alla lotta all’epatite C per eradicare il virus ma anche nel campo dell’Hiv con le molte speranze date ai malati con l’obiettivo in futuro di fermare la malattia.” 

La presidente della giuria  del premio è Carla Massi, giornalista del Messaggero che si occupa del mondo della medicina e della sanità da qualche decennio e di Aisd dal 1984 che ha dichiarato: “Il vincitore di questo premio dovrà avere una grande capacità giornalistica e saper dialogare con i pazienti, entrare nell’ospedale e parlare col malato di Aids. Una delle capacità che deve avere un giornalista oggi è l’umanità che significa non dare la speranza quando non c’è e calarsi in tutto ciò che vive il paziente. Il premio dovrà coniugare l’aspetto scientifico e l’umanità.”

La Prof.ssa Silvia Bonaccorsi, professore ordinario di genetica presso l’Università la Sapienza di Roma e docente presso il Master “La Scienza nella pratica giornalistica”, ha parlato del buon giornalismo: “La convivenza tra scienza e giornalismo è possibile. Lo scienziato deve essere rigoroso nella comunicazione, comunicare notizie assolutamente verificabili e attendibili ed essere in grado di risalire alla fonte originale e interagire con medicini e scienziati. E’ importante tradurre i messaggi scientifici in altrettanto messaggi comunicativi. Purtroppo ci sono diversi casi di cattiva comunicazione. Il nostro Paese soffre di una mancanza di istituzioni di riferimento che possano fornire all’opinione pubblica delle opinioni di volta in volta su questioni dibattute che siano considerate autorevoli se non definitive ma soprattutto rappresentative della posizione della comunità scientifica. Questa carenza è tipica italiana, non c’è in altri paesi come ad esempio gli Stati Uniti in cui quella dell’NIH è la classifica situazione in cui questa istituzione esprime il proprio parere e per l’opinione pubblica è un riferimento certo. Mancando questa autorità in Italia, la figura del comunicatore diventa cruciale; è necessario evitare quindi tutti i pericoli di sensazionalismo con conseguente ingenerarsi di speranze e illusioni o di gravi ricadute sulla gestione della sanità pubblica”.

In conclusione, il messaggio che viene fuori da questo incontro è incentrato sull’ importanza del comunicare le giuste informazioni. Questo messaggio è indirizzato sia a chi si occupa di giornalismo scientifico e quindi del dare la “giusta notizia” su temi delicati come l’ Hiv; sia riuscire a far passare a genitori e bambini le giuste informazioni sulla gestione di questa malattia che se trattata nel modo corretto consente di vivere bene e a lungo. I farmaci ci sono anche per la popolazione pediatrica più delicata e difficile da trattare. L’obiettivo dei ricercatori ora è capire come eradicare il virus per mettere fine alla parola Hiv.

Emilia Vaccaro