Alzheimer, fallisce programma di Fase 2 di Boehringer

Anche Boehringer Ingelheim ha gettato la spugna sull'ennesimo programma per l'Alzheimer, dopo che il candidato BI 409306 non ha raggiuto gli endpoint di efficacia rispetto al placebo nella capacitÓ cognitiva in due studi di Fase 2, che hanno arruolato 457 pazienti con segni precoci di Alzheimer.

Anche Boehringer Ingelheim ha gettato la spugna sull’ennesimo programma per l’Alzheimer, dopo che il candidato BI 409306 non ha raggiuto gli endpoint di efficacia rispetto al placebo nella capacità cognitiva in due studi di Fase 2, che hanno arruolato 457 pazienti con segni precoci di Alzheimer.

BI 409306 è un inibitore della fosfodiesterasi 9 (PDE9A), un enzima coinvolto nel declino cognitivo che si osserva nell’Alzheimer e in altri disturbi neuronali, che riduce i livelli cerebrali di cGMP (guanosin-monofosfato ciclico). Questo secondo messaggero è implicato nella modulazione di alcune proteine coinvolte nei fenomeni di apprendimento e consolidamento della memoria, e nella protezione delle cellule nervose da situazioni di neurodegenerazione.

Il cGMP transduce i segnali da parte dei neurotrasmettitori ossido nitrico e glutammato, attraverso un percorso che modula la trasmissione sinaptica e la plasticità nella corteccia cerebrale e dell’ippocampo, e si riduce nel cervello dei pazienti con Alzheimer.

Tanti studi sul farmaco dal 2011
A partire dal 2011, Boehringer ha condotto 13 studi di Fase 1, su un totale di circa 550 persone in Germania, Belgio, Corea del Sud e Stati Uniti.

Nel dicembre 2014 e nel gennaio 2015 sono stati avviati due studi multinazionali di Fase 2 della durata di tre mesi, in pazienti con Alzheimer prodromico. Uno studio per confrontare quattro dosi di BI 409306 con il placebo in 288 persone con Alzheimer da lieve a moderato che non hanno assunto memantina o un inibitore della colinesterasi negli ultimi tre mesi; l'altro per valutare le stesse dosi come trattamento aggiuntivo in 336 pazienti in terapia con donepezil.

Boehringer ha definito la battuta d'arresto come parte integrante dello sviluppo di farmaci per il sistema nervoso centrale.

«Siamo consapevoli dell’enorme aspettativa per qualsiasi progresso nella ricerca sul cervello che ci avvicini a trovare delle soluzioni per i molti milioni di persone affette da demenza. Tuttavia, la ricerca è anche questo: le delusioni sono un'esperienza quotidiana nella scienza, ma anche i risultati di questi studi clinici contribuiranno alla comprensione della funzione cerebrale e ai futuri progressi in questo settore». Ha dichiarato Jan Poth, responsabile dell'area terapeutica CNS e immunologia di Boehringer.

Un altro candidato di Boehringer
L’azienda non però ha rinunciato al farmaco, che verrà valutato nella schizofrenia. Sempre nell'Alzheimer sta inoltre studiando un altro candidato, il BI 425809, un inibitore del trasportatore della glicina GlyT1, altro trasmettitore in grado di agire sui recettori NMDA. L’azienda sta valutando il farmaco su 585 pazienti, nella speranza che la sua azione sul sistema glutammatergico si riveli più efficace di quella di BI 409306. Boehringer si aspetta di concludere la sperimentazione nel 2020.

La trasmissione glutammatergica, del resto, è un’area che ha senso continuare a esplorare. Namenda (memantina), approvato dalla Fda 15 anni fa dopo essere stato impiegato in Europa per anni, agisce sul sistema glutammatergico correlato ai recettori NMDA.

Le alterazioni nel modo in cui il glutammato trasmette i segnali all'interno del cervello sono state collegate con la perdita di memoria osservata nell’Alzheimer. Inoltre, una sovrastimolazione dei recettori NMDA può causare danni o morte delle cellule. Attraverso il blocco di questi recettori, la memantina migliora la trasmissione dei segnali nel cervello e aiuta a ridurre i sintomi della malattia di Alzheimer.