Allenare la "velocità del cervello" può ritardare la demenza? I dati a 20 anni dello studio ACTIVE
Un training cognitivo mirato alla velocità di elaborazione delle informazioni, se associato a sessioni di richiamo (“booster”), potrebbe essere collegato a un minor rischio di demenza nel lungo periodo. È quanto emerge da un’analisi a 20 anni dei dati Medicare dello storico studio ACTIVE, pubblicata su Alzheimer's & Dementia: Translational Research & Clinical Interventions.
Il segnale: −25% di rischio nel sottogruppo con booster
Nel trial ACTIVE, avviato nel 1999, 2.832 anziani (età media 74 anni) furono randomizzati a: training della memoria, training del ragionamento, training della velocità di elaborazione con un gruppo di controllo senza intervento
I programmi prevedevano 10 sessioni in 5-6 settimane; metà dei partecipanti che completarono il training ricevette sessioni booster a 11 e 35 mesi.
Nell’analisi attuale, guidata da Marilyn Albert della Johns Hopkins School of Medicine, 2.021 partecipanti (72% del campione originario) sono stati collegati ai database Medicare fino al 2019. Durante i 20 anni di follow-up, il 77% dei partecipanti è deceduto (età media alla morte: 84 anni).
Il dato chiave:
solo il sottogruppo che aveva ricevuto training della velocità + booster ha mostrato un’associazione significativa con una riduzione delle diagnosi di demenza (HR 0,75; IC 95% 0,59-0,95), pari a un rischio inferiore del 25% rispetto ai controlli.
Nel dettaglio:
- 48,7% dei controlli ha avuto una diagnosi di demenza nei claim Medicare
- 39,8% dei partecipanti con speed training + booster ha ricevuto la stessa diagnosi
I partecipanti che avevano effettuato il training della velocità senza booster non hanno mostrato una riduzione significativa del rischio.
Memoria e ragionamento: nessun risultato significativo
I gruppi sottoposti a training della memoria o del ragionamento hanno mostrato un trend verso minori diagnosi di demenza, ma senza raggiungere la significatività statistica.
Gli autori ipotizzano che una possibile spiegazione risieda nella natura adattiva del training della velocità — che aumentava progressivamente di difficoltà in base alla performance — a differenza degli altri programmi. Questo potrebbe aver determinato un’attivazione cerebrale più ampia.
Outcome amministrativi e limiti metodologici
L’endpoint primario era rappresentato da una diagnosi di malattia di Alzheimer o demenza correlata riportata nei database Medicare. Le diagnosi non sono state validate clinicamente, elemento che rappresenta un limite importante.
Ulteriori criticità includono: possibile bias legato alla mortalità elevata, dati mancanti o utilizzo di claim amministrativi invece di valutazioni neuropsicologiche specialistiche
Secondo commentatori indipendenti, il fatto che solo un’analisi di sottogruppo abbia raggiunto la significatività suggerisce cautela nell’interpretazione dei risultati.
Un possibile segnale per la prevenzione?
Nonostante le limitazioni, lo studio riaccende l’interesse verso interventi non farmacologici nella prevenzione della demenza.
Richard Hodes, direttore del National Institute on Aging (NIA), che ha finanziato la ricerca, ha definito i risultati “un indizio promettente” per sviluppare strategie in grado di ritardare l’esordio della demenza.
Secondo George Rebok della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, coautore dello studio, il training mirato ai processi visivi e all’attenzione divisa potrebbe rappresentare un tassello da integrare con interventi sullo stile di vita, ipotesi che richiede però ulteriori conferme.
In sintesi, l’analisi a 20 anni dello studio ACTIVE suggerisce che un training cognitivo mirato alla velocità di elaborazione, rinforzato nel tempo, potrebbe essere associato a un ritardo nell’insorgenza della demenza. Il segnale è interessante, ma non ancora definitivo: serviranno studi prospettici con endpoint clinici validati per stabilire se l’allenamento cognitivo possa davvero modificare il decorso delle malattie neurodegenerative.
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